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Media e Potere

Assolto Khan, il procuratore dell’ICC che ha sfidato Netanyahu: ma le aggressioni Usa ai giudici non si fermano

Karim Khan, procuratore Icc che aveva emesso il mandato d’arresto contro Netanyahu, è stato prosciolto da ogni accusa.
Karim Khan sanzioni Icc Netanyahu

Secondo un’esclusiva di Middle East Eye, Karim Khan, procuratore capo della Corte Penale Internazionale (Icc), noto per aver spiccato un mandato d’arresto con il premier israeliano Benjamin Netanyahu, è stato prosciolto da ogni accusa di cattiva condotta sessuale. Un panel di tre giudici, nominato dal Bureau dell’Assemblea degli Stati Parte (Asp), ha esaminato il rapporto di 150 pagine dell’Un Office of Internal Oversight Services (Oios) e oltre 5.000 pagine di prove. La conclusione unanime, consegnata il 9 marzo 2026, è chiara: «I fatti accertati dall’Oios non stabiliscono alcun cattiva condotta o violazione del dovere».

Accuse contro Khan mentre indagava su Netanyahu

Khan, che ha sempre negato ogni accusa, era in congedo volontario da maggio 2025. Le accuse erano emerse in parallelo con la richiesta di mandati di arresto contro Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant per crimini di guerra a Gaza. Le accuse contro Khan erano giunte proprio mentre la sua Procura faceva importanti progressi sull’indagine riguardante il genocidio a Gaza, dopo mesi di minacce e pressioni di ogni tipo. Nel maggio 2024 l’allora ministro degli Esteri britannico David Cameron nel governo Sunak minacciò Khan al telefono: qualora fossero stati spiccati i mandati, il Regno Unito avrebbe tagliato i fondi e abbandonato la Corte. Khan lo ha confermato in un documento ufficiale presentato alla Camera d’Appello dell’Icc.

Da febbraio 2025 l’amministrazione Trump ha imposto sanzioni finanziarie e divieti di visto a Khan, ai suoi due vice-procuratori, a sei giudici Icc, alla relatrice speciale Onu sulla Palestina Francesca Albanese e a tre ONG palestinesi. Washington minaccia persino sanzioni contro l’intera Corte, definita dagli ufficiali ICC uno “scenario da giorno del giudizio”.

Giudici nel mirino delle sanzioni

Il giudice francese Nicolas Guillou, che ha partecipato all’emissione del mandato d’arresto contro Netanyahu, è un’altra vittima delle sanzioni di Washington. Queste ultime lo hanno ridotto a una situazione kafkiana: carte di credito bloccate (Visa e Mastercard sono sistemi americani), impossibilità di ordinare su Amazon o prenotare Airbnb, transazioni annullate. «È come tornare a un mondo pre-digitale», ha dichiarato Guillou. «Sono sulla lista nera di terroristi e trafficanti di droga. Se i giudici hanno paura di giudicare, non c’è più democrazia: agiremo solo per paura». Il video della sua denuncia, diffuso su X, sta facendo il giro del mondo, con milioni di visualizzazioni.

Situazione identica per la giudice canadese Kimberly Prost, sanzionata per aver autorizzato l’indagine sui crimini in Afghanistan (inclusi quelli Usa). Nel dicembre 2025 ha raccontato all’Irish Times: «Alexa era morta. Non rispondeva più». Impossibile usare carte di credito, inviare bonifici, ordinare Uber, prenotare hotel o comprare dollari. «Sono piccole seccature, ma tutte insieme paralizzano la vita. Lo scopo è chiaro: interferire direttamente con l’indipendenza della magistratura e dell’Icc».

Infine, il caso già menzionato della relatrice speciale Onu sui Territori Palestinesi Occupati, Francesca Albanese. Gli Usa l’hanno sanzionata nel luglio 2025 proprio per il suo sostegno all’indagine Icc e per le sue denunce pubbliche sulle violazioni israeliane. Washington l’ha accusata di «attività malevole» e di aver «assistito materialmente» la Corte. Anche la sua famiglia ha dovuto fare causa all’amministrazione Trump. Nemmeno Banca Etica, come ha raccontato lei stessa e come riportato da Il Fatto Quotidiano, l’ha potuta aiutare.

Insomma, il messaggio è oltremodo chiaro. Mentre Khan viene prosciolto, le sanzioni americane continuano a trasformare la vita quotidiana di giudici e funzionari in un incubo, mandando un messaggio eloquente: chi osa indagare Usa e Israele rischia conseguenze piuttosto gravi. La domanda rimane: fino a quando l’Europa e il resto del mondo lasceranno che sia Washington a decidere chi può (e chi non può) fare il proprio lavoro?

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