Il Pentagono è accusato di nascondere la reale entità delle perdite americane in Medio Oriente e della guerra contro la Repubblica Islamica dell’Iran. Secondo un’analisi indipendente di The Intercept, dal ottobre 2023 quasi 750 militari statunitensi sono stati feriti o uccisi nella regione. Eppure Centcom – lo United States Central Command, il Comando combattente unificato delle forze armate degli Stati Uniti, il cui comandante risponde direttamente al Segretario alla Guerra, Pete Hegseth – continua a diffondere cifre basse, datate e incomplete. In altre parole, starebbe insabbiando la verità.
Sale il numero dei morti e dei feriti tra i soldati Usa
La tensione tra le fila dell’esercito Usa è palpabile. Almeno 15 soldati americani sono rimasti feriti venerdì scorso in un attacco iraniano alla base aerea Prince Sultan in Arabia Saudita, che ospita truppe americane. E centinaia di militari sono stati uccisi o feriti da quando gli Stati Uniti hanno lanciato la guerra contro l’Iran poco più di un mese fa. Tuttavia, le comunicazioni ufficiali non corrispondono alla realtà. Lunedì il portavoce di Centcom, Tim Hawkins, ha parlato di «circa 303 militari feriti» dall’inizio dell’Operation Epic Fury: una dichiarazione già vecchia di tre giorni che escludeva i 15 feriti dell’attacco di venerdì.
Il comando non ha risposto alle richieste di aggiornamento e si rifiuta inoltre di fornire il numero esatto dei morti. L’inchiesta di The Intercept parla di almeno 15 soldati americani uccisi dall’inizio della guerra.Una fonte interna al Dipartimento della Difesa ha definito la situazione un chiaro insabbiamento. «È chiaramente un argomento che il segretario Pete Hegseth e la Casa Bianca vogliono tenere sotto stretto controllo».
Numeri incompleti e basi vulnerabili
Le cifre ufficiali fornite dal Centcom non tengono conto nemmeno degli oltre 200 marinai rimasti intossicati dal fumo o feriti nell’incendio a bordo della portaerei USS Gerald R. Ford e anche in questo caso l’amministrazione Trump non ha fatto chiarezza in merito.
C’è poi la questione delle basi, diventate un bersaglio più che una proiezione di potenza. Da quando è iniziata la guerra, l’Iran ha risposto agli intensi bombardamenti Usa con missili balistici e droni contro basi americane in Bahrain, Iraq, Giordania, Kuwait, Qatar, Arabia Saudita, Siria ed Emirati Arabi Uniti. Tuttavia, Centcom si rifiuta persino di fornire un elenco delle installazioni colpite, rispondendo seccamente: «Non abbiamo nulla per voi». Gli attacchi hanno costretto centinaia di soldati a lasciare le basi militari e rifugiarsi in hotel e edifici civili. Tant’è vero che il ministro degli Esteri iraniano Seyed Abbas Araghchi ha accusato gli Stati Uniti di usare i civili dei Paesi del Golfo come «scudi umani».
Critiche da generali ed esperti
Insomma, la gestione di questa guerra è tutt’altro che esemplare. Il generale in congedo Joseph Votel, ex comandante di Centcom, ha ricordato che la minaccia dei droni è nota da almeno dieci anni: «Era prevedibile che l’Iran avrebbe attaccato le nostre basi. Il Pentagono ha impiegato troppo tempo per proteggere adeguatamente le truppe».
Una fonte interna che ha parlato con The Intercept ha criticato duramente il segretario Hegseth per aver invocato la protezione divina durante una conferenza stampa invece di garantire misure concrete di sicurezza: «Chiunque con un cervello sapeva che questi attacchi sarebbero arrivati». Prima dell’attuale guerra con l’Iran, dal ottobre 2023 le basi Usa erano già sotto attacco a causa del conflitto a Gaza: in quel periodo almeno 175 soldati americani erano rimasti uccisi o feriti.
Jennifer Kavanagh di Defense Priorities è netta: «La mancata realizzazione di infrastrutture rinforzate è stata una scelta. Saremmo molto meglio se chiudessimo le basi in tutta la regione. Centcom e la Casa Bianca dovrebbero fornire informazioni accurate e tempestive sui costi umani ed economici di questa guerra», ha concluso Kavanagh. «Sono i contribuenti americani a finanziarla». Fino a oggi, però, l’amministrazione Trump sembra privilegiare il silenzio rispetto alla trasparenza.
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