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Difesa

Cosa sono le Hell Ship e perché gli Usa si impegnano a recuperarne una, tra missione umanitaria e spionaggio

La Us Navy vuole portare alla luce i resti dei 250 soldati morti sulla Ōryoku Maru, una delle cosiddette "Hell Ship", ma perché proprio ora? Dopo oltre 80 anni dall'affondamento

La Marina Militare degli Stati Uniti vuole portare alla luce i resti dei 250 soldati morti sulla Ōryoku Maru, una delle cosiddette Hell Ship, le navi giapponese adibite al trasporto di prigionieri che vennero affondate, condannando a morte certa i prigionieri che rimanevano intrappolati nella stiva, all’insaputa degli aerei o dei sottomarini che non erano al corrente della loro presenza. La tempistica di questo sforzo logistico, tuttavia, lascia aperto un interrogativo sulla vera ragione di questa operazione: ordine geopolitico o interessi nascosti?

Nelle torbide acque delle Filippine, nella Subic Bay, un piccolo gruppo di sommozzatori si immerge da settimane per lavorare sul relitto della Ōryoku Maru, che giace sul fondale a poche centinaia di metri dalla costa dal 15 dicembre del 1944. A bordo, erano oltre 1.600 persone: prigionieri di guerra stipati nelle stive, come delle merci, costretti a sopportare le condizioni più estreme, dopo essere stati sottoposti alla dura prigionia che veniva riservata dai giapponesi. Abbiamo visto tutti il Ponte sul fiume Kwai o Unbroken, e non si tratta di sola finzione. Molti di loro, almeno 250, non sarebbero mai usciti vivi da quella traversata.

Adesso, a più di ottant’anni di distanza, la Marina degli Stati Uniti è tornata in quel punto preciso del Mar Cinese Meridionale con l’obiettivo – dichiarato – di recuperare i resti dei soldati alleati, in larga parte americani, che sono rimasti intrappolati all’interno del relitto. Il Dipartimento della Difesa ha presentato l’operazione come un “impegno morale verso i caduti e le loro famiglie” che è stato affidato alla DPAA, la Defense Pow/Mia Accounting Agency, l’agenzia del Pentagono incaricata di riportare a casa i dispersi di guerra. Le sigle Pow e Mia stanno rispettivamente per Prisoner of War e Missing in Action. Tuttavia, le coordinate che trovano luogo nel Mar Cinese Meridionale, acque contese di grande interesse per la Repubblica Popolare Cinese che reclama diritti di esclusività e controllo, possono indurre verso congetture di carattere spionistico. O almeno sollevare il dubbio che nelle acque basse della Subic Bay, o nelle immediate vicinanze, si celino altri interessi.

Una foto aerea della Ōryoku Maru, la Hell ship affondata dagli americani nella baia di Subic

Secondo quanto riportato dagli esperti, il relitto della Ōryoku Maru, affondata da caccia e aerosiluranti imbarcati sulla portaerei Uss Hornet che attaccarono la nave “priva di insegne” mentre si avvicinava alla base navale di Olongapo, non sarebbe solo “difficile da raggiungere“, ma sarebbe anche è difficile da esplorare a causa delle correnti della baia che hanno contribuito a trascinare sabbia e limo che si sono sedimenti in diversi strati, seppellendo il relitto e riducendo drasticamente la visibilità dei sommozzatori, che operano in un settore soggetto a mutevoli condizioni meteorologiche, dato che uragani e forti mareggiate possono “interrompere o complicare le operazioni in qualsiasi momento“. La vicinanza con il fiume sotterraneo di Puerto Princesa ha contribuito a trasformare il fondale in un ambiente instabile e decisamente torbido dove il relitto, una massa di acciaio deformato dal tempo e dalle esplosioni controllate che affondarono la Ōryoku Maru, 118 metri per un dislocamento di oltre 7.000 tonnellate, per liberare il passaggio alle altre navi.

Nonostante queste difficoltà, la “presenza americana” nella baia si è consolidata attraverso navi di supporto, equipe di sommozzatori della Marina e una rete complessa di strumenti stanno operando in un’area che, dal punto di vista geopolitico, è tutt’altro che neutrale. Subic Bay si affaccia infatti su una delle regioni più sensibili del globo, a breve distanza da rotte strategiche del Mar Cinese Meridionale da un’area — quella attorno alle isole Paracelso e gli altri “atolli militarizzati” — dove la Marina militare cinese conduce regolarmente pattugliamenti e manovre di pressione verso le altre potenze regionali. È proprio in questo contesto che la missione di recupero dei resti dei soldati alleati morti a seguito dell’affondamento assume contorni meno lineari.

