La Terza guerra del Golfo si espande sul fronte energetico e l’Iran rilancia dopo gli attacchi israeliani al giacimento gasiero di South Pars di ieri colpendo la raffineria di Haifa, operata dalla Bazan, che è vitale per la gestione dell’approvvigionamento petrolifero di Tel Aviv.
Nel principale porto israeliano e in buona parte del Paese sono segnalati blackout e tagli all’alimentazione energetica a causa dei danni subiti, che non includono feriti o morti ma rischiano di essere ingenti per lo Stato Ebraico. Ad Haifa vengono raffinati quasi 200mila barili di petrolio al giorno, necessari a garantire oltre la metà della benzina e del diesel utilizzati nello Stato Ebraico.
Ampie colonne di fumo hanno coinvolto l’area degli impianti di raffinazione. Non è ancora certo se a colpire Haifa siano stati missili iraniani o piuttosto componenti di una munizione a grappolo giunti sul sito energetico. Tel Aviv consuma complessivamente circa 210mila barili di petrolio al giorno, in un contesto energetico dominato dal gas naturale, e lo importa pressoché esclusivamente dall’estero, e questo mostra quanto Haifa pesi nel contesto dell’approvvigionamento del Paese. Israele ne produce circa 23mila al giorno e importa il grosso da Azerbaijan e Kazakistan
Come ha ricordato Argus Media dopo l’inizio della guerra israelo-americana all’Iran:
Bazan, che gestisce la raffineria di Haifa, ha dichiarato di aver chiuso alcune unità non specificate. Israele possiede un’altra raffineria, quella di Ashdod, di proprietà di Paz Oil, con una capacità di 110.000 barili al giorno.
Le chiusure in Israele rappresentano uno dei primi effetti del conflitto sulle infrastrutture energetiche regionali. Sembrano essere misure precauzionali, dato che la raffineria di Haifa è stata gravemente danneggiata da un attacco missilistico durante la guerra di 12 giorni tra Israele e Iran nel giugno 2025.
L’Iran rende la pariglia a Israele e non cessa di seguire una strategia esplicita di “occhio per occhio, dente per dente”: la Repubblica Islamica accetta la logica dell’escalation, la cavalca e mira a colpire il mercato energetico regionale così da alimentarne lo scompiglio e alzare il prezzo per l’asse israelo-americano e per i Paesi del Golfo legato al conflitto.
Dopo il Golfo, oggi la guerra alle infrastrutture energetiche ha raggiunto il Mediterraneo poche ore in seguito all’impatto della stessa sul Mar Rosso: in Arabia Saudita, oggi, “almeno un drone ha colpito la raffineria SAMREF di Yanbu , una joint venture tra Saudi Aramco ed ExxonMobil, situata sulla costa saudita del Mar Rosso, a circa 1.300 km dal territorio iraniano, mentre un missile balistico diretto alla stessa area è stato intercettato dalla difesa aerea saudita“, nota Future Warfare Magazine. L’escalation spinta dall’offensiva di Tel Aviv e dalla risposta iraniana porta l’energia nel mirino e amplifica lo shock energetico globale.
Oggi, non a caso, volano i prezzi sui mercati internazionali: su del 3% il Brent a 110 dollari al barile, del 4,5% il Wti a 101, del 14% il gas europeo a 62 euro al MWh. I rincari dall’inizio della guerra superano il 50% nei primi due casi e sfiorano il 100% nel terzo. Chi paga questi shock, in particolare, sono i Paesi manifatturieri dipendenti dall’import di materie prime energetiche. Tra cui, ovviamente, le economie europee.
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