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Politica

Bulgaria, doccia fredda per l’Ue: vince la sinistra nazionalista di Radev

Una settimana dopo l’esultanza per la svolta a Budapest, dove Peter Magyar ha estromesso Viktor Orban dalla carica di premier dopo sedici anni, la Bulgaria riserva nel voto parlamentare una doccia fredda per i fautori del rafforzamento dell’Unione Europea perché...

Una settimana dopo l’esultanza per la svolta a Budapest, dove Peter Magyar ha estromesso Viktor Orban dalla carica di premier dopo sedici anni, la Bulgaria riserva nel voto parlamentare una doccia fredda per i fautori del rafforzamento dell’Unione Europea perché all’ottavo voto in cinque anni nel tormentato Paese balcanico è uscita vincitrice Bulgaria Progressista, la formazione di sinistra nazionalista e euroscettica guidata dal generale Rumen Radev. Questi è pronto a occupare la carica di primo ministro dopo essere stato, per nove anni, presidente della Repubblica, dal 2017 al gennaio scorso, quando si è dimesso dalla carica in larga parte cerimoniale di capo dello Stato per provare a essere l’uomo della svolta per il suo Paese bloccato in una paralisi prolungata sul fronte istituzionale.

Gli elettori bulgari hanno, stando alle prime rilevazioni, dato a Bulgaria Progressista dal 35 al 40% dei consensi. Il partito dei Cittadini per lo Sviluppo Europeo (Gerb) dell’ex premier Boyko Borisov, di orientamento conservatore, è calato di circa 10 punti rispetto al 26% del 2024, mentre tengono il 13,5% circa i liberali di Bulgaria Democratica.

Già comandante dell’Aviazione di Sofia, 63 anni, Radev è stato definito molto spesso “filorusso” da diversi commentatori. Politico.eu si interroga sulla possibile futura coalizione di governo con cui Radev potrà cercare di ottenere la guida del governo: “La questione cruciale ora è se cercherà di formare una maggioranza con i riformisti liberali filo-europei (che rappresentano circa il 14%), oppure se si alleerà con il Partito Socialista (che rappresenta circa il 4%) e i nazionalisti (che rappresentano circa il 5%), il che gli consentirebbe di formare un blocco di governo filo-Mosca”. L’ex militare si è presentato con una piattaforma fortemente incentrata su problemi interni: riforma della giustizia, prosciugamento della “palude” del cosiddetto “stato mafioso” ritenuto cleptocratico e corrotto, lotta al carovita. Radev si definisce “filo-bulgaro e filo-europeo”. I suoi critici lo accusano di aver simpatie per Vladimir Putin e Mosca e di voler riportare la linea Orban, estromessa in Ungheria, in Bulgaria.

Da presidente della Repubblica Radev ha contestato l’agenda europea ed atlantica sull’Ucraina, detto che Sofia non avrebbe dovuto inviare aiuti letali a Kiev e sottolineato che a suo avviso l’ingresso del Paese guidato da Volodymyr Zelensky nell’Alleanza Atlantica dovrebbe essere impedito. Va detto che Radev non ha mai espresso alcuna posizione favorevole al distacco di Sofia dalla Nato o dall’Ue, ma piuttosto interpreta un generico sentimento di stanchezza del Paese da lui guidato come capo dello Stato e che si è espresso anche attraverso le proteste animate che hanno accompagnato lo Stato balcanico verso l’ingresso nell’euro, avvenuto l’1 gennaio scorso.

Più che a Fidesz, il partito conservatore e nazionalista di destra di Orban, Bulgaria Progressista assomiglia a Direzione – Socialdemocrazia, la formazione socialista di Robert Fico, primo ministro slovacco, che interpreta un’idea di sinistra apertamente a favore della riforma istituzionale, dell’intervento statale volto a compensare gli squilibri della globalizzazione, della lettura dello scontro geopolitico come profondamente influente la realtà concreta dei Paesi. I Balcani, dicevano Winston Churchill, producono più storia di quanta ne riescano a digerire e l’onda lunga dell’Ucraina lo conferma. Dopo Budapest, sarà Sofia la nuova osservata dell’Europa? La notte elettorale bulgara sembra lasciarlo presagire. Il Paese balcanico ha già visto in passato un ex re, Simeon Borisov Saxe-Coburg-Gotha, ultimo sovrano del Paese da bambino dal 1943 al 1946 col nome di Simeone II, competere e vincere le elezioni divenendo primo ministro dal 2001 al 2005 alla guida del campo liberale; non sarà dunque uno strappo radicale vedere un presidente della Repubblica scendere nell’agone per diventare primo ministro. La sfida sarà nella sostanza. E qui i nodi su Radev, tra etichette e realtà, verranno al pettine.

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