Trump ha affermato che gli Stati Uniti stanno esaminando l’idea di “ridurre gradualmente” l’impegno bellico in Medio oriente, aggiungendo che vorrebbe negoziare ma non c’è nessuno con cui farlo. Già, perché il possibile interlocutore, Ali Larjiani, è stato ucciso da Israele proprio per impedire questa possibilità.
Larjani, infatti, era un politico pragmatico ed era un fautore del dialogo con l’Occidente, motivo per cui era osteggiato dall’ala più intransigente della politica iraniana, la quale però ne riconosceva l’autorità da cui la possibilità di convergenze, come peraltro avvenuto in passato.
Il segnale del presidente americano si somma a quello inviato attraverso la revoca delle sanzioni Usa su parte del petrolio iraniano, quello caricato sulle navi; una deroga valida fino al 19 aprile prossimo.
Si tratta di segnali vaghi e contraddittori, perché la riduzione delle operazioni militari contro l’Iran è dettata dai fatti. L’America ha dovuto ritirare le sue portaerei: la Gerald Ford è stata dirottata a Cipro dopo un incendio scaturito dalla lavanderia durato 30 ore (tempistica eccessiva per domare un banale incendio: è stata colpita?); la Lincoln, invece, dopo incidenti di percorso similari, ha dovuto portarsi a distanza di sicurezza.
Così gli aerei dell’U.S. Air Force devono iniziare le loro missioni da lunga distanza, per questo l’insistenza degli Usa per usare le basi europee. Uno sviluppo che impone una drastica diminuzione delle missioni, oltre che causare un incremento dei costi delle stesse.
La prudenza è consigliata anche dalla sorpresa della contraerea iraniana, che ha colpito e costretto a un atterraggio di emergenza un F-35, un incidente che indica i rischi connessi agli attacchi a distanza relativamente ravvicinata, probabilmente dettati dalla diminuzione delle scorte di ordigni a lunga gittata.
Peraltro, l’incidente dell’F-35 rappresenta un vulnus non indifferente per gli States, non solo a livello bellico, ma anche di prestigio. L’F-35 non è solo un velivolo militare: la sua asserita inviolabilità (violata) e la sua aggressiva commercializzazione l’hanno reso un simbolo del Potere imperiale, tanto che alcuni analisti hanno definito la sua diffusione internazionale la Via della Seta americana.
Stanotte, poi, l’attacco alla base Diego Garcia, forse la più strategica e costosa del Pacifico. È la prima volta che Teheran mira così lontano. In realtà, la scarsa consistenza dell’attacco, solo due missili (intercettati), dà l’idea che fosse un segnale. Sarà arrivato arrivato forte e chiaro.
Insomma, le parole di Trump appaiono dettate soprattutto dagli sviluppi del conflitto. Ciò è vero anche per la revoca delle sanzioni, che in teoria dovrebbe allentare la stretta sui mercati energetici globali causata dalla crisi di Hormuz, ma che avrà un impatto relativo anche per il trucchetto di bassa lega che sottende la decisione.
Infatti, il ministero del Petrolio di Teheran ha comunicato che non ci sono navi iraniane cariche di olio nero in mare così che la mossa degli Usa sarebbe solo un escamotage “psicologico” per placare l’ansia dei mercati (il mercato azionario statunitense due giorni fa è crollato…).
A indicare che i due segnali distensivi siano da prendere con la relatività del caso, è anche il fatto che i marines indirizzati verso il Medio oriente, presumibilmente per conquistare l’isola di Kharg (da cui transita gran parte del petrolio iraniano), non sono stati ritirati. Anzi l’opzione Kharg continua a essere brandita con insistenza masochistica (se davvero saranno mandati all’assalto dell’isola, sarà una mattanza).
E però, a segnalare che qualcosa si sta muovendo lo rivela anche quanto scrive su Haaretz l’ex generale israeliano Itzhak Brik: “Non sono solo gli americani a essere preoccupati. Le notizie provenienti da Gerusalemme indicano che i decisori israeliani si stanno gradualmente ricredendo. La speranza che una massiccia pressione militare avrebbe portato al rapido crollo del regime iraniano si sta dissolvendo di fronte alla resistenza dell’Iran”. Cenno significativo perché a decidere sul conflitto è più Tel Aviv che Washington.

Svaporati i sogni di gloria, gli aggressori si ritrovano alle prese con la dura realtà. Non è solo l’Iran a dimostrare resilienza, ma anche Hezbollah, che Tel Aviv contava di spazzare via in pochi giorni. Inoltre, benché Israele avesse rafforzato al parossismo le difese del suo territorio in vista della guerra decisiva contro Teheran, ha dovuto constatarne la relativa efficacia.
Benché le censura sui media israeliani e internazionali sia draconiana, il web è impietoso nel mostrare macerie fumanti a Tel Aviv e altrove. Anche l’opzione atomica, che da tempo Netanyahu e soci sognano di sganciare su Teheran, deve fare i conti con la realtà. Ieri le sirene d’allarme sono riecheggiate a Dimona, sede della centrale nucleare: monito inequivocabile.
Resta l’opzione di ingaggiare i Paesi del Golfo nella guerra santa all’Iran. L’Arabia saudita, che dovrebbe dare il “la” a tale escalation, inizia a dar segnali in tal senso. Ma va ricordato che Riad è stata appena sconfitta dai ribelli Houti nella guerra che ha scatenato per riprendere il controllo dello Yemen. Pregresso che dovrebbe indurla a più miti consigli (peraltro, gli Houti incombono ancora).
Segnali contraddittori propri di una guerra che ha profili psichiatrici e che si gioca anche sul piano psicologico. Ieri la notizia che l’inviato russo Kirill Dmitriev avrebbe proposto agli Usa di non fornire più intelligence all’Iran se loro avessero fatto altrettanto con Kiev.
Notizia falsa, come da smentita di Dmitriev subito confermata autorevolmente da Putin, il quale, nel messaggio di auguri all’Iran in occasione della festività di Nowruz, ha sottolineato che la Russia rimane “un partner leale e affidabile” di Teheran.
Probabile che la diffusione della notizia, oltre che un tentativo di seminare zizzania nel campo avverso, fosse anche un modo per testare Mosca: un tentativo di cercare un accordo sui due conflitti. Una proposta indecente, di cui era ovvio il rigetto, che denota certa disperazione.
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