Il titolo di questa nota è ispirato a un articolo di Kelley Beaucar Vlahos per Responsible Statecraft sul discorso alla nazione di Trump che, annunciato ieri in pompa magna, non ha aggiunto nulla a quanto l’imperatore non avesse già esternato, come annota la cronista.

Ci attendono due o tre settimane di attacchi intensi, ha dichiarato Trump, grazie ai quali “li riporteremo all’età della pietra alla quale appartengono”, una minaccia che non sembra propria del suo lessico e che riecheggia le minacce spesso rivolte dai leader israeliani ai propri nemici regionali (fu utilizzata da Benny Gantz contro Gaza, nel conflitto del 2014, e reiterata altre volte, l’ultima delle quali, nel 2024, contro il Libano, stavolta dal ministro della Difesa Yoav Gallant). Particolare significativo.
Poco prima, Trump aveva annunciato che il “nuovo presidente iraniano” aveva addirittura chiesto il cessate il fuoco, richiesta negata dagli interessati che hanno fatto notare anche che non c’è nessun nuovo presidente, perché Masoud Pezeshkian è ancora al suo posto.
Il discorso alla nazione doveva servire per tentare di placare il dissenso interno sempre più ampio a questa guerra dissennata all’Iran, sia esaltandone gli asseriti successi sia rassicurando sul fatto che sarà breve. Difficile che sia riuscito nell’intento al di là del sollievo dei mercati (che può essere fallace).
Il discorso deve esser stato ritenuto necessario perché Trump deve fare i conti con una contrarietà sempre più ampia all’aggressione contro l’Iran. Un rigetto che si registra anche in due settori della popolazione alquanto significativi per la guerra in corso. Infatti, gli iraniani americani, molti dei quali sono avversi al governo di Teneran, per il 66,1% si oppongono al conflitto.
Forse ancora più significativo il dato relativo agli ebrei americani. Così su Responsible Statecraft: un “sondaggio, commissionato da J Street e condotto da GBAO strategies tra ebrei americani di ogni orientamento politico ha rilevato che il 77% degli intervistati non crede che il presidente Trump abbia un piano e una missione chiari per la guerra in Iran”.

“Quasi due terzi, ovvero il 63% degli intervistati, ritiene che le preoccupazioni relative al programma nucleare iraniano si sarebbero potute risolvere al meglio attraverso la diplomazia e le sanzioni; solo il 37% ha ritenuto che la soluzione migliore fosse un’azione militare. Allo stesso tempo, il 58% degli intervistati ha concordato sul fatto che un’azione militare statunitense contro l’Iran indebolisca gli Stati Uniti anziché rafforzarli”.
Per tornare al discorso di Trump, un cenno significativo e alquanto singolare, si può rinvenire quando ha definito “più ragionevoli” dei precedenti i nuovi leader iraniani. Non è una cosa da poco se si considera che anche un media statunitense come l’American Conservative, che fa fuoco e fiamme contro la guerra, oggi, nel sottotitolo, riporta: “La Repubblica islamica si è radicalizzata” etc… (in realtà, semmai, è stata radicalizzata dalle bombe).
Gli è che la leadership politica e culturale degli Stati Uniti è afflitta dalla patologia dell’eccezionalismo e non riesce a concepire gli altri Paesi, al netto degli Stati clienti europei e asiatici, come civili.
Invece, lo sono, eccome, e alcuni di essi sono stati degradati dagli States (sia a livello politico, che sociale ed economico) a causa dell’eccezionalismo di cui sopra, che li spinge a usare violenza al mondo per conformarlo ai suoi ideali/interessi (vedi Libia, Siria, Yemen etc.). Su tali Paesi la minaccia di una regressione all’età della pietra ha prodotto una prassi conseguente.
Invece, a fronte di tanta barbarie, contrasta il raziocinio e la civiltà che si rinviene nella lettera aperta inviata dal presidente iraniano Pezeshkian ai cittadini americani, ai quali ha ricordato che negli ultimi secoli, almeno dalla fondazione degli Stati Uniti, l’Iran “non ha mai iniziato una guerra” e ha esortato i cittadini statunitensi – che Teheran non considera nemici perché sa distinguere tra governo e popolo – ad andare oltre le narrative distorte per comprendere quanto sta accadendo: l’Iran non era né è una minaccia per gli Stati Uniti o altri ed è stata aggredita per ben due volte durante un negoziato.

Quindi, dopo aver accennato, tra le altre cose, alle tragiche conseguenze economico-finanziarie globali di questo conflitto, ha concluso: “Oggi il mondo si trova a un bivio. Proseguire sulla strada del confronto è più costoso e inutile che mai. La scelta tra confronto e dialogo è reale e di grande importanza; il suo esito plasmerà il futuro per le generazioni a venire”. Da notare che il dialogo è altra cosa dai diktat in stile mafioso che gli States stanno indirizzando a Teheran.
Impossibile prevedere il futuro, sul quale, annotiamo in conclusione, potrebbe giocare un fattore non certo secondario: il logoramento delle forze armate di Tel Aviv, motore principale dell’impegno bellico. Alcuni giorni fa le dichiarazioni esplosive del Capo di Stato Maggiore israeliano Eyal Zamir, che ha allarmato sul possibile collasso dell’IDF.
Così su Yediot Ahronoth: “Zamir ha affermato che le crescenti richieste a cui sono sottoposte le forze armate, impegnate su più fronti, stanno gravando sempre più sui riservisti. ‘Le riserve non reggeranno. Sto lanciando dieci segnali d’allarme'”.

Certo, le sue parole erano anche dirette a sollecitare l’arruolamento degli ultraortodossi, ad oggi ancora esenti dalla leva, ma era realistico, come si evince dal fatto che, come riferisce Haaretz, l’IDF sta esercitando pressioni sui riservisti affetti da stress post traumatico a causa delle missioni pregresse perché ritornino in servizio. “Abbiamo bisogno di tutti”, è l’appello dell’IDF riferito dal media israeliano. Non è un buon viatico per il prosieguo del conflitto da parte di Tel Aviv. Si spera che favorisca un Endgame a breve. Si spera…
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