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Religioni

La guerra di Usa e Israele colpisce anche l’antica comunità ebraica iraniana

La comunità ebraica iraniana è sotto attacco. Del regime repressivo in guerra contro Israele e gli Usa e dalla retorica antisionista? No, delle bombe di Washington e Tel Aviv.

La comunità ebraica iraniana è sotto attacco. Del regime repressivo in guerra contro Israele e gli Usa e dalla retorica antisionista? No, delle bombe di Washington e Tel Aviv. Nella notte tra lunedì 6 e martedì 7 aprile, infatti, la sinagoga Rafi-Nia di Teheran è risultata distrutta dopo un’intensa serie di bombardamenti sulla capitale del Paese centroasiatico. Un duro colpo che avviene nel cuore delle celebrazioni del Pesach, la Pasqua ebraica, che quest’anno va dal 2 all’8 aprile. E che i fedeli ebrei iraniani hanno vissuto nel pieno della guerra. L’accademico Trita Parsi ha mostrato la visita dei membri della comunità ebraica sulle macerie della sinagoga, una delle 11 attive a Teheran e che contribuiva ad animare una comunità piccola ma simbolicamente importante per l’Iran.

Il Paese centroasiatico è l’erede di quella Persia centrale nella storia ebraica come liberatrice, durante l’impero di Ciro il Grande, degli ebrei dalla cattività a Babilonia ed ha accompagnato la storia del popolo di Mosé per secoli. Isfahan, la grande città del Nord-Ovest dell’Iran, è la storica “capitale” degli ebrei persiani, che rappresentano una comunità antica e parte del pluralismo della nazione. La caduta dello Shah Reza Pahlavi e la vittoria della Rivoluzione Islamica nel 1979 ha ridotto notevolmente il numero degli ebrei in Iran, da circa 80mila a meno di 10mila, a causa di un’intensa emigrazione a seguito della presa di posizione ufficiale di Teheran a favore della distruzione di Israele. Gli ebrei iraniani vissero con timore il cambio di regime ma va sottolineato che negli ultimi decenni non si sono verificati nel Paese pogrom o assalti di massa alla sempre più sparuta comunità ebraica, che è rimasta parte del sistema nazionale multietnico dell’Iran. La comunità resta la seconda più grande della regione dopo quella della stessa Israele, nota il Daily Sabah.

“Il regime iraniano distingue tra sionismo ed ebraismo, e agli ebrei viene formalmente garantito un certo grado di libertà religiosa”, ha notato il Times of Israel, sottolineando che “i leader della comunità ebraica all’interno del paese hanno ripetutamente condannato le azioni israeliane contro l’Iran o nei territori palestinesi” e che “durante la guerra di giugno, diverse comunità ebraiche pubblicarono  dichiarazioni dure di condanna di Israele”. Gli ebrei hanno, come minoranza religiosa, un seggio al Parlamento di Teheran. Homayoun Sameyah, deputato attualmente titolare del seggio, si è recato sul luogo della sinagoga distrutta, condannando l’attacco. Non è il primo caso di critica di questo tipo. Per quanto sicuramente una componente di spirito di sopravvivenza sia da tenere in conto, è perfettamente comprensibile che durante una guerra di questo tipo gli ebrei iraniani non possano certamente vedere in Usa e Israele dei “liberatori”.

La guerra, del resto, più volte ha colpito proprio Isfahan, città degli ebrei persiana e a lungo custode della loro cultura, su cui Francesca Salvatore ha scritto un’interessante analisi su queste colonne e sulla cui comunità di 1.500 persone la Cnn realizzò nel 2015 un ampio e dettagliato servizio. Isfahan è stata colpita nei suoi centri nevralgici, nelle sue strutture militari, nelle sue università a giugno come da febbraio in avanti.

Ora gli ebrei d’Iran sono nel mirino della guerra come tutte le componenti della società nazionale. L’idea che singole componenti di quest’ultima, poi, possano pensare di vedere di buon occhio l’operazione militare è remota: Usa e Israele non hanno appigli per presentarsi come “liberatori” dopo aver elevato l’obiettivo della guerra dalla spinta al regime change e la denuclearizzazione all’annientamento delle capacità militari del regime e all’invito a riportare l’Iran, se non si adeguerà, “all’età della pietra”. Mosse e dichiarazioni che compattano e non dividono un Paese e un regime che sembrava molto più disunito fino ai raid del 28 febbraio.

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