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Società

Capire il nemico (e prevederlo): perché il Partito Comunista Cinese studia i classici greci e latini

Facciamo un gioco. Prendete il Partito Comunista Cinese (Pcc) guidato da Xi Jinping e confrontatelo a un qualsiasi governo in carica in Occidente, inteso qui nell’accezione generalista Stati Uniti più Europa. Adesso chiedetevi quale delle due parti in campo conosce...

Facciamo un gioco. Prendete il Partito Comunista Cinese (Pcc) guidato da Xi Jinping e confrontatelo a un qualsiasi governo in carica in Occidente, inteso qui nell’accezione generalista Stati Uniti più Europa. Adesso chiedetevi quale delle due parti in campo conosce meglio l’altra, o meglio ancora, chi ha studiato più a fondo il retroterra storico, culturale e politico all’interno del quale si muove l’avversario.

La vittoria è senza ombra dubbio dei leader di Pechino. Loro sanno chi siamo, da dove veniamo, quali sono i nostri modelli valoriali e persino come ragioniamo, mentre noi, degli alti funzionari cinesi, sappiamo ben poco. Giusto quello che troviamo scritto sui giornali.

Questo gap cognitivo, fin troppo trascurato dagli analisti, è una delle ragioni principali che spiega perché la Cina riesce ad approcciarsi ai Paesi occidentali molto meglio di quanto questi ultimi non facciano con lei.

Merito dell’enorme interesse per gli studi classici che prospera oltre la Muraglia, come ha ben spiegato Shadi Bartsch nel suo fondamentale volume Platone in Cina, nel quale esplora, racconta, analizza l’emergere di un nuovo entusiasmo cinese per i grandi classici occidentali, su tutti quelli greci e latini. Gli stessi, da Platone ad Aristotele, che noi, nelle nostre accademie, abbiamo smesso di amare.

I classici greci e latini? Questione di opportunità

Ma per quale motivo la Cina studia i classici occidentali che noi puntualmente ignoriamo? Questioni prettamente strategiche e geopolitiche. Lo spiega nel dettaglio un lungo e approfondito articolo apparso sul New Yorker, che ripercorre le sensazioni avute pochi mesi fa da Tim Whitmarsh, un accademico dell’Università di Cambridge, invitato a Pechino in occasione della Conferenza Mondiale di Studi Classici.

L’evento, svoltosi nel sontuoso centro congressi internazionale di Yanqi Lake – una struttura parte di un progetto di costruzione da quasi sei miliardi di dollari – alla presenza di 400 relatori provenienti da tutto il mondo e sistemata dagli organizzatori in hotel di lusso dopo lunghi viaggi aerei effettuati in business class. A presenziare all’evento, che in Europa e negli Stati Uniti sarebbe stato probabilmente relegato a un vezzo di antichi e noiosi studiosi, c’era uno dei più stretti collaboratori di Xi: Li Shulei, di professione direttore del Dipartimento della Comunicazione del Comitato Centrale del Pcc.

Emergono subito tre considerazioni. La prima: l’evento in questione era in realtà un summit politico ideato per utilizzare gli studi classici come strumento di soft power, nonché come pensieri complementari al corretto funzionamento dell’attuale politica cinese. La seconda: Pechino è ben felice di accogliere in patria giovani cinesi che riportano a casa la loro formazione occidentale, e ancor più di inserire le loro metodologie – apprese in Europa o negli Stati Uniti – nel mondo accademico nazionale. Quelle competenze saranno infatti utili per comprendere gli altri. La terza considerazione: mentre i sostenitori di Donald Trump e la destra populista occidentale organizza manifestazioni utilizzando immagini romane, la Cina rievoca quei classici per finalità geopolitiche.

epa12416712 Chinese President Xi Jinping walks on the stage during a reception at the banquet hall of the Great Hall of the People in Beijing, China, 30 September 2025, to commemorate the upcoming 76th anniversary of the founding of the People’s Republic of China. China marks its national day on 01 October. EPA/ANDRES MARTINEZ CASARES

Che ci fa Platone in Cina?

Se è vero che i notiziari cinesi dipingono le società occidentali come veri e propri inferni decadenti, è altrettanto vero che le università cinesi continuano ad assumere classicisti greco-romani. Pensate che l’Università di Pechino ha persino da poco completato una nuova traduzione di Platone, e che l’Università del Sichuan ha inaugurato un dipartimento di studi classici, con l’obiettivo di formare studenti “competenti sia nella cultura cinese che in quella occidentale”.

Ma da dove deriva questo fervore della Cina per i classici occidentali? Va bene l’interesse per la materia, ma dietro il semplice fine accademico c’è tanto altro. Negli ultimi anni, infatti, Xi Jinping ha trasformato la fiducia culturale tra i Paesi in un pilastro della sua diplomazia politica.

L’effetto è quasi straniante: mentre i governi occidentali trascurano gli studi classici perché ritenuti poco utili in termini economici, quello cinese li riesuma, li apprende e li studia per farsi apprezzare tra le élite europee e statunitensi, per capire qualcosa in più sui ragionamenti di leader lontani e, last but not least, per costruire un ponte culturale. Dal quale, poi, far transitare tanti altri dossier: politica, affari, commercio.

Ma la Cina vuole anche essere considerata una grande civiltà, e anche a qauesto servono i grandi classici. “Quando la Cina guarda al mondo, aspira a essere come la Grecia. La Grecia è per l’Europa ciò che la Cina è per l’Asia orientale. Voi avete Socrate, noi abbiamo Confucio”, ha spiegato non a caso Martin Kern, sinologo di Princeton e relatore principale alla suddetta Conferenza Mondiale di Studi Classici.

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