Donald Trump prova a portare l’Iran a più miti consigli e dopo le minacce di attaccare le centrali elettriche di Teheran se non avesse riaperto lo Stretto di Hormuz aggiunge cinque giorni di moratoria su queste operazioni. Colloqui in corso, dice The Donald. Ma la Repubblica Islamica incassa ricevuta e tira dritto: nessun negoziato, dice il ministero degli Esteri di Abbas Araghchi; le condizioni per porre fine alla guerra restano i sei punti presentati ieri, che includono la garanzia contro nuove aggressioni e addirittura la fine della presenza militare americana attorno al Golfo.
Giochi di specchi per coprire un abboccamento già in corso o pretattica? Tutto da vedere. Ma la certezza è che ad oggi non sono gli Stati Uniti e Israele a potersi dichiarare vincitori da una guerra per cui, secondo Badr Albusaidi, ministro degli Esteri omanita che ha mediato i colloqui Washington-Teheran fino a 48 ore prima dell’assalto del 26 febbraio, la responsabilità dello scoppio non ricade sull’Iran.
Trump ha poi detto che Washington avrebbe con Teheran un accordo sui punti critici su cui porre fine al conflitto, e i media israeliani hanno indicato nel Presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, assieme al defunto Ali Larijani uno dei “grandi vecchi” del potere che erano più vicini all’ex Guida Suprema Ali Khamenei, l’uomo che starebbe trattando con Washington. Nel frattempo, però, da Teheran arrivano segnali chiari sul fatto che l’Iran cercherà un risultato strategico, non una ritirata tattica degli assalitori come successo a giugno.
L’Iran vuole consolidare dei successi strategici ottenuti nelle prime settimane di guerra: poter dettare la linea per gestire chiusura e apertura di Hormuz; tenere in mano le chiavi dello stretto e alzare il costo per gli Usa di proseguire la guerra; rendere credibile la deterrenza per far stancare delle azioni di Usa e Israele i Paesi del Golfo. Curioso che l’annuncio di Trump sia arrivato dopo che Teheran aveva minacciato di colpire le centrali elettriche delle petromonarchie arabe qualora Washington avesse esteso i raid.
Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha detto, in un tweet spesso scambiato per semplice propaganda, a inizio guerra che la “difesa a mosaico” iraniana mirava a far finire il conflitto alle condizioni di Teheran. Non ci siamo ancora, ma sicuramente ad oggi registriamo una serie di trend consolidati.
Il regime iraniano non è intaccato nella sua capacità combattente e la catena di comando non è spezzata. La capacità di deterrenza di Teheran non è stata smantellata. I costi della guerra aumentano, anche sul fronte della difesa dello spazio aereo di Israele e del Golfo. Soprattutto, Trump è nella tenaglia tra la rivolta della base Maga del suo partito, enfatizzata dalle dimissioni dell’ex capo dell’antiterrorismo Joe Kent, e i dubbi del mondo del business. La recente intervista dell’anchorman conservatore Tucker Carlson, star della fronda anti-Trump, e la direttrice dell’Economist Zanny Minton Beddoes parla chiaro della saldatura del messaggio di questi mondi. Trump è in un’avventura forse più grande di quanto aveva immaginato e sta cercando di tirarsene fuori. L’Iran vuole che ciò accada alle sue condizioni. E per Trump appare difficile nascondere uno scacco sempre più palese.
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