A volte il cinema riesce a raccontare la politica internazionale meglio di molti saggi. Il vecchio film di Oliver Stone dedicato a George W. Bush torna oggi d’attualità non per nostalgia cinefila, ma perché in quelle battute si ritrova una parte essenziale della grammatica strategica americana: il controllo dell’energia, la centralità dell’Eurasia, la funzione militare delle basi e l’idea che la cooperazione internazionale sia accettabile solo se guidata da Washington. La guerra americana contro l’Iran, riaperta sotto Trump, riporta in primo piano proprio questo schema. Non l’improvvisazione di un presidente impulsivo, ma la continuità profonda di una visione imperiale.
Il vero centro della questione: energia e geografia
Il nodo non è mai stato soltanto l’Iran in quanto tale, ma l’Iran come cerniera geografica e strategica. Chi guarda la carta capisce subito che Teheran non è solo uno Stato ostile agli Stati Uniti o a Israele. È un perno. Sta sul Golfo, domina indirettamente lo stretto di Hormuz, si affaccia su una delle zone più ricche di risorse del pianeta ed è collocato nel cuore della massa eurasiatica. In altre parole, è il tassello che manca a chi voglia proiettare potenza piena tra Mediterraneo allargato, Asia centrale, Golfo e Oceano Indiano.
La vecchia ossessione americana nasce da qui. Gli Stati Uniti sanno da decenni che il controllo delle risorse non si esercita soltanto possedendo il petrolio, ma presidiando i corridoi attraverso cui il petrolio passa. Hormuz è uno di questi snodi. Chi condiziona quel passaggio non controlla solo il mercato energetico regionale: influisce sui prezzi mondiali, sulle rotte marittime, sulle scelte industriali delle potenze concorrenti e sulla stabilità finanziaria dei grandi importatori asiatici ed europei.
L’impero delle basi e la guerra permanente
Il secondo punto è militare. Gli Stati Uniti non ragionano solo in termini di alleanze ma di architettura della presenza. Le basi disseminate nel mondo non servono unicamente alla difesa: sono strumenti di pressione, deterrenza, sorveglianza e intervento. In questo quadro, l’Iran è sempre apparso come una falla strategica. Washington ha consolidato la sua presenza in Iraq, nelle monarchie del Golfo, nel Levante e nell’Oceano Indiano, ma Teheran continua a rappresentare il vuoto che impedisce la chiusura del cerchio.
È qui che torna l’idea della guerra permanente. Quando una potenza definisce come preventiva la possibilità di colpire dovunque ritenga necessario, smette di concepire il conflitto come eccezione e lo trasforma in condizione ordinaria. Non si entra più in guerra per uscirne, ma per restare. È una logica che abbiamo visto in Iraq, in Afghanistan e, sotto forme diverse, in molti altri teatri. Oggi riemerge sull’Iran con una chiarezza brutale: l’obiettivo non è solo contenere una minaccia, ma impedire che si consolidi un polo regionale autonomo capace di intrecciarsi con Russia e Cina.
La partita con Mosca e Pechino
Dietro la crisi iraniana non c’è soltanto il confronto con la Repubblica islamica. C’è il grande duello per l’Eurasia. Gli Stati Uniti sanno che il futuro della potenza mondiale si gioca lì, dove si concentrano energia, risorse minerarie, corridoi terrestri, infrastrutture e mercati emergenti. Un Iran stabile, ostile a Washington ma integrato nei circuiti euroasiatici, rappresenta per gli americani un moltiplicatore di influenza per Mosca e Pechino. Per questo il dossier iraniano non può essere letto soltanto come un capitolo medio-orientale. È parte di una competizione sistemica.
Dal punto di vista geoeconomico, la posta è altissima. Un conflitto prolungato con l’Iran o un controllo più aggressivo dell’area del Golfo significa mettere sotto tensione le catene energetiche globali, alzare il prezzo del rischio marittimo, colpire la competitività europea e costringere l’Asia ad adattarsi a un ambiente strategico più instabile. In questo senso la guerra non è mai solo militare: è una leva per ridisegnare gerarchie economiche, dipendenze industriali e rapporti di forza tra potenze.
Trump come stile, non come eccezione
L’errore più comune è pensare che Trump rappresenti una rottura. In realtà Trump è soprattutto uno stile: più rude, più diretto, più esplicito. Ma il fondo della strategia resta lo stesso. Dove i presidenti precedenti usavano il linguaggio dei diritti, della stabilizzazione o della lotta al terrorismo, Trump rimette sul tavolo il lessico nudo della forza, dell’interesse e della supremazia. Non inventa la logica imperiale americana: la denuda. Ecco perché quel vecchio immaginario cinematografico torna utile. Ci ricorda che la politica estera americana non si muove soltanto sulle emergenze del momento, ma su costanti storiche: sicurezza energetica, controllo delle vie di transito, superiorità militare, contenimento dei rivali strategici. L’Iran è il punto in cui tutte queste costanti si incontrano.
Il problema è che questa visione, apparentemente razionale dal punto di vista imperiale, produce effetti destabilizzanti a catena. Trasforma il Medio Oriente in un campo di battaglia strutturale, accelera l’avvicinamento tra potenze revisioniste, spinge verso una militarizzazione del commercio energetico e moltiplica il rischio di crisi simultanee. Alla lunga, l’impero che vuole controllare tutto finisce per vivere in stato di mobilitazione continua, pagando costi crescenti per preservare una supremazia sempre più contestata.
Per questo la questione iraniana va ben oltre Trump, ben oltre il petrolio e persino ben oltre il Medio Oriente. È il riflesso di una potenza che teme il declino e che, proprio per questo, considera il controllo dell’Eurasia come l’ultima garanzia del proprio primato. Il punto è capire se questa corsa al dominio possa ancora produrre ordine o se, al contrario, stia ormai generando soltanto un disordine sempre più difficile da governare.
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