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Politica

Fratelli d’Italia scarica il figlio di Palhavi ma spinge per un gruppo eversivo

Scaricare Ciro Pahlavi e sostenere i "mujaeddin del popolo", per molto anni qualificati come organizzazione terrorista? Succede anche questo.
Iran

Una delle dichiarazioni più bizzarre, almeno all’apparenza, partorite dal governo Meloni in politica estera in questi giorni arriva da un senatore di Fratelli d’Italia. È scatenata dalle vacanze romane del figlio dell’ultimo Scià, e riapre una discussione su chi debba essere l’interlocutore dell’opposizione iraniana, potenzialmente scatenando anche una piccola crisi diplomatica nella maggioranza. Qualche giorno fa è uscito allo scoperto il senatore Giulio Terzi di Sant’Agata, un tempo vicino ai Radicali, poi ministro degli Esteri nel governo Monti e oggi plenipotenziario di incarichi e commissioni straordinari, con un post su X (un tempo chiamato Twitter). Lì definisce Pahlavi Jr. un “autocandidato Scià figlio” e ricorda il sistema repressivo del padre, un monarca che scatenò la polizia torturatrice del Savak contro l’opposizione. Argomenti, inutile rimarcarlo, che in questi mesi sono stati patrimonio della diaspora iraniana democratica e della sinistra antimperialista.

Una botta di realismo e verità storica, in un mese di ridimensionamento del melonismo trumpiano? Non è così semplice. Si dà il caso che in questi mesi Terzi e Fratelli d’Italia abbiano dato ampia visibilità a un’altra esponente dell’opposizione iraniana: Maryam Rajavi, un’anziana signora rappresentante ed erede dei Mujahedeen-e Khalq, “i mujahiddin del popolo” (da qui in poi Mek), presentandola come l’unica voce degna di essere ascoltata e complimentandosi con la sua «leadership».

Peccato che il Mek, scrive uno storico rispettabile come Arash Azizi (Yale, The Atlantic), sia un «culto squilibrato che non rappresenta nessuno se non i propri membri (meno dell’1% degli iraniani)». E se la pretesa di Pahlavi Jr. di essere il leader della transizione si è dimostrata priva di fondamento, il Mek è decisamente messo peggio. Durante la guerra Iraq-Iran si schierò con l’Iraq e perse qualunque sostegno in patria. Da allora ha assunto tratti sempre più estremi, antipopolari ed eversivi.

Non è un caso che il Mek sia stato designato come “organizzazione terrorista” per oltre un decennio da Stati Uniti e dall’Unione Europea. Non è nemmeno un caso che quella designazione sia stata eliminata a partire dal 2009, in occasione delle proteste antiregime degli iraniani di allora, quando l’élite politica clintoniano-bushista decise di investirci come possibile alternativa agli ayatollah. Figure come Rudy Giuliani, Mike Pompeo e John McCain hanno sostenuto o ricevuto soldi dal Mek. Un ex membro del gruppo raccontò come l’11 settembre 2001, in uno dei campi di rieducazione con tratti maoisti, si festeggiò l’attacco alle Torri Gemelle tra applausi, musica e dolci.

Fazioni che si odiano tra loro

Quella iraniana è una società straordinariamente variegata, con colori politici d’ogni tipo: pro regime, monarchici, pro Israele, marxisti, ecc. Ma se c’è una cosa su cui la stragrande maggioranza concorda è che il Mek on è un «movimento di resistenza», bensì una setta disprezzata. Eppure abbiamo visto in questi mesi il Mek in Parlamento, senza che nessun grande media approfondisse, mentre riviste glamour presentavano Rajavi come figura prestigiosa senza spiegarne le origini.

Dall’altra parte, anche Pahlavi è stato ricevuto alla Camera dei deputati: non era una visita di Stato, ci mancherebbe, ma un incontro organizzato da alcuni parlamentari di Forza Italia e Fratelli d’Italia che ha finito per diventare un caso politico. Scaricato da Donald Trump, Pahlavi trova un Daniele Capezzone, ex Radicali anche lui, che lo chiama «principe» mentre lo intervista senza la minima contestazione. Il cimitero degli elefanti italiano è generoso: Maurizio Molinari su Repubblica e Cinque minuti da Bruno Vespa gli lasciano usare toni manichei e squinternati. Il regime degli ayatollah sarebbe “sull’orlo del collasso” e le recenti operazioni militari occidentali sarebbero una sorta di “intervento di soccorso umanitario” per un popolo in ostaggio, con l’Iran paragonato alla Germania nazista. Se è difficile per i Paesi occidentali scegliere con chi parlare quando si immagina un futuro dopo il regime iraniano, nella Penisola parlano tutti i peggiori.

Ma forse sarebbe meglio prendere sul serio questa pantomima, perché la bizzarria dell’uscita di Terzi di Sant’Agata è solo apparente: è chiaro a questo punto che una parte del governo Meloni, o almeno di Fratelli d’Italia, abbia interesse a promuovere il Mek come unica alternativa per l’opposizione iraniana, nell’ignoranza generale. Adottando, per lo scopo, persino formule demolitorie contro quello stesso Pahlavi idolatrato nelle manifestazioni italiane del Terzo Polo e accolto con riverenza dal nostro mainstream.

Roma non sa a quale leader dell’opposizione dare visibilità, ma in ogni caso finisce per “tifare” in una competizione interna tra fazioni che spesso si detestano tra loro quanto detestano il regime di Teheran.

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