La vicenda non è ancora una prova definitiva di finanziamento politico iraniano in Gran Bretagna, ma è già qualcosa di più serio di una semplice coincidenza societaria. Per la prima volta, infatti, un atto giudiziario francese del 20 marzo 2026 colloca esplicitamente la società Orico General Trading LLC di Dubai dentro l’orbita della Omran Razavi International Company, a sua volta dipendente dalla fondazione religiosa Astan-e Qods Razavi, uno dei più potenti centri economici e politici della Repubblica islamica. Nella decisione, il Conseil d’État ricostruisce il ruolo di un dirigente iraniano attivo tra il 2007 e il 2016 proprio in Omran Razavi e nella sua filiale Orico General Trading LLC con sede a Dubai.
È questo il punto che cambia la qualità politica del dossier. Fino a ieri si parlava di legami indiretti, di società opache, di clienti facoltosi e di donazioni formalmente regolari. Da oggi il problema è un altro: se la società di Dubai collegata all’uomo che ha autorizzato le donazioni a Reform UK è documentatamente inserita in una costellazione economica legata a una fondazione strategica del regime iraniano, allora il caso smette di essere folclore britannico e diventa una questione di sicurezza politica, reputazione istituzionale e vulnerabilità del sistema dei partiti.
Il perno britannico della rete
Al centro della storia c’è John Richard Simpson, cittadino britannico, indicato nei registri societari come direttore e figura di controllo sia di Interior Architecture Landscape Ltd, società londinese che ha donato 200 mila sterline a Reform UK nel 2025, sia di Orico General Trading Limited nel Regno Unito. Le informazioni societarie britanniche lo indicano come amministratore attivo di Interior Architecture Landscape dal dicembre 2020 e come direttore della struttura britannica collegata a Orico.
Sul piano formale, la donazione risulta compatibile con la normativa britannica: la società donatrice è registrata nel Regno Unito e il sistema inglese consente contributi da soggetti ritenuti ammissibili senza un controllo penetrante sull’origine geopolitica remota delle relazioni commerciali. Ma proprio qui si apre la falla. Il diritto elettorale controlla la superficie giuridica del donatore; molto meno la profondità della sua rete economica, dei suoi clienti, dei suoi referenti e delle sue dipendenze esterne. In altre parole: il filtro legale è nazionale, mentre i capitali e le influenze sono transnazionali.
I conti che non tornano
La stranezza della vicenda non riguarda solo la geopolitica ma anche la struttura economica del donatore. Un’inchiesta uscita a febbraio aveva già mostrato che Interior Architecture Landscape aveva effettuato donazioni per 200 mila sterline mentre risultavano debiti fiscali superiori a 218 mila sterline e riserve molto modeste. La società ha difeso la liceità delle operazioni, ma il dato resta politicamente devastante: un’impresa con visibilità commerciale limitata, profilo pubblico quasi inesistente e struttura finanziaria fragile riesce a finanziare con decisione uno dei partiti più esposti della nuova destra britannica.
A complicare ulteriormente il quadro c’è il legame con la famiglia Ghandehari. Documenti e ricostruzioni giornalistiche hanno indicato che i Ghandehari erano clienti della società e che Nigel Farage è stato ospitato a Davos da HP Trust, family office di Sasan Ghandehari. Reform UK e i rappresentanti della famiglia hanno sostenuto che non vi fu alcun ruolo dei Ghandehari nelle donazioni. Ma politicamente il danno è già fatto: quando attorno allo stesso partito compaiono una società donatrice opaca, una rete di clienti d’origine iraniana e una società di Dubai che ora emerge in connessione con una struttura del regime, l’argomento della sola regolarità formale non basta più.
Astan-e Qods Razavi, il potere che non appare
Per capire la portata della vicenda bisogna guardare al vero attore di fondo: Astan-e Qods Razavi. Non è una semplice fondazione religiosa. È uno dei grandi bonyad iraniani, cioè quelle gigantesche entità che mescolano devozione, gestione patrimoniale, potere politico, protezione del clero e influenza economica. In Iran queste fondazioni non sono un accessorio del sistema: sono il sistema, o almeno una sua parte essenziale. Muovono capitali, controllano asset, proteggono reti di fedeltà e spesso sfuggono ai normali criteri di trasparenza. Il collegamento giudiziariamente richiamato tra Omran Razavi, Orico Dubai e questa fondazione non prova da solo una regia politica su Reform UK, ma dimostra che il denaro e le società che orbitano intorno a certi ambienti non possono più essere letti come meri attori privati.
La contraddizione di Farage
C’è poi una contraddizione politica quasi perfetta. Farage e Reform UK hanno costruito parte del loro discorso pubblico su una linea di durezza contro Teheran, attaccando gli accomodamenti occidentali verso la Repubblica islamica e reclamando maggiore fermezza. Se ora attorno al partito si addensano sospetti di canali economici indirettamente riconducibili a una delle più robuste infrastrutture del potere iraniano, il contraccolpo non è solo morale ma strategico. Il partito che si presenta come difensore della sovranità britannica rischia di apparire esposto proprio a quelle interdipendenze opache che denuncia negli altri.
Uno scandalo che parla all’Europa
La lezione supera il caso britannico. In tutta Europa i sistemi politici sono ancora attrezzati per intercettare la donazione irregolare classica, non l’influenza che passa attraverso società schermo, clienti internazionali, family office, reti immobiliari, contatti personali e veicoli commerciali collocati in giurisdizioni intermedie come Dubai o Londra. È la nuova zona grigia della guerra d’influenza: non servono più valigie di contanti, basta una catena societaria abbastanza credibile da superare il controllo formale e abbastanza complessa da rendere quasi impossibile attribuire l’origine politica finale del rapporto.
Per questo la storia di Simpson, di Orico e di Reform UK non è un incidente marginale. È un avvertimento. Ci dice che l’Europa continua a difendere le sue democrazie con strumenti giuridici novecenteschi mentre le reti di influenza agiscono con metodi pienamente globalizzati. E quando il diritto arriva tardi, spesso è la geopolitica a presentare il conto.
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