“Nell’immaginario occidentale Taiwan è generalmente descritta come una prospera democrazia assediata da un vicino totalitario”, ciò attrae solidarietà e sollecita a difenderla. Il volume The Struggle forTaiwan di Sulmaan Wasif Khan, pur non negando la vitalità dell’isola, “complica questo quadro con una narrazione più cupa e inquietante”. Così su Antiwar.

Conquistata nel 1683 dalla Cina dei Quing, Taiwan fu a lungo considerata un baluardo difensivo dell’Impero ma non una parte integrante. D’altronde, successivamente Pechino non ebbe modo di interessarsi dell’isola: le guerre dell’Oppio e “il secolo dell’umiliazione” conseguente fecero dei Quing un’autorità fantoccio, più volte difesa in punta di baionetta dalle forze coloniali contro le massive insurrezioni popolari volte a ripristinare la dignità perduta.
In questo contesto di umiliazione, la prima guerra sino-nipponica del 1894-95, grazie alla quale il Giappone conquistò Taiwan, che conobbe uno sviluppo prima ignoto in parallelo all’oppressione coloniale, da cui un sentimento ambivalente verso i conquistatori.
La nuova svolta avvenne con la seconda guerra sino-giapponese, confluita poi nella Seconda guerra mondiale, con gli americani pronti a sostenere il Kumintang di Chiang Kai-shek contro il comune al nemico. E, però, Chiang dava più importanza al conflitto interno, quello contro i comunisti, tanto che “riservò le sue truppe migliori al blocco navale contro i comunisti anziché alla lotta contro i giapponesi”, suscitando irritazione negli Usa.
Fu nella Conferenza del Cairo del 1943 che Franklin D. Roosevelt promise Taiwan a Chiang: “un atto di arroganza imperialista”, secondo Khan, dal momento il popolo cinese non fu minimamente consultato. “Gli Stati Uniti continuarono a sostenere Chiang durante la successiva guerra civile cinese, anche se la corruzione” e la “brutalità del suo regime gli alienarono la popolazione spingendola tra le braccia dei comunisti”.
“La tragedia della decisione americana di consegnare Taiwan a Chiang Kai-shek divenne drammaticamente evidente nel 1945. Quando le truppe del Kuomintang arrivarono sull’isola a bordo di navi americane non si comportarono da liberatori, bensì da conquistatori, saccheggiando le infrastrutture” e opprimendo la popolazione.
Le tensioni culminarono nelle proteste del ’47, represse con “massacri indiscriminati”, durante i quali vennero gustiziati “migliaia di membri dell’élite taiwanese, studenti e leader civici”. Seguì il “Terrore Bianco”, uno “stato di polizia che durò per decenni. I dissidenti venivano giustiziati, imprigionati e torturati […] Khan sottolinea l’amara ironia del fatto che il primo movimento moderno per l’indipendenza e la democrazia taiwanese non fosse diretto contro il partito comunista di Pechino”, bensì contro il regime di Chiang Kai-shek sostenuto dagli Usa.
Quindi, Khan documenta la lotta contro l’oppressione: funzionari americani rendicontavano “dettagliatamente le atrocità” del regime e come le armi e il supporto logistico di Washington venissero usati per la repressione. “Ma l’amministrazione Truman, paralizzata dalla Guerra Fredda e dall’impegno nei confronti di Chiang, considerato un baluardo contro il comunismo”, scelse di non vedere.
“L’analisi di Khan spiega perché il nazionalismo cinese è così sensibile alla questione di Taiwan. Non è semplicemente una questione territoriale; è una ferita ancora aperta dell’era coloniale, della guerra civile e dell’intervento straniero. Per decenni, Chiang Kai-shek ha utilizzato Taiwan non solo come rifugio, ma anche come base da cui bombardare le città costiere cinesi, bloccare porti, condurre incursioni e infiltrare agenti, tutto sotto la protezione” americana.
“[…] Gli Stati Uniti si sono trovati nell’assurda posizione di proteggere la dittatura di Taipei che si proclamava governo legittimo di tutta la Cina ed era seriamente intenzionata a riprendere la guerra civile”. Così, “quando Taiwan divenne l’ultimo baluardo del Kuomintang […] era inevitabile che i comunisti vi rivolgessero la loro attenzione. Chiang non si accontentava di rimanere inerte sull’isola a leccarsi le ferite. Usava Taiwan come base per condurre una guerra navale contro il PCC. Per i comunisti il problema non era Taiwan in sé, ma il nemico ostile che la controllava”, sostenuto dagli States.
Un lungo confronto che nella crisi dello Stretto di Taiwan nel 1955 vide profilarsi il fantasma dall’atomica, che Eisenhower minacciò di usare “per difendere le isole strategicamente insignificanti di Kinmen e Matsu […] che Chiang Kai-shek si rifiutava” di lasciare a Pechino. Il rischio “si ripropose con la seconda crisi dello Stretto di Taiwan, del 1958, quando Dulles ripropose l’uso delle bombe atomiche”, anche stavolta evitate per un poco.
“Il generale statunitense Douglas MacArthur ha definito Taiwan ‘una portaerei inaffondabile’, mentre per Pechino Taiwan rappresenta una minaccia alla propria sovranità, una testa di ponte da cui un regime rivale, sostenuto da una superpotenza globale ostile, minaccia l’esistenza stessa della Repubblica popolare cinese. Rappresenta, inoltre, l’ultimo territorio conquistato con la forza – prima dai giapponesi, poi dagli Stati Uniti – e che deve essere restituito alla madrepatria. Per le élite e il popolo cinese Taiwan è un simbolo di sicurezza nazionale e dignità”.
La contrapposizione con gli Usa finì con l’appeasement siglato da Kissinger, presidenza Nixon, da cui nacque il compromesso “One China” che riconosceva l’unicità del territorio cinese, accordando una semi-indipendenza all’isola. Una formula che, nella sua studiata ambiguità, assicurò la pace tra le due superpotenze.
In tempi recenti, però, la prosperità della Cina ha suscitato l’ostilità dell’America, a iniziare dalla prima presidenza Trump per arrivare al parossismo con Biden. Ciò ripropone il rischio di una conflagrazione nucleare, evitata in precedenza non solo grazie alla deterrenza, ma anche grazie alla “fortuna”, come annota Khan.
“Nel ricostruire la storia di come gli Stati Uniti sacrificarono Taiwan a un tiranno, Khan ci esorta a comprendere come la vera responsabilità oggi non stia nel prepararsi alla prossima guerra”, ma nel “prevenirla”…
Per una bizzarria del destino, e forse per la sua genesi cinese che lo distingue dalle altre forze politiche taiwanesi, oggi il Kumintang propugna un riavvicinamento con la Cina continentale. Da qui l’imporanza della visita del presidente del partito, Cheng Li-wun, a Pechino di questi giorni. Importanza doppia perché precede la visita di Trump nella Terra di mezzo fissata per maggio.
_______________
Piccolenote è collegato da affinità elettive a InsideOver. Invitiamo i nostri lettori a prenderne visione e, se di gradimento, a sostenerlo tramite abbonamento.
Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

