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Guerra

I parallelismi tra la guerra all’Iran e quella del Vietnam

Tante, ad esempio, le analogie con l'intervento in Vietnam iniziato l'8 marzo 1965, quando "3.500 marines della 9ª Brigata di spedizione dei marines , le prime truppe inviate in Vietnam, sbarcarono a piedi sulla costa di Da Nang"
I parallelismi tra la guerra all'Iran e quella del Vietnam

Trump ha minacciato sostanzialmente di eradicare la vita in Iran, se non cede. Infatti, oltre alle risorse energetiche, si dice pronto a bombardare le industrie e gli impianti di desalinizzazione. Insieme alle minacce, l’aggiunta solita, che i negoziati procedono e l’accordo è vicino. Impossibile, da tali dichiarazioni farneticanti e criminali, trarre suggerimenti sul futuro.

Quel che è certo è i marines sono arrivati in Medio oriente insieme alle forze di intervento rapido. Obiettivo di questo, ad oggi eventuale, folle attacco di terra, sarebbe l’isola di Kharg, snodo chiave del petrolio iraniano, e il prelevamento dell’uranio arricchito nascosto in qualche località segreta, forse tumulato sottoterra.

Le pressioni per dare il via a un intervento di terra sono arrivate al parossismo. E se il corpo di spedizione americano è limitato, non certo una forza di invasione, ciò non vuol dire che l’escalation che provocherà sarà limitata.

Tante, ad esempio, le analogie con l’intervento in Vietnam iniziato l’8 marzo 1965, quando “3.500 marines della 9ª Brigata di spedizione dei marines , le prime truppe inviate in Vietnam, sbarcarono a piedi sulla costa di Da Nang”, come ricorda Claire Barret su Military times.

The ‘March of Folly’: America’s headlong lurch into Vietnam began with just 3,500 Marines

Una spedizione di terra limitata, appunto, ma anche un punto di svolta rispetto al precedente sostegno statunitense al governo del Vietnam del Sud nel conflitto contro i Viet Cong. Infatti, lo sbarco dei marines, preceduto da una campagna di intensi bombardamenti, fu l’inizio “dell’americanizzazione della guerra del Vietnam”.

Mentre la spedizione fu salutata con giubilo da tanti, diverso fu il parere di Maxwell Taylor, ex Capo di stato maggiore e all’epoca ambasciatore statunitense a Saigon, il quale “predisse che sarebbe stato difficile ‘mantenere la posizione’ riguardo a un ulteriore dispiegamento di forze”, come poi accadde.

A decidere per lo sbarco fu il presidente Lyndon B. Johnson (LBJ), che doveva la sua fulgida carriera all’assassinio di John F. Kennedy, di cui era vice. Questi, come scrive Barbara Tuchman nel suo libro “The March of Folly” (La marcia della Follia) aveva l’idea “di combattere e negoziare simultaneamente. La difficoltà era che l’obiettivo di una guerra limitata… era irraggiungibile con una guerra limitata. Il Nord non aveva alcuna intenzione di accettare un Sud non comunista e, dal momento tale concessione poteva essere imposta solo grazie a una vittoria militare e dal momento che gli Stati Uniti non potevano vincere senza una guerra totale e un’invasione, che non erano disposti a intraprendere, l’obiettivo bellico americano era precluso”.

“Se anche qualcuno l’aveva capito, non agì di conseguenza perché nessuno era disposto ad ammettere il fallimento americano. I falchi credevano che i bombardamenti potevano avere successo; gli scettici potevano vagamente sperare che si trovasse una soluzione […]. Dal momento che Johnson scelse di combattere e negoziare nello stesso tempo” la spedizione di terra era più o meno obbligata.

L’inizio dell’operazione militare che, allo sbarco fece precedere le bombe, “cominciata il 24 febbraio 1965, inizialmente era stata immaginata come un segnale diplomatico per far capire ai nordvietnamiti la loro determinazione e per avvertirli che la violenza si sarebbe incrementata, se Ho Chi Minh non avesse ‘ceduto’ […] Dopo le prime settimane di marzo del 1965, quando questo risultato non si concretizzò, ‘lo scopo della campagna iniziò a cambiare'”…

Un’altra analogia con il Vietnam la si può registrare nel temperamento del comandante in capo. Se Trump ha tratti paranoici, come rilevato da tanti, ne aveva anche Lyndon Johnson. Così Phillip G. Henderson su The American Conservative: “Bill Moyers, che fu uno dei principali assistenti di Johnson e addetto stampa della Casa Bianca, disse allo storico Robert Dallek che Johnson era ‘paranoico’ e ‘depresso’, oltre che ‘cupo, autocommiserativo e arrabbiato’. ‘Era un uomo tormentato’, disse Moyers, soprattutto dopo la sua decisione di intensificare la guerra in Vietnam nel 1965. Anche il professor Dallek, in un saggio del 1998 pubblicato su The Atlantic, usò la parola ‘irrazionale’ per descrivere LBJ”.

Donald Trump: Crazy Like LBJ

Sempre Mayers: “Johnson era imprevedibile. Un giorno era giù di morale e il giorno dopo era di buon umore. Ma ogni volta che tornava sull’argomento Vietnam, quel velo sugli occhi e quel comportamento prevedibilmente imprevedibile si ripresentavano“… Ci sembra qualcosa che riecheggia nelle allucinate e contraddittorie dichiarazioni di Trump sull’Iran.

Dello stesso tenore il ricordo di Richard Goodwin, che scriveva i discorsi di LBJ: “La mia conclusione è che il presidente Johnson abbia avuto alcuni episodi di quello che credo fosse un comportamento paranoico. Non uso questo termine per descrivere una diagnosi medica. Non sono lo psichiatra di LBJ, né sono qualificato per esserlo. Baso il mio giudizio esclusivamente sull’osservazione del suo comportamento durante i poco più di due anni in cui ho lavorato per lui. Non era solo una mia opinione: era condivisa anche da altri che avevano avuto contatti stretti e frequenti con il presidente Johnson”.

Un altro punto di contatto tra Trump e LBJ è il rapporto con Israele; Netanyahu: “Trump è il più grande amico che Israele abbia mai avuto alla Casa Bianca”. Haaretz: “Lyndon Johnson: Israele non ha mai avuto un amico migliore”.

Certo, al contrario di Trump, non si fece trascinare nella Guerra dei Sei giorni, aveva il Vietnam da gestire, ma fu decisivo, come ricorda Haaretz, nell’impedire che Israele restituisse i territori conquistati in quel conflitto ideando la formula “Terra in cambio di pace” (primo passo dell’espansione israeliana dopo la Nakba); e fu sotto la sua presidenza che gli States “divennero i più importanti fornitori di armi di Israele”. Infine, chiuse un occhio sulla realizzazione della centrale nucleare di Dimona, che avrebbe dato a Tel Aviv l’atomica.

I parallelismi tra due presidenti, per ora, si fermano qui. Quelli tra Vietnam e Iran sono ancora in fieri.

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