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Migrazioni

Il nuovo limbo dei deportati dagli Usa passa per la giungla di Panama

La grande inversione dei flussi migratori dagli Usa all'America Latina, per evitare deportazioni di massa o la cancellazione dei permessi.
panama

Questi ultimi mesi hanno visto una grande inversione dei flussi migratori nel continente americano. Da Nord a Sud, dagli Stati Uniti all’America Latina, per evitare deportazioni di massa o fuggire dalla cancellazione dei permessi di protezione. È Panama uno dei Paesi più interessati dal fenomeno, passando dall’essere semplice luogo di transito verso il sogno finale a un complesso e drammatico nodo di smistamento per chi, forzatamente o per disperazione, sta cercando di tornare indietro.

La regione del Darién, una delle giungle più impervie e pericolose al mondo – un groviglio di vegetazione dove la Panamericana s’interrompe – era un tempo porta d’ingresso per chi puntava agli Usa, mentre oggi è il teatro di una crisi umanitaria speculare, alimentata dalle nuove e restrittive politiche migratorie dell’amministrazione di Donald Trump. Mentre i passaggi verso il confine statunitense sono diminuiti drasticamente, si è consolidato quello che gli analisti chiamano reverse flow, ovvero un flusso di ritorno composto da persone che fuggono dalla cancellazione dei permessi di protezione e dalle deportazioni di massa.

E che ci facevano, qualche mese fa, decine di famiglie iraniane bloccate in un hotel di lusso di Panama City? È una delle vicende più emblematiche di questa fase, che riguarda il trasferimento di decine di migranti che pure non sono latinos, ma erano detenuti negli Stati Uniti, verso campi remoti nella giungla panamense; in attesa di essere riammessi nel loro Paese d’origine o da altre “terze parti”, spesso lontane migliaia di chilometri dalla meta ambita o dal posto in cui quei migranti sono nati.

Se i cittadini iraniani sono stati spostati sotto stretta sorveglianza da un centro di accoglienza improvvisato alla provincia del Darién, in strutture che i testimoni diretti descrivono con termini agghiaccianti, ad altri – inclusi bambini e anziani infermi – è toccato ritrovarsi persino in Africa centrale.

I trafficanti sulle rotte marittime

La situazione degli iraniani era particolarmente delicata per ragioni politiche e religiose. In molti casi si trattava di cristiani convertiti che temevano la pena di morte per apostasia in caso di rimpatrio forzato a Teheran. Il tutto in un contesto in cui il regime iraniano, prima ancora che scoppiasse la guerra con gli Stati Uniti e Israele, stava mostrando una postura sempre più aggressiva. Il ritorno forzato, insomma, rappresentava per molti dissidenti una minaccia letale.

Washington ha trovato ostacoli diplomatici nel rimpatriare direttamente i cittadini verso nazioni ostili come l’Iran (o l’Afghanistan) e così ha esercitato forti pressioni su Panama – alleato storico e semi-colonia minacciata di essere privata del Canale – affinché accettasse questi deportati, spesso pure in violazione delle leggi locali che vietano la detenzione prolungata senza ordini del tribunale.

Ma, come dicevamo, per evitare questi trasferimenti forzati, migliaia di migranti provenienti da Venezuela, Haiti e Colombia stanno intraprendendo autonomamente il viaggio di ritorno verso Sud. Poiché il passaggio via terra attraverso il Darién rimane presidiato e pericoloso, si è sviluppata allora una rotta marittima che parte dai porti della miseranda provincia di Colón, come Miramar e Palenque, per raggiungere la Colombia. Le rotte marittime sono spesso più rischiose di quelle terrestri, perché i migranti vengono stipati su piccole imbarcazioni veloci, chiamate chalupas, gestite dai trafficanti che chiedono cifre comprese tra i 200 e i 300 dollari a persona, con un rischio di naufragio costante.

Nonostante la crisi dei migranti abbia raggiunto il suo culmine nell’estate 2025, tutt’oggi in piccoli villaggi di pescatori sul Caribe panamense è possibile incrociare giovani donne colombiane o venezuelane che insieme ai figli piccoli cercano da mesi un passaggio verso casa, dopo che i mariti sono stati arrestati dalle autorità. La mancanza di rifugi formali costringe i migranti a dormire in strutture di fortuna, spesso alla mercé di gruppi criminali. In assenza di un supporto internazionale strutturato, sono spesso i residenti locali a farsi carico dell’assistenza immediata, offrendo pasti caldi o piccoli lavori per permettere ai migranti di raccogliere il denaro necessario a pagare i trafficanti.

Questa nuova geografia delle migrazioni sta mettendo a dura prova la tenuta dei sistemi sociali dei Paesi di transito, nel mezzo di una riedizione da parte di Trump della dottrina imperialista del primo Novecento. Senza una strategia di reintegrazione chiara, Paesi come Panama e Colombia rischiano di diventare luoghi di stallo per migliaia di persone invisibili e senza protezione, rigettate come scarti dal sistema statunitense e usate come bombe politiche per tenere sotto controllo i Paesi dell’area. Il paradosso del reverse flow è che, mentre il viaggio verso Nord era alimentato dalla speranza di un futuro migliore, quello verso Sud è spesso dettato dal puro istinto di sopravvivenza di fronte a un sistema che ha chiuso ogni porta legale.

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