Masoud Pezeshkian torna in campo e dopo un mese nelle retrovie parla al popolo statunitense in una lettera aperta con cui condanna la guerra di Usa e Israele all’Iran di cui è presidente. In un breve ma chiaro messaggio agli statunitensi, pubblicato mercoledì 1 aprile, Pezeshkian opera una vera e propria guerra psicologica al presidente americano Donald Trump usando un registro facilmente comprensibile dal pubblico della superpotenza a stelle e strisce e, in particolare, dal movimento populista e sovranista Maga, storica roccaforte identitaria ed elettorale del trumpismo.
Sono stati mesi difficili per il presidente che, dopo essere stato in campo nelle prime giornate delle proteste di dicembre 2025 e gennaio 2026 provando a gettare acqua sul fuoco, è gradualmente scivolato nelle retrovie sia nella gestione e repressione delle mobilitazioni sia nella gestione della guerra. Ora, il volto forse più moderato del regime assieme al Ministro degli Esteri Abbas Araghchi torna a parlare e lo fa in un contesto importante. Per il capo di Stato riformista “la necessità di creare un nemico per giustificare la pressione, mantenere il predominio militare, sostenere l’industria degli armamenti e controllare i mercati strategici” è ciò che alimenta davvero la guerra degli Usa. Pezeshkian pone poi una domanda secca: “Quali interessi del popolo americano vengono realmente tutelati da questa guerra?“.
Le pesanti parole di Pezeshkian
Parliamo di parole pesate con attenzione e con toni volutamente diversi da quelli dei messaggi della Guida Suprema Mojtaba Khamenei, che ha invitato il fronte interno a ricompattarsi di fronte alla guerra richiamando i valori dell’Islam sciita e la minaccia esistenziale di Israele e Usa. Pezeshkian, invece, parla essenzialmente al pubblico americano e in particolare alla base politica del trumpismo che ha voltato le spalle al presidente sull’attacco a Teheran. Figure di spicco del mondo mediatico conservatore come l’anchorman Tucker Carlson contestano apertamente le politiche di Trump contro Teheran. A luglio, poco dopo la guerra dei dodici giorni con Israele, Pezeshkian concesse proprio a Carlson una clamorosa intervista che servì a riaffermare la visione iraniana del conflitto. La lettera recente, dunque, non cade nel vuoto ma si inserisce su una strategia a più livelli con cui l’Iran mira a condizionare l’approccio americano del conflitto.
Parola d’ordine? Costi. Quel che vuol fare l’Iran è far sentire, pesantemente, i costi della guerra e dell’assalto alla Repubblica Islamica e l’assenza di dividendi per gli Usa. La narrazione che si intende alimentare enfatizza i costi materiali della guerra, ma anche i costi morali: “Il massacro di bambini innocenti , la distruzione di impianti farmaceutici per la cura del cancro o il vantarsi di aver bombardato un Paese riportandolo all’età della pietra servono forse ad altro che a danneggiare ulteriormente la reputazione globale degli Stati Uniti?”, scrive Pezeshkian.
La guerra psicologica del presidente
Nel frattempo lo Stretto di Hormuz è chiuso, i Pasdaran continuano a sparare missili, le basi Usa nell’Asia Sud-Occidentale sono state un bersaglio inaspettatamente fragile e perfino le aziende del tech sono state ritenute obiettivi legittimi.
Per Pezeshkian l’obiettivo è chiaro: far emergere il dilemma sugli effettivi obiettivi della guerra nella popolazione americana, parlare alla pancia del Paese prima ancora che alla sua mente, adattando le dichiarazioni ai ritmi della stampa e delle prese di posizione della politica a stelle e strisce.
Mentre da Axios al New York Times le testate Usa sembrano coinvolte in un’operazione psicologica e informativa che coinvolge anime dello Stato profondo variamente orientate circa il prosieguo della guerra e spesso parole e intenzioni di Donald Trump sono dapprima anticipate da retroscena e poi condizionate da una profonda contraddittorietà, Pezeshkian sfrutta un indubbio vantaggio retorico che l’Iran può gestire: trovandosi sulla difensiva e con l’obiettivo esistenziale della sopravvivenza, Teheran ha una “missione” facilmente comunicabile nella guerra, sopravvivere, e una sola narrazione da portare avanti, volta a far emergere le contraddizioni della coalizione israelo-americana.
I dubbi di Pezeshkian sull’America First
Pezeshkian alimenta, con le sue parole, il dilemma che divide i conservatori Usa: la guerra porta davvero il marchio “America First” tanto caro al presidente Trump? Il non detto è chiaro: questa è una guerra “Israel First” per molti ormai ex sostenitori del presidente che avevano votato Trump sperando nel calo dell’interventismo estero. Prospettiva molto lontana dalla realtà, come spesso su queste colonne abbiamo sottolineato ma che era dominante tra buona parte dell’elettorato trumpiano e anche tra una certa fetta di mondo intellettuale critico del tradizionale mainstream politico americano. Pezeshkian sembra capirlo e applica nella guerra in corso il principio di Sun Tzu che invita a conoscere il proprio nemico come sé stessi. Mentre gli Usa hanno la grande problematica di non riuscire a capire né l’Iran né, nel profondo, sé stessi.
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