Gli Stati Uniti hanno esteso all’Ecuador del presidente Daniel Noboa, conservatore alleato di Donald Trump, il raggio d’azione dell’Operazione Southern Spear di contrasto al cosiddetto “narcoterrorismo” in America Latina e che ha coinvolto, principalmente, il Mar dei Caraibi, avendo nella cattura di Nicolas Maduro in Venezuela, avvenuta il 3 gennaio scorso, il punto più clamoroso dall’1 settembre scorso a oggi.
Il 6 marzo Washington e Quito hanno avviato operazioni congiunte per colpire una postazione dei Comandos de la Frontera, un’organizzazione criminale colombiana che opera al confine tra Ecuador e Colombia. “Il Comando Meridonale (Southcom) sta bombardando i narcotrafficanti sulla terraferma”, ha scritto il Segretario alla Difesa Pete Hegseth annunciando un’espansione delle operazioni militari su larga scala volte a eliminare asset utilizzati dai narcos per trafficare droga, soffocare le direttrici su cui si muove la droga, eliminare i membri dei cartelli.
Il raid contro la presunta postazione di San Martin ha segnato un’escalation dell’impegno statunitense in Southern Spear e ha coinvolto aerei, elicotteri, droni e battelli fluviali. “L’infrastruttura veniva utilizzata come area di sosta dal gruppo noto come “Mono Tole” e come campo di addestramento per circa 50 narcotrafficanti”, ha rivendicato il ministero della Difesa ecuadoregno che ha denominato con l’emblematico nome di “Sterminio Totale” la sua operazione.
Missione compiuta? Non è detto. Secondo il New York Times, il raid “mirato” con cui l’infrastruttura sarebbe stata eliminata non avrebbe preso di mira un centro di comando dei narcos ma bensì…un caseificio! “Secondo quanto emerso dalle interviste con il proprietario dell’azienda agricola, quattro dei suoi dipendenti, avvocati per i diritti umani, residenti e leader di San Martín, il remoto villaggio agricolo nel nord dell’Ecuador dove ha avuto luogo l’attacco, il raid militare avrebbe distrutto un allevamento di bestiame e una fattoria produttrice di latticini, non un covo di narcotrafficanti”, nota la testata della Grande Mela, che aggiunge:
In un comunicato stampa , l’esercito ecuadoriano ha affermato che la proprietà veniva utilizzata da un gruppo armato per nascondere armi e come luogo di addestramento e pernottamento per i narcotrafficanti. Il proprietario della fattoria e i residenti locali hanno negato tali affermazioni.
L’operazione Southern Spear è già stata accusata di agire al di fuori dei limiti della legalità istituzionale americana, dato che molto spesso i raid contro le barche sono stati sospettati di non colpire effettivamente dei terroristi o dei narcos e Hegseth è stato accusato su più fronti di aver incentivato dei potenziali crimini di guerra. Inoltre, il targeting del Pentagono è stato spesso criticato in diverse occasioni, come durante i raid contro l’Isis in Nigeria di dicembre che pare abbia bersagliato villaggi dove non si trovavano gli jihadisti.
La realtà dei fatti parla di uno scenario più complesso, dove agli Usa la pressione militare sul narcotraffico serve come gancio per alimentare la strategia di massima pressione sull’America Latina e la leadership nel cosiddetto “Emisfero Occidentale” ritenuto di assoluta pertinenza di Washington. L’attacco ai confini con la Colombia si somma alla pressione esercitata dalla Drug Enforcement Administration, l’agenzia antidroga Usa, sul presidente di Bogotà, Gustavo Petro, per presunti reati di narcotraffico e per aprire potenzialmente a un condizionamento delle imminenti elezioni a sfavore di una sinistra scettica verso gli Stati Uniti. Noboa si presta come alleato di Trump per questo dossier, anche a costo di un’operazione spericolata che vede il narcotraffico utilizzato come leva politica per la “Dottrina Donroe”. Con tutti i rischi per la sicurezza e l’effettiva capacità di contrastare il narcotraffico e le sue minacce in forma reale, e non propagandistica, che da queste azioni derivano.
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