La guerra in Ucraina non si combatte esclusivamente con sciami di droni, artiglieria pesante e trincee fortificate. Esiste un secondo campo di battaglia, invisibile ma altrettanto letale, che sta determinando le sorti del conflitto: quello dottrinale e generazionale. Da un lato c’è una nuova leva di ufficiali operativi addestrati dalla NATO e fautori del Mission Command: una filosofia che delega l’iniziativa ai subordinati, puntando sull’adattabilità. Dall’altro sopravvive la vecchia guardia dei generali, ancorata a una centralizzazione estrema e a una gestione del fronte ridotta a un freddo calcolo matematico.
Il paradosso drammatico che sta consumando le Forze Armate Ucraine (AFU) si annida esattamente in questa faglia. L’attuale establishment militare di Kiev – guidato dal Comandante in Capo Oleksandr Syrskyi – si trova a gestire una pericolosa regressione verso logiche puramente sovietiche. Un dramma aggravato da ironia amara : mentre il Command and Control (C2) russo ha trascorso gli ultimi anni ad adattarsi, snellendo la catena di comando e decentrando le operazioni, i vertici ucraini sembrano subire un’involuzione burocratica, irrigidendosi proprio quando il nemico diventa flessibile. Come riassumono con frustrazione i giovani ufficiali sul campo: “Un piccolo esercito sovietico non potrà mai sconfiggere un grande esercito sovietico”.
La vecchia guardia e la pressione politica
Non si tratta di demonizzare una generazione: i comandanti della vecchia guardia si trovano a gestire una pressione politica schiacciante per non cedere territorio, senza poter contare su quella superiorità aerea che è il prerequisito della dottrina di manovra occidentale. In questo scenario brutale, l’ossessione per il controllo assoluto non nasce solo da un retaggio culturale, ma dal terrore di perdere truppe e posizioni in un ecosistema in cui ogni errore è fatale.
Tuttavia, questo approccio si scontra con un’architettura organizzativa disfunzionale: l’Ucraina gestisce la linea di contatto affidandosi a enti temporanei (OTU e OSU). Le Brigate vengono costantemente smembrate per tappare le falle, creando un mosaico caotico in cui viene a mancare il requisito base del Mission Command: la fiducia reciproca.
L’abisso anagrafico e l’anomalia dei sergenti
La distanza siderale tra questi due mondi è incarnata da unità d’élite come la 47a Brigata Meccanizzata “Magura”. Non è solo una questione anagrafica – da fine 2025 l’intera brigata è guidata dal tenente colonnello Maksym Danylchuk, nato nel 1999 – ma puramente. dottrinale. Un ufficiale superiore di appena 26 anni, cresciuto nell’era digitale, che gestisce reparti come la Strike Drones Company con l’agilità di una startup. Inoltre, la 47a è una delle pochissime unità ad aver tentato di implementare il vero cuore del Mission Command NATO: un Corpo dei Sottufficiali (Sergenti) professionisti, dotato persino di un proprio portale
programmatico. Non si tratta di una semplice vetrina, ma di un vero e proprio manifesto dottrinale e strumento di reclutamento: uno spazio nato per istituzionalizzare la figura del sergente in stile occidentale, codificandolo come un leader tattico formato per prendere decisioni autonome sul campo di battaglia.
Nella dottrina sovietica, i sottufficiali non hanno alcun potere decisionale; tutto è accentrato. La “Magura”, al contrario, tenta di delegare la leadership tattica ai sergenti. Quando questa generazione di comandanti si scontra con una gerarchia di generali sessantenni (Syrskyi è classe 1965) che pretendono immobilità tattica e microgestione, il cortocircuito esplode. È in questo clima che si inquadrano le clamorose dimissioni di ufficiali brillanti come il Maggiore Oleksandr Shyrshyn, ex comandante di battaglione della 47a, che ha lasciato l’incarico denunciando apertamente le “missioni idiote” e populiste imposte dall’alto.
Il dissenso pubblico e i capri espiatori di Siversk
La frustrazione si è trasformata in ammutinamento pubblico, documentato da portali di settore come MilitaryLand. La figura chiave è Bohdan Krotevych, ex Capo di Stato Maggiore dell’Azov. Dimessosi a inizio 2025 per poter parlare liberamente, ha avviato una crociata contro la dottrina dei vertici, accusando Syrskyi di una totale mancanza di innovazione strategica, unita a direttive letali (come far riposare le truppe a soli 50 metri dal fronte). Una spregiudicatezza tattica che è valsa al Comandante in Capo il macabro soprannome di “Generale 200” (il codice militare russo/sovietico per il trasporto dei caduti) e aperte richieste di dimissioni.
In un sistema rigidamente punitivo che osteggia le ritirate, si innesca infine un meccanismo letale: pur di evitare rimozioni, gli ufficiali intermedi mentono ai generali, segnalando come “salde” posizioni già perdute. È esattamente quanto accaduto a fine dicembre 2025 con la caduta di Siversk, che ha portato alla rimozione dei colonnelli Volodymyr Potyeshkin (10a Brigata) e Oleksiy Konoval (54a Brigata) per aver falsificato i rapporti difensivi. Una mossa che molti hanno letto come la classica ricerca di capri espiatori: punire i colonnelli per mascherare le colpe dei comandanti degli OTU, veri responsabili per aver preteso la difesa di posizioni ormai compromesse, chiudendo entrambi gli occhi di fronte alla
realtà pur di compiacere lo Stato Maggiore.
L’Ucraina si trova davanti a un bivio esistenziale: trovare una sintesi tra le necessità di una guerra di logoramento e l’urgenza di lasciare spazio alla nuova generazione di comandanti. Questo significa sradicare la cultura che punisce l’onestà tattica in favore dell’obbedienza cieca. L’esercito ucraino ha già dimostrato di avere l’ingegno per innovare sotto il fuoco nemico; ora deve avere la lucidità politica di non sabotarsi dall’interno. Perché la cruda verità del campo di battaglia restituisce una consapevolezza ineludibile: per non soccombere sotto il peso del grande esercito sovietico, il piccolo esercito sovietico deve urgentemente
smettere di esserlo.
Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.
