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Energia

Stop al petrolio verso Druzhba: la Russia chiude i rubinetti e la Germania Est trema

La Russia sospenderà il transito del petrolio kazako verso la Germania attraverso Druzhba, mettendo in crisi la raffineria di Schwedt

A partire dal 1° maggio 2026, la Russia sospenderà il transito del petrolio dal Kazakistan verso la Germania attraverso l’oleodotto Druzhba, mettendo in grave difficoltà la raffineria Pck di Schwedt, hub energetico cruciale per il nord-est del Paese e per la Polonia occidentale. La notizia, confermata ufficialmente da Mosca e dal Kazakistan, ha fatto subito scattare l’allarme sui prezzi dei carburanti e minaccia di provocare penurie di benzina e carburante in vaste aree della Germania orientale, con possibili ripercussioni sul piano politico interno. Si potrebbe ampliare il divario tra le due Germanie: quella occidentale, atlantista, antirussa e convinta sostenitrice dell’Ucraina, e quella orientale, dove prevalgono le voci di chi, al contrario, chiede un rapporto più pragmatico con Mosca. Ed è proprio su questa divisione interna che Mosca punta, al fine di indebolire il “falco” Merz.

Stop ai flussi: addio al 20% del greggio di Schwedt

La conferma dell’interruzione, riporta la Berliner Zeitung, è arrivata sia dal ministro dell’Energia kazako, Erlan Akkenzhenov, sia dalla società di gestione Rosneft Deutschland, che opera sotto la tutela dell’autorità federale tedesca per le reti (Bundesnetzagentur) sin dall’inizio della guerra in Ucraina. Il Cremlino, attraverso il vicepremier Alexander Novak, ha ufficialmente giustificato la decisione con «ragioni tecniche», dichiarando che i volumi di petrolio «saranno reindirizzati verso altre rotte logistiche disponibili».

Secondo i piani, per l’intero secondo trimestre del 2026 – e quindi fino alla fine di giugno – non arriverà più alcuna goccia di petrolio kazako alla raffineria del Brandeburgo. Una perdita che si fa sentire: ogni anno nella raffineria di Schwedt vengono lavorate fino a dodici milioni di tonnellate di greggio, e il petrolio proveniente dal Kazakistan ne costituiva circa il 20 per cento. Ancora più drammatico l’impatto sulla regione: circa il 90 per cento delle auto di Berlino e del Brandeburgo funziona infatti con i carburanti prodotti proprio a Schwedt.

Benzina subito più cara? L’allarme del settore

Il primo effetto dell’interruzione potrebbe già manifestarsi nei prezzi alla pompa. Il presidente dell’associazione tedesca dei distributori di carburanti (Tankstellenverband) ha lanciato un allarme immediato: «I prezzi aumenterebbero immediatamente, probabilmente già da giovedì», avverte un portavoce in un’intervista alla Berliner Zeitung, sottolineando il rischio di «una massiccia messa in pericolo della situazione di approvvigionamento» se politica e aziende non riusciranno a garantire una gestione efficace della crisi.

Anche l’Adav prevede conseguenze tangibili, seppur limitate al piano regionale. Secondo l’automobile club tedesco, sono attesi «aumenti di prezzo regionali di modesta entità», poiché le rotte alternative comportano costi logistici più elevati e potrebbero riflettersi direttamente sui distributori del nord-est del Paese.

Di fronte a uno scenario di crisi di questo tipo, le istituzioni tedesche hanno cercato di smorzare i toni, senza però nascondere le difficoltà. La Bundesnetzagentur, che come ente fiduciario controlla la raffineria, ha dichiarato che la sicurezza dell’approvvigionamento in Germania non è in pericolo, «anche se la raffineria dovesse funzionare con una capacità ridotta», pur non escludendo conseguenze sui prezzi.

Dal canto suo, il governo Merz ha annunciato di aver avviato colloqui con la Polonia per aumentare le forniture di greggio attraverso il porto di Danzica, un’alternativa già in fase di valutazione per rimpiazzare in parte i volumi persi. Una mossa resa ancora più urgente dal fatto che il petrolio kazaco non è solo fondamentale per benzina e diesel, ma rappresenta anche circa l’80% del rifornimento di cherosene per l’aeroporto internazionale di Berlino-Brandeburgo.

Reazioni politiche: chi accusa Mosca e chi chiede trattative

Mentre si cercano disperatamente soluzioni al greggio russo, in Germania si litiga tra chi accusa Mosca e chi, al contrario, chiede di intavolare una trattativa con il Cremlino. La co-presidente della Linke, Ines Schwerdtner, accusa direttamente il Cremlino di impiegare le sue risorse (materie prime, greggio, gas) come leva geopolitica: «Putin approfitta della situazione in Medio Oriente e blocca le consegne di petrolio kazako». Di tutt’altro avviso il candidato di punta del partito populista Bsw in Sassonia-Anhalt, Thomas Schulze, che ha invece invitato il cancelliere Friedrich Merz a negoziare direttamente con Vladimir Putin un nuovo contratto di fornitura a lungo termine: «Il Cancelliere deve negoziare con il presidente russo un nuovo contratto di fornitura di petrolio», ha dichiarato a un giornale locale, sostenendo che la Germania debba tornare ad assicurarsi «greggio russo a basso costo».

Semmai il dialogo tra Berlino e Mosca dovesse riprendere, sarebbe reso ancora più complicato dall’ambizioso piano di riarmo giustificato dalla Germania proprio da una futura guerra con la Federazione russa. Secondo il Ministro della Difesa, Boris Pistorius, infattim, Mosca impiega in modo selettivo «mezzi ibridi» – spionaggio, atti di sabotaggio, attacchi informatici e campagne di disinformazione – che «non sono più fenomeni marginali» e «si sta preparando, attraverso il riarmo, a uno scontro militare con la Nato». Altro che «deterrenza», termine largamente abusato e spesso impiegato a sproposito da una classe politica che ne ignora il vero significato: in queste condizioni il dialogo e la diplomazia sono impossibili.

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