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Guerra

Le “zone cuscinetto” e la guerra senza fine di Israele

Le zone cuscinetto israeliane in Libano, Siria, Gaza e Cisgiordania, presentate come una semplice misura di sicurezza, fanno parte di una strategia che alimenta l’espansione territoriale e consolida uno stato di guerra permanente nella regione.

Si sono svolti martedì a Washington colloqui diretti tra Libano e Israele per esplorare la possibilità di un accordo. Convitato di pietra Hezbollah, non presente ai negoziati. Trattative difficili, con Israele che chiede il disarmo di Hezbollah, che gli è impossibile conseguire con la forza (come ha ammesso lo stesso IDF) e Beirut che chiede il cessate il fuoco e il ritorno del Libano meridionale sotto la sua sovranità, richiesta a cui difficilmente Tel Aviv darà seguito perché dovrebbe rinunciare a quella “zona cuscinetto” che ha posto come obiettivo prioritario dell’invasione di terra.

Inutile in questa sede richiamare le tante complessità di questo dialogo, che si intreccia con quello che intercorre tra Iran e Usa, più utile soffermarsi sulla pretesa di una zona cuscinetto.

“La guerra perpetua”

Israele, con le cosiddette “zone cuscinetto” che si è creata all’intorno – Gaza, Cisgiordania, Siria, Libano meridionale – ha di fatto abbracciato la prospettiva di una “guerra perpetua”, si legge sul Jerusalem Post

Il fatto è che dal 7 ottobre 2023 l’espansionismo israeliano non ha conosciuto tregua, dilagando nei Paesi confinanti a tale scopo. La motivazione ufficiale è sempre la stessa: la creazione di “buffer zone” per difendersi dai vicini, identificati come “minacce esistenziali”. L’occupazione di questi territori — con le migliaia di vittime e i connessi esodi di massa — viene presentata da Israele come necessaria per contenere Hezbollah in Libano, Hamas a Gaza e per “difendere i drusi [siriani] dai gruppi islamisti radicali e dalle milizie sciite”.

Si tratta di una strategia che la storia ha già smentito più volte. “Le zone cuscinetto non hanno mai garantito sicurezza duratura: spesso diventano, al contrario, nuovi fronti di guerra”, osserva Arab News.
Oggi questa logica appare ancora più fragile. “In un’epoca in cui missili balistici e droni possono colpire obiettivi strategici lontani con sempre maggiore precisione”, prosegue il media arabo, “l’idea di una zona cuscinetto protettiva non è solo erronea, ma è del tutto priva di senso”.

Eppure il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, continua a sostenere che le forze israeliane debbano mantenere il controllo di ampie aree del Libano meridionale “per garantire la sicurezza dei residenti sfollati nel nord di Israele”. Recentemente le truppe israeliane hanno distrutto cinque ponti sul fiume Litani, a circa 30 chilometri dal confine, isolando ancor più il Libano meridionale dal resto del Paese dei cedri e delimitando in maniera netta la zona cuscinetto che, come ha aggiunto Katz, sarà mantenuta “fino a quando il nord di Israele sarà sicuro”.

Ma è improbabile che questa occupazione — che resta una evidente violazione del diritto internazionale — raggiunga i suoi obiettivi dichiarati. Semmai, “rischia di lasciare gli israeliani, e in particolare i soldati” che dovrebbero controllarla, “più vulnerabili”.

In realtà, cioè tale strategia non porterà affatto la pace, al contrario non farà altro che prolungare i conflitti e aumentare l’esposizione militare di Israele

Lo ammette, in modo significativo, anche il Jerusalem Post, testata non certo ostile al governo Netanyahu: “Anche se gli Stati Uniti e l’Iran cercano un cessate il fuoco, Israele sta conquistando sempre più territorio dei Paesi vicini in preparazione di un conflitto prolungato in tutto il Medio Oriente”.

La creazione di “zone cuscinetto”, secondo quanto riferito alla Reuters da funzionari militari israeliani, è frutto di un cambio di strategia deciso nel post 7 ottobre 2023: una scelta che di fatto colloca il Paese in uno stato di guerra semi-permanente. Tale approccio parte da una constatazione: né l’Iran, né Hezbollah, né Hamas possono essere eliminati definitivamente.

“I leader israeliani hanno concluso che sono entrati in una guerra senza fine”, ha spiegato Nathan Brown del Carnegie Endowment for International Peace, contro avversari che, proprio perché non possono essere sconfitti in via definitiva, “devono essere contenuti, intimiditi o disperdersi”.

La prospettiva della Grande Israele

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un’occupazione militare estesa tra Libano, Siria, Cisgiordania e Gaza, con Israele che continua a controllare ampie porzioni di territorio ben oltre i propri confini.

Anche tra gli analisti israeliani, però, emergono dubbi. Ofer Shelah, ex deputato della Knesset per il partito Yesh Atid, ammette che una buffer zone nel sud del Libano potrebbe, nel breve periodo, ridurre il rischio di attacchi o incursioni da parte di Hezbollah. Ma a quale prezzo? Mantenere forze dispiegate contemporaneamente in Libano, Gaza, Siria e Cisgiordania significa sottoporre un esercito già in difficoltà, come pubblicamente dichiarato dal Capo di Stato Maggiore Eyal Zamir, a una pressione ulteriore, difficilmente sostenibile nel lungo periodo.

E soprattutto, in uno scenario in cui missili e droni iraniani sono già in grado di raggiungere profondità strategiche all’interno del territorio israeliano — da Tel Aviv ad Haifa, da Beit Shemesh fino a Dimona — l’idea che una fascia di territorio occupato possa funzionare da “scudo” appare sempre più insulsa.

La conclusione, nelle sue stesse parole, è quasi paradossale: “Sarebbe meglio, alla fine, tornare al confine internazionale e mantenere una difesa mobile, senza avamposti permanenti”.

Insomma, anche le analisi strategiche, oltre che le ineludibili considerazioni umanitarie, rivelano che perché Israele possa godere della pace è necessario che le popolazioni dei Paesi confinanti tornino a vivere nei territori da cui sono stati cacciati con la forza.

Fin qui le motivazioni ufficiali dell’occupazione di terre altrui e le criticità connesse. In realtà, è impossibile che tali criticità siano ignote agli strateghi israeliani. La verità è l’idea delle zone cuscinetto cela tutt’altro, la dilatazione dei confini israeliani in linea con la prospettiva della Grande Israele. Questo il motivo che in realtà impedisce il ritiro dai territori conquistati, questo il nodo che ad oggi sembra impossibile sciogliere.

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