La fase finale dei negoziati Usa-Iran è arrivata e per la terza volta in meno di un anno ecco il bivio tra la pace e la guerra. Mentre si avvicina la fine del cessate il fuoco mediato dal Pakistan, prevista per mercoledì 22 aprile, Washington e Teheran si scambiano messaggi di fuoco e provocazioni in un contesto in cui Islamabad mira a formalizzare la fase finale del negoziato in un contesto di grande incertezza.
Il negoziato di Schroedinger
Ci sarà trattativa? Donald Trump ha inviato Jared Kushner e Steve Witkoff, i dioscuri del negoziato, mentre Teheran nicchia. E il negoziato sembra il proverbiale gatto di Schroedinger, contemporaneamente vivo e morto a secondo della prospettiva da cui lo si guarda.
L’Iran fa pretattica. Denuncia il prosieguo del blocco americano dello Stretto di Hormuz, ormai diventato soggetto alla sovranità iraniana, e manda messaggi contrastanti: Shehbaz Sharif, premier pakistano, parla con il presidente Masoud Pezeshkian, che gli assicura sostegno alle trattative, ma l’agenzia di stampa Mizan comunica che il leader di Teheran avrebbe espresso timori sulla possibilità che Washington possa “tradire” la diplomazia; Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano, capo negoziatore, e uomo di sintesi del potere nazionale dopo la morte della Guida Suprema Ali Khamenei e dello stratega Ali Larijani, ha parlato alla Tv di Stato domenica sottolineando che ci sono stati “progressi” nonostante il braccio di ferro con Washington sull’apertura dello Stretto di Hormuz. L’agenzia di stampa Irib commenta però, citando fonti di Teheran, che “non è prevista alcuna partecipazione al prossimo round di colloqui tra Iran e Stati Uniti”.
L’Iran teme l’inganno di Usa e Israele
Mosse e contromosse, specchio della competizione interna ai poteri di Teheran e della volontà della Repubblica Islamica di massimizzare l’esito della guerra, che vanno di pari passo con l’imprevedibilità dell’amministrazione americana, e in generale riflettono un trend critico: non è certamente facile risolvere in una quindicina di giorni mezzo secolo di contenziosi culminati in sei settimane di guerra su larga scala che hanno inflitto pesanti danni a Teheran, stimati dal governo in oltre 3.300 morti e 270 miliardi di dollari di distruzioni materiali, e hanno mostrato le vulnerabilità strategiche di Usa e Israele, la possibilità di sottrarre spazi di controllo marittimo alla superpotenza Usa e la criticità degli approvvigionamenti energetici globali e della sicurezza del Medio Oriente.
A maggior ragione, non lo è dopo che per l’Iran già due volte la strada del negoziato con gli Usa è, in meno di un anno, repentinamente virata in quella della guerra. Il 13 giugno 2025 fu Israele a rompere gli indugi, col semaforo verde americano lanciando la “guerra dei dodici giorni” dopo due mesi di trattative sul nucleare e il 28 febbraio scorso Tel Aviv replicò in combinato disposto con gli Usa per la pesante offensiva aerea della Terza guerra del Golfo, solo due giorni dopo che Abbas Araghchi, ministro degli Esteri iraniano, aveva incontrato il duo Witkoff-Kushner in Svizzera a Ginevra.
In tal senso, il precedente segnato domenica 12 aprile con l’incontro di più alto grado tra Usa e Iran dal 1979 a oggi, culminato nella stretta di mano tra Ghalibaf e il vicepresidente J.D. Vance, appare destinato a non riproporsi a Islamabad, e andrà capito se l’assenza del numero due della Casa Bianca sia da ritenere come una spinta perché la diplomazia ordinaria faccia il suo lavoro o possa avere altre implicazioni politiche.
Trump accelera il ritorno alla guerra?
Per l’Iran, Witkoff e Kushner non sono più credibili come capo-negoziatori, bollati come “asset israeliani” dalla propaganda di Teheran e concretamente ritenuti inadeguati per maneggiare complessi dossier come quelli sull’arricchimento dell’uranio, i programmi balistici, le garanzie di sicurezza. Parimenti, anche Araghchi, espressione del “partito negoziale”, è sotto pressione: ha salutato la riapertura di Hormuz come funzionale ai negoziati, ma è stato gelato dal mantenimento del blocco navale americano, fatto che ha indispettito i Guardiani della Rivoluzione protagonisti della campagna militare di febbraio-aprile. “Questo non ha fatto altro che alimentare i sospetti dell’Iran su Trump e la convinzione che Islamabad, come Ginevra, sia solo uno stratagemma diplomatico in vista di un altro attacco militare”, ha scritto il politologo della John Hopkins University Vali Nasr, aggiungendo che “la porta della diplomazia non è chiusa, ma ora è diventata considerevolmente più difficile da percorrere”.
Per Nasr, “Trump ha minato la diplomazia e aumentato la probabilità di una nuova guerra”. Washington non ha vinto la guerra fino al cessate il fuoco. Mira a utilizzare la diplomazia in forze per invertire il trend, ma rischia di giocare col fuoco. E alle spalle di Washington, giunge da Tel Aviv un messaggio tutt’altro che sibillino del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu: “La guerra con l’Iran non è ancora finita”. L’ascendente del premier israeliano a Washington è noto. Quanto questo sia un whisful thinking e quanto una proposta di linea strategica lo si capirà dopo mercoledì. O forse prima, se il negoziato non ci sarà.
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