Skip to content
Media e Potere

I segreti del giornalismo d’inchiesta: conversazione con Alessandro Politi

L’inchiesta è una delle componenti critiche del giornalismo, una delle sue essenze più profonde assieme al reportage: coniuga attenzione alle fonti, lavoro sul campo, analisi approfondita di tracce e sentieri, capacità di connessione degli elementi critici e l’applicazione del “Rasoio...

L’inchiesta è una delle componenti critiche del giornalismo, una delle sue essenze più profonde assieme al reportage: coniuga attenzione alle fonti, lavoro sul campo, analisi approfondita di tracce e sentieri, capacità di connessione degli elementi critici e l’applicazione del “Rasoio di Occam” per separare ciò che è indispensabile dalle tracce fuorvianti e dalle “polpette avvelenate”. Alessandro Politi, giornalista d’inchiesta già titolare di un corso alla Newsroom Academy di Inside Over, ne parla nel saggio “Cento tecniche segrete del giornalista investigativo. Domande, strategie e consigli pratici per arrivare alla verità”, di recente uscita ed edito da Oligo. Lo abbiamo raggiunto per discutere dei “ferri del mestiere” del giornalista d’inchiesta.

“Cento tecniche segrete del giornalista investigativo. Domande, strategie e consigli pratici per arrivare alla verità” – di Alessandro Politi

L’inchiesta è metodo, studio, disciplina”, scrivi nel libro. Quali sono le garanzie per far si che la verità diventi solo un’opinione?

La verità non è un’opinione. È la frase che scrivo sempre nei miei firmacopie, ed è il punto da cui bisogna partire. Le garanzie esistono: sono i fatti, i documenti, i riscontri, l’onestà intellettuale. Il problema è che oggi queste garanzie vengono spesso abbandonate. Viviamo in un sistema in cui la suggestione ha più forza della prova, in cui pseudo-esperti e complottisti da salotto costruiscono narrazioni fatte di “svolte”, “colpi di scena”, “scoop incredibili” che in realtà sono decontestualizzazioni, manipolazioni, letture parziali. La verità si difende con il metodo, ma soprattutto con un’etica precisa: non usare tragedie, non usare le vittime, non usare frasi estrapolate per far crescere il proprio profilo, per fare share, like, monetizzazione. Quando l’obiettivo diventa quello, non è più informazione. È sfruttamento. Ed è qualcosa che, senza giri di parole, è indegno.

Alessandro Politi

Quali ritieni siano state le esperienze più formative per la tua carriera di giornalista d’inchiesta?

Le esperienze più formative sono state prima di tutto personali. Sono cresciuto accanto a mio padre e a mia madre, entrambi giornalisti, con una forte impostazione culturale e professionale. Mio padre, cronista di nera in Sicilia, ha raccontato la mafia per anni, subendo minacce, intimidazioni, attentati, senza mai piegarsi. Da lui ho imparato cosa significa davvero questo mestiere: rigore, coraggio, coerenza. Poi c’è stata la gavetta, dura, alle Iene, con Davide Parenti, Marco Fubini e Giorgio Romiti: un passaggio fondamentale, dove ho imparato sul campo cosa vuol dire costruire un’inchiesta. E infine la Rai, dove ho continuato a crescere, anche lì tra difficoltà e responsabilità. Nessun percorso è lineare. Ma ogni passaggio ti costruisce.

L’inchiesta si basa, molto, sulla capacità di valutare le prove. L’IA e le nuove tecnologie pongono questi rischi?

Le tecnologie, e quindi anche l’intelligenza artificiale, non sono il problema in sé. Sono strumenti. Possono essere un valore enorme oppure un rischio enorme. Dipende da chi li usa e con quale finalità. Se alla base ci sono deontologia, studio, metodo, rispetto delle regole e delle persone, allora diventano un alleato potente. Se invece l’obiettivo è costruire una narrazione, vendere suggestioni, spacciare ipotesi per verità, allora diventano pericolosissimi. Il rischio più grande oggi non è la tecnologia, è l’uso distorto della tecnologia da parte di chi non ha alcuna cultura del metodo.

Come evolve il giornalismo d’inchiesta in relazione ai nuovi media, social e non solo?

Il giornalismo d’inchiesta oggi ha una doppia faccia. Da un lato i nuovi media sono uno strumento straordinario: permettono di raccogliere testimonianze, documenti, segnalazioni, di allargare il campo delle fonti. Dall’altro lato, però, si è creato un ecosistema tossico fatto di personaggi improvvisati, finti giornalisti, pseudo-esperti, investigatori della domenica che si autoproclamano tali senza alcuna competenza. Persone che analizzano video, espressioni, dettagli irrilevanti, costruendo accuse e diffamazioni senza alcun rispetto. Questo è il vero problema. Siamo arrivati a un punto in cui chiunque può fare informazione senza regole, senza responsabilità, con l’unico obiettivo di ottenere visibilità e guadagno. Serve una riflessione seria, anche normativa: chi fa informazione, soprattutto in ambito giudiziario, deve essere sottoposto a regole, responsabilità, limiti chiari. Non è censura, è tutela della verità e delle persone.

Professionalmente, quali sono le inchieste che ritieni più significative per la tua carriera?

Le inchieste più significative sono quelle che ti cambiano lo sguardo. Il caso ThyssenKrupp in Germania è stato uno spartiacque: un lavoro di studio e investigazione anche sotto copertura che mi ha segnato profondamente, sia umanamente che professionalmente. Poi il delitto di Pompeo Panaro e la vicenda del bomb jammer legata a Falcone e Borsellino: due inchieste che mi hanno fatto capire quanto possa essere complesso, e a volte opaco, il rapporto tra giustizia, potere e verità. Sono storie che avrebbero dovuto scuotere il Paese e che invece, per vari motivi, si sono fermate. E questo è qualcosa che ancora oggi faccio fatica ad accettare.

Cosa ti senti di consigliare ai giovani che vogliono seguire le tue orme e diventare giornalisti d’inchiesta?

    Ai giovani dico una cosa molto semplice: studiate. Studiate davvero. Questo è il mestiere più bello del mondo, ma non è quello che vedete oggi sui social. Non è pubblicare atti illegalmente, non è diffamare, non è costruire teorie complottiste per fare visualizzazioni. È un lavoro che richiede preparazione, diritto, procedura penale, conoscenza delle regole e delle carte deontologiche. Richiede anche una scelta: decidere se volete essere credibili o visibili. Perché oggi spesso le due cose non coincidono. Affidatevi a chi fa questo mestiere con serietà, imparate a distinguere chi informa da chi sfrutta. E soprattutto ricordatevi perché lo fate: non per voi stessi, ma per gli altri. Per fare, nel vostro piccolo, la differenza.

    Abbonati e diventa uno di noi

    Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

    Lascia un commento

    Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto

    Perché abbonarsi

    Sostieni il giornalismo indipendente

    Questo giornale rimarrò libero e accessibile a tutti. Abbonandoti lo sostieni.