Fra le molte conseguenze che l’aggressione israelo-statunitense all’Iran sta provocando, ce n’è una – forse l’unica – che i commentatori stanno trascurando. Un dato che non ha alcun peso sul piano militare, ma ne assume molto su quello politico, ed ancor più sul terreno metapolitico dello scontro tra idee e visioni del mondo che, al di là delle apparenze, è l’ambito principale in cui si giocherà il futuro delle diverse civiltà che oggi popolano il pianeta. Parliamo della vigorosa ed evidente ripresa della spaccatura che separa, più ancora che due impostazioni ideologiche, due mentalità (e quasi ci verrebbe da dire due universi antropologici): la destra e la sinistra.
Chi ci sta leggendo rimarrà probabilmente stupito da questa affermazione e supporrà che siamo sul punto di ribaltare un assunto – quello dell’incapacità di questa coppia concettuale di interpretare le linee di convergenza e di conflitto fondamentali della nostra epoca – del quale siamo affezionati e convinti sostenitori da almeno quarantacinque anni a questa parte. Non è così, come constaterà chi vorrà seguire fino in fondo il filo del nostro ragionamento. Ma torniamo al punto di partenza.
Fin dai capitoli iniziali delle avventure belliche che stanno connotando il secondo mandato dell’attuale inquilino della Casa Bianca – i bombardamenti sui siti di elaborazione e sviluppo del programma nucleare iraniano, in appoggio alla “guerra dei dodici giorni” del governo di Tel Aviv contro quello di Teheran – e, con intensità crescente col progredire degli attacchi sfociati nella guerra aperta e geograficamente allargata tuttora in corso nel momento in cui scriviamo (12 marzo) – si sono andate delineando due posizioni opposte nello scacchiere dei Paesi terzi, e segnatamente in quello “occidentale”. Sebbene quasi nessuna formazione politica abbia espresso dubbi significativi sulla necessità od opportunità di mantenere in vita il legame transatlantico che vincola all’Europa ad una strutturale subordinazione ai voleri dell’alleato nordamericano – di cui l’umiliante trattamento subito in occasione dell’offensiva doganale trumpiana è stato soltanto la manifestazione più chiara e recente –, le ripetute iniziative muscolari dell’amministrazione Usa, incluso il raid venezuelano per il rapimento del presidente Maduro, hanno avuto un’accoglienza contrastante nelle diverse famiglie partitiche presenti sulla scena.

La posizione dei conservatori
Come già era accaduto di fronte alla strategia dello sterminio di massa che lo Stato israeliano ha posto in atto all’indomani del sanguinoso attacco del 7 ottobre 2023, moltiplicando per 60 il numero delle vittime causate rispetto a quelle subite – quando Hamas era stata immediatamente liquidata come un gruppo terrorista e ogni accenno al suo ruolo nella resistenza palestinese alle sopraffazioni e violenze israeliane era stato condannato e cancellato –, tutte le forze politiche di segno conservatore, populista, nazionalista e sovranista hanno giustificato, quando non esaltato, le imprese dei loro campioni Trump e Netanyahu, più o meno negli stessi termini. Non solo è stata per l’ennesima volta la retorica del “mondo libero” in lotta contro i fanatismi e le autocrazie, che era già servita (fin dal 2014, all’epoca dell’annessione della Crimea e dello scoppio del conflitto nel Donbass) a condannare e sanzionare la Russia nel suo scontro con l’Ucraina e, sottotraccia, viene alimentata quotidianamente contro la Cina. Si è andati molto oltre, prendendo di mira altri bersagli.
Particolarmente inebriante è stata la pubblica constatazione che “nessuna forza è superiore alla forza”, per citare Nietzsche, ovvero che nessun vincolo cartaceo, a partire da quello giuridico, può arrestare la volontà di chi intende esercitare il proprio potere ricorrendo alle armi. In un ambiente intellettualmente da sempre drogato dalla passione per la geopolitica e più in generale per le guerre e che limita l’ammirazione per l’opera di Carl Schmitt ad un elementare culto dell’inimicizia, le esibizioni di forza militare degli aerei con la stella di Davide e con l’aquila dell’Air Force sono state interpretate come una salutare reazione allo spirito imbelle e decadente dell’epoca contemporanea e, insieme, come un sonoro schiaffo alle pretese di governi e popolazioni infidi e inferiori (scimmie o esseri sub-umani, quali i ministri di ultradestra del governo di Tel Aviv considerano apertamente i palestinesi e gli arabi tutti) di contrastare le missioni di due popoli eletti e dal destino manifesto e confermato dalla Bibbia. Ma non solo.
I bombardamenti e le distruzioni sistematiche di città e villaggi che hanno reso Gaza una no man’s land hanno consentito anche di sbeffeggiare la mai amata Organizzazione delle Nazioni Unite e, al di là di essa, tutte le strutture sovranazionali, ribadendo quella vocazione al particolarismo statuale che delle destre è sempre stata uno dei segni caratteristici. Anche quando, come oggi, gettando il “bambino” Europa insieme all’“acqua sporca” Unione Europea, vanifica gli sforzi – e il sogno – di costruzione di quel «grande spazio», questo sì schmittiano, in cui è riposta l’unica speranza di sopravvivenza della civiltà europea di fronte agli esiti nefasti della globalizzazione.
