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Guerra

L’apertura di Trump è reale, ma deve superare il niet di Israele

Resta che l'apertura sembra reale. E ciò non tanto per l'assertività di Trump, il quale, tra le tante confuse dichiarazioni, ha affermato che gli Usa sono “molto determinati a raggiungere un accordo”,
L'apertura di Trump è reale, ma deve superare il niet di Israele

Il New York Times ha spiegato l’apertura diplomatica di Trump come un modo per sfuggire alla trappola in cui si era ficcato lanciando l’ultimatum a Teheran perché riaprisse lo Stretto di Hormuz entro 48 ore, pena l’incenerimento delle sue centrali elettriche.

Trump’s Ultimatum to Iran Was Almost Up. Then He Found an Offramp.

Dopo la durissima risposta dell’Iran, che aveva minacciato una rappresaglia su tutti gli interessi energetici israeliani e americani della regione, aveva capito il rischio di procedere sulla via intrapresa. Allo stesso tempo, non poteva rimangiarsi l’ultimatum “perché avrebbe trasmesso un segnale di debolezza agli iraniani” (e agli americani, che mal sopportano un imperatore debole).

Così ha colto al volo l’occasione offertagli da alcuni Paesi arabi – i media ne elencano una decina – i quali avevano sondato gli iraniani sull’ipotesi di una possibile de-escalation, ricevendone risposte incoraggianti, e “ha usato questa apertura al dialogo, anche se ancora in fase embrionale, come pretesto per evitare di dar seguito alla minaccia”.

Per capire la portata della minaccia iraniana, basta leggere quel che scriveva il giorno prima, sempre sul New York Times, Patricia Cohen e moltiplicarlo per cento: “Il gioco è cambiato. Quando Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran, lo scenario da incubo per l’economia globale di cui la maggior parte delle persone parlava era la chiusura dello Stretto di Hormuz, il punto di strozzatura più importante per il petrolio del pianeta”.

“Ma un incubo diverso e ben più inquietante ha cominciato a delinearsi con gli attacchi diretti alla spina dorsale della produzione energetica del Golfo Persico: la prospettiva di danni a lungo termine per milioni di dollari agli impianti che forniscono una parte cruciale del gas naturale mondiale. Ora, invece di chiedersi se la guerra durerà giorni o settimane, funzionari ed economisti ipotizzano effetti che potrebbero durare mesi o anni”.

War’s Attacks on Energy Could Turn Economic Shock Into Long-Term Damage

Così si è arrivati alla moratoria di cinque giorni per decidere se procedere o meno all’attacco. Al solito, Trump va da ultimatum a ultimatum, reiterando sempre lo stesso errore, dal momento che una linea temporale così cadenzata e ristretta per dar luogo a un processo tanto delicato come un negoziato tra due parti in guerra favorisce il sabotaggio dello stesso.

Resta che l’apertura sembra reale. E ciò non tanto per l’assertività di Trump, il quale, tra le tante confuse dichiarazioni, ha affermato che gli Usa sono “molto determinati a raggiungere un accordo”, quanto perché, nonostante abbia avuto una conversazione telefonica con Netanyahu, ha voluto che questi parlasse anche con il vicepresidente J.D. Vance, il quale era contrario alla guerra ed è determinato a porvi fine.

Da notare che Netanyahu, nel video in cui riferiva i suoi contatti d’oltreoceano e rassicurava i suoi concittadini sul fatto che i negoziati avrebbero preservato gli “interessi vitali” di Israele, ha citato solo Trump, evitando di dar conto della telefonata con Vance. Omissione che riecheggia lo scetticismo con cui è stata accolta in Israele l’apertura del presidente Usa, con i media che riferiscono quanto sia improbabile un accordo.

Scetticismo fondato, anche perché in America si continua a ripetere il mantra di un Iran che dovrebbe accettare non solo un ridimensionamento del suo programma nucleare, ma anche di quello missilistico.

Se già è problematico per Teheran – sempre che accolga l’apertura – accettare la prima condizione, dal momento che l’aggressione subita da Israele e Usa urge la deterrenza – e la deterrenza atomica dal momento che ad attaccarlo sono due potenze atomiche – accettare la seconda condizione gli è del tutto impossibile.

Peraltro, l’Iran chiede con ragionevole fermezza solide garanzie che non verrà attaccato nuovamente e non si vede quali garanzie possa dare la controparte.

Si può notare come la deterrenza atomica renderebbe inutile quest’ultima richiesta, particolare che potrebbe dare il “la” a una soluzione fuori registro, come ad esempio che Usa e Israele accettino che ad assicurarla siano Cina o Russia. Ciò sarebbe in linea con quanto pronosticato domenica dall’ayatollah Sayyed Mojtaba Khamenei.

Se le nostre richieste non saranno soddisfatte, ha dichiarato Khamenei, l’Iran “intensificherà la sua azione economica, militare e potenzialmente nucleare. Non ipoteticamente, ma operativamente: chiudendo lo Stretto di Hormuz, formalizzando i legami difensivi con Russia e Cina e passando dall’ambiguità alla deterrenza nucleare dichiarata” (sintesi di Sprinter press).

Tra le richieste, quella di una salvaguardia dei suoi alleati regionali e la fine della presenza Usa nella regione, oltre alla riparazione dei danni subiti. Se quest’ultima richiesta potrebbe essere soddisfatta dalla remissione delle sanzioni e la seconda con un ridimensionamento relativo della presenza Usa nel Golfo, ad esempio il ritiro dall’Iraq (peraltro avvenuto in questi giorni sotto la pioggia di missili iraniani) la prima è irrinunciabile.

Da qui le criticità, dal momento che Israele non sembra disposto a rinunciare al disarmo di Hezbollah, punto nodale della richiesta, né a dar requie ai palestinesi e rinunciare alla Grande Israele. Insomma, le problematiche di un eventuale dialogo sono tante, tra cui l’ostacolo Israele, con Netanyahu, o chi per lui, che tramite video ha ammonito che non spetta all’America decidere quando finirà la guerra, ma al suo Paese. Tanto per far capire chi comanda.

Nonostante i tanti fattori ostativi, di interesse la sollecitazione del ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov che, in una telefonata col suo omologo iraniano Abbas Araghchi, ha esortato a lavorare per “una soluzione politica e diplomatica“.

Russian FM urges Iran’s Araghchi to ‘end hostilities immediately’

Russia e Cina stanno lavorando sottotraccia a tale scopo. Se Trump le coinvolgesse pubblicamente, evitando il solito arrogante solipsismo Usa – votato a ottenere guadagni all’Impero più che a placare le acque – sarebbe più facile superare i venti di contrasto.

Peraltro, l’iniziativa di Trump nasce sotto una cattiva stella: ieri un aereo passeggeri ha avuto un incidente all’aeroporto LaGuardia, morti i due piloti, oggi un incendio spaventoso ha devastato una raffineria in Texas.

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