Alla fine Netanyahu ha dovuto cedere accettando un cessate il fuoco di dieci giorni con Hezbollah, sviluppo che consente al più ampio cessate il fuoco mediorientale, statuito tra Iran e Stati Uniti, con Israele al seguito, una consistenza che non aveva.
Quest’ultimo scade lunedì, da qui la necessità che nei giorni che ci separano dalla scadenza si concretizzi un passo successivo, poco importa se un’estensione del cessate il fuoco o nuovi colloqui di pace o semplicemente l’annuncio di questi ultimi, quel che importa è che il persistere del conflitto tra Hezbollah e Israele, e la strage di civili libanesi conseguente, poneva criticità insuperabili al prosieguo del dialogo.
Ciò perché rappresentava una palese violazione degli accordi del cessate il fuoco più ampio, che ricomprendevano anche il Libano nonostante Washington l’abbia ostinatamente negato, dopo averlo accettato, obbedendo ai diktat israeliani che volevano che il conflitto libanese proseguisse.
Per far questo hanno provato a dissociare il conflitto del Paese dei cedri da quello contro l’Iran, usando anche il governo libanese, che si è espresso in tal senso (d’altronde di libanese questo governo ha ben poco, essendo stato imposto da Israele tramite esponenti Usa allineati alla sua causa).
Ma l’Iran è rimasto fermo sulla propria richiesta, nonostante continuasse a dialogare a distanza con l’America, così che a quest’ultima non è rimasto altro che moltiplicare le pressioni su Tel Aviv perché cedesse, cosa avvenuta ieri dopo un’iniziale resistenza di successo.
Ma affermare che Trump abbia piegato Netanyahu è semplicistico, perché semplicemente non ne ha la forza. È stato l’Impero nel suo insieme, che ha la forza necessaria, a riuscire nell’impresa, perché non poteva gestire i danni provocati dall’intrapresa suicida avviata dall’improvvido imperatore.
I potenti d’America, oltre che i potenti europei – non i politici, ma il Potere reale, ché i politici europei contano nulla – sono entrati nel panico vedendo il mondo, e soprattutto i loro diversificati affari, inabissarsi sempre più nella catastrofe causata del prolungamento del blocco di Hormuz, che il contro-blocco Usa (il bizzarro blocco del blocco) non faceva altro che acuire.
Non solo, mentre l’amministrazione americana continuava a minacciare sfracelli contro l’Iran, con reiterazione monomaniacale da parte dello stolido ministro della Guerra Pete Hegseth, nella speranza che Teheran potesse sorvolare sul cessate il fuoco nel Paese dei cedri e accettare, intanto, un nuovo round negoziale – preannunciato di fatto da Trump per questo fine settimana – Teheran non solo restava ferma nella richiesta, ma notificava che, in caso di una ripresa del conflitto, avrebbe bloccato, oltre Hormuz, anche il Mar Rosso.
Insomma, non c’era altra via che accettare la richiesta e Netanyahu non aveva più sponde esterne a cui appoggiarsi, da cui la (momentanea) capitolazione. Una capitolazione necessitata anche dalla campagna che l’IDF stava conducendo in Libano, dal momento che ogni giorno che passava era sempre più chiaro che l’esercito israeliano si era impantanato.
Non solo Hezbollah ha continuato a colpire le forze entrate in Libano causando uno stillicidio quotidiano di uomini e mezzi e a lanciare razzi in territorio israeliano, ma ha anche impedito che prendesse il controllo di Bint Jbeil, obiettivo chiave della campagna, così descritta dal Teheran Times: la città è un “nodo cruciale della geografia del Libano meridionale, intrecciata con una storia di resistenza che risale al secolo scorso contro l’occupazione francese. Bint Jbeil sorge in posizione strategica lungo il bacino del fiume Litani, elevandosi dalla sua pianura e dominando le colline circostanti”.
La storia a cui accenna il JP è anche recente, dal momento che tutte le guerre di Israele contro il Libano hanno trovato in questa città un baluardo inespugnabile, con l’ultimo capitolo di tale saga registrato durante l’invasione del 2006 quando i rovesci subiti in loco costrinsero l’IDF al ritiro.
Non si tratta di magnificare la resilienza di Hezbollah, quanto di registrare come Israele avesse sottostimato la milizia, data per degradata dal conflitto precedente e dai successivi raid perpetrati durante il cessate il fuoco, debolezza che avrebbe assicurato a Israele una vittoria relativamente facile e il controllo del Libano meridionale.
Non è andata così né c’erano speranze in tal senso, come annota un titolo del Jerusalem Post: “Mentre Trump dichiara la tregua, Israele ha raggiunto il limite della sua forza contro Hezbollah”. Sottotitolo: “I vertici delle Forze di Difesa Israeliane hanno ripetutamente chiarito di non avere le capacità per eliminare Hezbollah solo con la forza militare”.
Tale constatazione deve aver avuto un peso nella decisione di Netanyahu di cedere. Resta che l’accenno finale del sottotitolo cela una prospettiva, cioè che Israele tenterà di ottenere tramite i negoziati quel che gli era impossibile con la forza.
Per questo motivo aveva avvertito i libanesi di non tornare nel meridione, che nei disegni di Tel Aviv doveva restare spopolato dei residenti che aveva fatto evacuare. Invece, contravvenendo al monito, un fiume di libanesi si è riversato a Sud, ribadendo in tal modo la sovranità di Beirut su quel lembo di terra.
Così il futuro del Libano resta sospeso. Tanto si deciderà a Islamabad, sempre che il vertice tra Usa e Iran, che a questo punto dovrebbe aver luogo, non salti per qualche sabotaggio.
Da notare, infine, che nel giorno in cui è stata decretata la tregua in Libano le forze americane hanno definitivamente abbandonato la Siria. Coincidenza non casuale: evidentemente era una richiesta dell’Iran che, come risposta all’omicidio del generale Qassem Soleimani, aveva promesso di cacciare gli Stati Uniti dalla regione, una determinazione riemersa con forza nel recente conflitto (se poi in Siria si scontreranno Turchia e Israele appartiene al futuro).
Ora c’è spazio per il dialogo. L’Iran ha riaperto Hormuz con soddisfazione di Trump, il quale però ha notificato che il blocco americano resta in vigore fino all’eventuale accordo (Washington non riesce a uscire dai cliché in stile Western). Momentum di respiro e di speranza.
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