Un post durissimo, arrivato come un fulmine a ciel sereno nel dibattito pubblico israeliano. L’ex vice primo ministro ed ex ministro degli Esteri e della Giustizia Tzipi Livni – una delle figure più autorevoli della politica israeliana degli ultimi vent’anni – ex membro della Knesset ed ex agente del Mossad, ha pubblicato su X un messaggio che ha già superato il milione di visualizzazioni e sta facendo discutere.
L’accusa in ebraico rivolta al premier Benjamin Netanyahu è durissima: «Uno Stato sovrano possiede un territorio, una legge per tutti e il monopolio delle armi. Israele non ha confini concordati, non esiste più un’unica legge e giustizia per tutti, ma un sistema di legge e giustizia religiosa parallelo alle leggi statali, e ci sono milizie armate e violente che scatenano rivolte a loro piacimento. Il governo israeliano sta disgregando lo Stato di Israele».
Tzipi Livni e il suo j’accuse esplosivo
Livni non è una voce qualunque in Israele. Nata nel 1958, ex agente del Mossad, ha ricoperto nove incarichi ministeriali, è stata capo negoziatrice nei colloqui di pace con i palestinesi e, nel 2009, è arrivata a un passo dal diventare primo ministro. Ha iniziato la carriera nel Likud, il partito di Netanyahu, ma poi ha virato verso posizioni centriste, guidando, prima di lasciare la politica, Kadima e Hatnua. È stata proprio Netanyahu a silurarla nel 2014 per le sue critiche interne.
Oggi, pur non essendo più in Parlamento, resta una voce rispettata a livello internazionale per la sua esperienza e per il suo approccio moderato. Il post arriva in un momento delicatissimo per Israele, impegnato in una guerra esistenziale su più fronti e, in particolare, in quella contro la Repubblica Islamica dell’Iran che non sta andando come sperato per la coalizione Tel Aviv-Washington.
In un Paese dove il governo di Benjamin Netanyahu si regge su una coalizione di destra e ultrareligiosi, e dove la narrazione dominante post-7 ottobre è quella della “unità nazionale” contro i nemici esterni, le parole di Livni suonano come una bomba. Non è la solita critica della sinistra: viene da una donna che ha servito lo Stato per decenni, che ha negoziato con i palestinesi e che conosce i meccanismi del potere dall’interno. Il messaggio è chiaro: non si tratta di una semplice divergenza politica, ma di una disgregazione istituzionale ad opera di Bibi, un presidente di “guerra” che rischia di portare Israele verso l’autodistruzione.
Il nodo giustizia e le pressioni di Trump
In particolare, l’ambito relativo alla giustizia è molto delicato e problematico. Un pilastro fragile di una democrazia già sotto assedio, che sta vivendo un’agonia senza precedenti sotto la minaccia diretta di Benjamin Netanyahu. Come ricorda Haaretz in un’analisi, ben cinque anni dopo la sua incriminazione e nel pieno del processo, Netanyahu ha chiesto la grazia presidenziale. Pochi mesi prima, durante un discorso alla Knesset lo scorso ottobre, Donald Trump aveva commentato con sarcasmo: «Signor Presidente, perché non gli concede la grazia?». Quello che era iniziato come un suggerimento ironico si è rapidamente trasformato in una vera e propria richiesta, per poi degenerare in pesanti insulti personali rivolti al presidente israeliano Isaac Herzog, colpevole, secondo Trump, di non aver concesso immediatamente la grazia.
Normalmente, il ministro della giustizia avrebbe trasmesso il proprio parere all’ufficio del presidente della Repubblica. Ma Yariv Levin, il titolare del dicastero, è così vicino al primo ministro da essersi astenuto dal voto. Non per scrupolo sui conflitti di interesse, bensì per timore che la sua firma rendesse la raccomandazione troppo vulnerabile ad attacchi, come riporta Haaretz. Con una mossa grottesca, al suo posto è stato chiamato un suo sosia ideologico: il ministro del Patrimonio Amichai Eliyahu, esponente del partito suprematista Otzma Yehudit e noto fanatico religioso. La rivelazione meno sorprendente è arrivata puntuale: Eliyahu ha raccomandato di concedere la grazia.
«Le giustificazioni contenute nel suo documento di 17 pagine – scrive Haaretz – rappresentano lo scatto più scioccante possibile della cultura politica israeliana di oggi: una teocrazia gestita da una mafia, fondata sulla volontà di Dio, sul decreto arbitrario e su molteplici sistemi di leggi su misura per coloro che si ergono al di sopra di quelle che abbiamo – e che vogliono distruggere i diritti e le protezioni garantiti dalla legge per tutti gli altri». Una china fanatica pericolosissima, che in Israele qualcuno ha il coraggio di denunciare.
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