Ufficialmente si tratta di un’operazione di recupero umanitario per uomini che hanno patito una morte atroce. Dopo l’affondamento della nave: “Molti uomini persero la ragione e si aggiravano nel buio più totale armati di coltelli, tentando di uccidere le persone per berne il sangue, oppure brandendo borracce piene di urina e agitandole nell’oscurità. La stiva era così affollata e tutti così incastrati l’uno nell’altro che l’unico movimento possibile era quello di passare sopra le teste e i corpi degli altri“, riportano le testimonianze di quelli inferno. Tuttavia, la tempistica e la scala dell’intervento sulla Ōryoku Maru sollevano interrogativi. Non è la prima volta che attività tecnicamente complesse, come quelle subacquee, si sovrappongono a esigenze di presenza e monitoraggio in aree contese dove sonar, ecoscandagli, magnetometri, e sopratutto droni e veicoli subacquei stanno entrando in azione per ispezionare il relitto e individuare varchi sicuri nella struttura sommersa, ottenendo ed elaborando una grandi quantità di dati nei loro “gemelli digitali”, o Digital Twin, che permettono di ricostruire virtualmente il relitto e simulare scenari di intervento, mentre reti di sensori subacquei contribuiscono a creare una mappa dinamica dell’ambiente.

Parallelamente, a migliaia di chilometri di distanza, nei laboratori della DPAA alle Hawaii, un team di antropologi forensi lavora sull’identificazione dei resti attraverso l’analisi del DNA. Un processo lungo, complesso e tutt’altro che garantito: l’ambiente marino, nel corso di decenni, può aver compromesso in modo irreversibile ciò che resta dei corpi. “Probabilmente ci vorranno anni”, ha ammesso John Byrd, direttore dell’analisi scientifica dell’agenzia. Una stima che riflette non solo le difficoltà tecniche, ma anche l’incertezza sull’effettivo esito della missione. Resta dunque il dubbio sul perché attendere così tanto tempo per concentrare tante risorse nelle operazioni di recupero intorno al relitto noto da decenni, in un’area che oggi è al centro di tensioni geopolitiche crescenti. La risposta ufficiale parla di memoria e responsabilità. Ma, come spesso accade in mare aperto – in un’epoca di crescenti operazioni di spionaggio sottomarino – la linea tra operazione umanitaria e presenza strategica può essere sottile.

Le Hell Ship: un destino infernale

Le cosiddette “Hell Ship”, imbarcazioni assegnate alla Marina Imperiale Giapponese per il trasporto dei prigionieri di guerra alleati durante la Seconda guerra mondiale, entrarono in scena nel 1942, traghettando migliaia di uomini nelle loro stive, in condizioni disumane, tra spazi angusti, quasi totale assenza di aria, cibo e acqua, temperature altissime e nessuna assistenza sanitaria. I viaggi potevano durare settimane, durante le quali molti morivano per asfissia, fame, dissenteria e stenti provocati dal loro collasso psicofisico. Poiché queste navi trasportavano anche truppe e materiali militari, non erano riconoscibili come mezzi con prigionieri e quindi venivano attaccate da sottomarini e aerei alleati: nel corso del conflitto, che nel Pacifico si protese fino all’agosto del 1945, oltre 20.000 prigionieri persero la vita proprio a causa di questi affondamenti.

Tra gli episodi più tragici vi è quello dell’Arisan Maru, silurata nell’ottobre 1944 con a bordo oltre 1.700 prigionieri: quasi tutti riuscirono a uscire dalle stive, ma i soccorsi non arrivarono e solo nove sopravvissero. Anche la Brazil Maru, coinvolta nel trasferimento dei superstiti dell’Oryoku Maru, non affondò ma rappresenta un esempio delle condizioni estreme: dei centinaia di uomini giunti in Giappone, molti morirono poco dopo per le gravi condizioni fisiche.

La Buyo Maru, colpita nel gennaio 1943, causò la morte di centinaia di prigionieri, molti dei quali indiani; l’episodio fu controverso anche per il fuoco aperto sulle scialuppe. La Enoura Maru, già carica di superstiti di altri naufragi, venne bombardata nel porto di Taiwan causando circa 350 morti, mentre la Hofuku Maru fu affondata da aerei americani con oltre mille vittime tra prigionieri britannici e olandesi. Particolarmente devastante fu la sorte della Jun’yō Maru, silurata nel settembre 1944: morirono migliaia di lavoratori forzati e oltre 1.600 prigionieri di guerra, uno dei peggiori disastri marittimi della storia. Nello stesso periodo, la Kachidoki Maru e la Rakuyo Maru furono affondate nello stesso convoglio: centinaia morirono, e nel caso della Rakuyo anche in quel caso molti superstiti vennero uccisi successivamente. Altri casi mostrano sia affondamenti sia morti per condizioni disumane: la Lisbon Maru vide circa 800 prigionieri britannici morire per mano dei loro carcerieri; la Maros Maru non affondò ma causò numerose morti durante una lunga sosta per riparazioni; la Montevideo Maru affondò con oltre mille prigionieri australiani a bordo; ka Shinyo Maru e la Suez Maru evidenziano un ulteriore aspetto brutale: in entrambi i casi molti prigionieri che tentavano di salvarsi vennero uccisi dalle stesse guardie giapponesi, nel caso della Suez Maru non ci furono sopravvissuti.

Nel complesso, queste navi rappresentano uno degli aspetti più drammatici della guerra nel Pacifico: non solo per gli affondamenti, ma per l’estrema sofferenza vissuta a bordo, che trasformò questi bastimenti in prigioni galleggianti destinate spesso a diventare tombe sommerse dove ancora oggi, le spoglie mortali degli sventurati prigionieri di guerra, riposano senza nome e distanti, migliaia di miglia, dalle loro case e dalle loro famiglie.

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