Avallando l’annientamento della popolazione di Gaza, rinunciando ad ogni forma concreta di reazione di fronte alla sistematica violenza dei “coloni” ebrei e alla spoliazione delle terre di coloro che le abitano da secoli in Cisgiordania – e così cancellando ogni possibilità di creazione di quello Stato palestinese che alcuni di essi a parole auspicano –, i partiti di destra europei e non solo (si pensi all’Argentina di Milei) hanno mostrato quale mentalità si cela dietro il loro rituale richiamo alla “difesa dell’Occidente”. Il plauso al blitz di Caracas e la scelta di conio meloniano di «non condividere ma non condannare» l’attacco preordinato e ipocrita – a trattative in corso – all’Iran, deplorando contemporaneamente la reazione dell’aggredito contro le basi militari del nemico nei Paesi vicini, non fanno altro che confermare questo dato. Che, naturalmente, comporta non pochi vantaggi tattico-strategici: gridare all’antisemitismo all’indirizzo di chi sostiene il diritto del popolo palestinese ad abitare e governare la propria terra e innalzare il vessillo della difesa della libertà e della democrazia contro i regimi repressivi e oscurantisti è un metodo efficace per ripulire immagini e reputazioni non proprio cristalline di alcuni esponenti dal passato non impeccabile in materia.

La scelta delle sinistre
Sul versante opposto, la scelta delle sinistre politiche ed intellettuali si è concentrata su due soli argomenti di formidabile debolezza: la denuncia della liquidazione delle prescrizioni del diritto internazionale e la condanna morale della guerra in nome di un pacifismo integrale ed incondizionato.
Sul primo di questi temi, questa parte politica dimostra una miopia pari a quella che affligge il fronte sovranista quando, entusiasmandosi del fatto che Trump, con la sua indifferenza ad ogni norma, straccia il velo di ipocrisia steso finora attorno ai reali scopi delle azioni statunitensi, avalla preventivamente ogni futura azione ai danni dei propri popoli e Paesi – come, di nuovo, il caso-dazi dimostra. Le sfugge che ad infrangere da parte nordamericana il principio che è alla base del diritto internazionale, ovvero la non-ingerenza nelle vicende di altri Stati, legata al rispetto della loro sovranità, è stata per prima la presidenza di un acclamato progressista qual era allora considerato Bill Clinton, che per bocca dell’allora segretario di Stato Madeleine Albright lanciò lo slogan della “crociata per la democrazia” nel cui nome sono state successivamente teorizzate e condotte le varie “guerre umanitarie” (prima fra tutte quella contro la Jugoslavia del 1999 con i bombardamenti su Belgrado, per finire con l’attacco Nato alla Libia del 2011 voluto da Obama) e le operazioni di regime change che tanti disastri hanno provocato alla stabilità dell’ordine internazionale. Da allora in poi, con l’imporsi dell’ideologia dei diritti dell’uomo e le sue applicazioni strumentali che hanno imposto ai conflitti bellici la maschera del duello tra incarnazioni del Bene e del Male, la normativa intesa a regolare le relazioni internazionali è diventata carta straccia e i richiami ad essa pura retorica.
Quanto al secondo argomento, appare ormai tramontata, e da un pezzo, l’epoca in cui risuonava a sinistra l’affermazione stentorea secondo cui “non c’è pace senza giustizia”. Lo stesso moralismo che avalla, quando serve, le “operazioni di polizia internazionale” serve ad alimentare richieste di cessate il fuoco, tregue, armistizi che non solo non rimuovono le cause degli scontri armati ma, nella maggior parte dei casi, le incancreniscono. Come il bellicismo esasperato delle destre, il pacifismo a senso unico delle sinistre è una caricatura della politica, e dunque una sua negazione. Come il primo fa da schermo ad una sua subordinazione agli attori e ai poteri economici, così il secondo ne annega la sostanza in un moralismo ideologicamente orientato che consegna ai giudici e ai proprietari delle catene informative (entrambi tutt’altro che neutrali) il ruolo di vere guide e controllori dell’opinione pubblica.
Questa situazione conferma la convinzione che ci anima da decenni e a cui abbiamo accennato in apertura di queste righe: ancora una volta, di fronte a questioni cruciali per la nostra epoca, gli atteggiamenti assunti, e le soluzioni proposte, da destra e da sinistra sfociano in vicoli ciechi. Al cospetto del gioco al massacro scatenato da chi coltiva l’ambizione di espandere il proprio potere su una Grande Israele seguendo il dettato biblico (“Dal deserto e dal Libano fino al fiume grande, il fiume Eufrate, tutto il paese degli Hittiti, fino al Mar Mediterraneo, dove tramonta il sole: tali saranno i vostri confini”, Giosuè, 1:4) e da chi, in sintonia, vuole imporre il proprio dominio all’intero pianeta partendo dall’egemonia assoluta sull’emisfero occidentale e neutralizzando con le incursioni militari al di fuori di quell’area i possibili concorrenti, la scelta dell’abbandono delle scorie della logica dei blocchi, accompagnata da un rigoroso neutralismo e da una simmetrica contrapposizione ad entrambe le forme – conservatrice e progressista – dell’ideologia materialista, si impone agli spiriti liberi di qualunque formazione e provenienza.
Va da sé che, nei confronti di questioni che coinvolgono attori, come quelli statali e internazionali, provvisti di risorse straordinarie di ordine militare, politico e comunicativo, l’azione meta politica, specialmente se condotta in condizioni di nettissima inferiorità di mezzi, rischia di apparire di infima importanze, e per giunta velleitaria. Ma anche solo cercare di fare chiarezza sulle poste in gioco, ripulire le menti di chi appartiene agli ambienti autenticamente non conformisti – quali che siano le loro (limitate) dimensioni – dalle incrostazioni di pregiudizi ereditati da epoche ed esperienze passate, può far compiere un piccolo passo avanti a quell’opera di penetrazione nella mentalità collettiva di idee opposte a quelle oggi dominanti.
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