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Politica

Perché la guerra in Iran è un grosso problema per i Brics

La guerra in Iran mette in luce le profonde divisioni interne dei Brics, indebolendone la capacità diplomatica senza però segnarne la fine.

La guerra in Iran, e la conseguente escalation in Medio Oriente, rappresenta uno spinoso dilemma per i Brics. Un rebus complesso, e pure delicato da risolvere – ammesso che esista una soluzione – per il gruppo che riunisce le principali economie emergenti del mondo. Il motivo è semplice: la piattaforma non è stata fin qui in grado di allestire un’adeguata diplomazia per prevenire il conflitto. A peggiorare ulteriormente la situazione troviamo i reiterati attacchi iraniani contro bersagli dislocati nel territorio degli Emirati Arabi Uniti e dell’Arabia Saudita (adesione prima accettata poi congelata). Piccolo particolare che non può essere ignorato: sia Teheran che Abu Dhabi sono entrati a far parte dei Brics nel 2024.

Il quadro è completato dal sostanziale immobilismo dei grandi rappresentanti del club, come Cina, Russia e India, che al netto di qualche comunicato di buon senso non sono scesi in campo per sostenere le parti belligeranti.

Significa quindi che l’intero progetto, ossia quello di creare un insieme di governi del Global South interessati a riformare la governance globale, riducendo la dipendenza dal dollaro e l’influenza occidentale, sia giunto al capolinea? Sarebbe un errore pensarlo, anche se la guerra in corso rischia di minare l’idea che sta alla base dell’esistenza dei Brics.

La guerra in Iran è un dilemma per i Brics

La struttura del gruppo è sempre stata, per sua natura, molto eterogenea. Tanto in ambito politico quanto in termini culturali ed economici, il gruppo riunisce Paesi molto diversi tra loro, talvolta persino rivali storici come India e Cina. Il collante coincide con la volontà dei membri di creare un contrappeso geopolitico al potere statunitense in virtù di un ordine multipolare.

Cosa significa? In primis che i Brics non sono mai stati, né saranno mai, un’alleanza come la Nato. Poi che ogni governo segue la propria agenda su tutti gli altri temi che non rientrino nel richiamato minimo comune denominatore. Le contraddizioni sono dunque insite nel gruppo, pur essendo rimaste a lungo latenti dietro le quinte.

Adesso, complice la guerra in Iran, le suddette contraddizioni sono finite sotto i riflettori creando non pochi problemi all’architettura della piattaforma. Quando Israele e Stati Uniti hanno attaccato l’Iran, per esempio, i Brics non hanno formulato una risposta comune. Alcuni membri, tra l’altro, collaborano con le operazioni militari di Washington e Tel Aviv (è il caso degli Emirati Arabi Uniti), mentre altri hanno persino sviluppato una solida partnership con Israele (è il caso dell’India di Narendra Modi).

L’aspetto più rilevante riguarda però la rivalità strutturale, ormai impossibile da nascondere, tra l’Iran e le monarchie conservatrici del Golfo, che da tempo sono partner degli Usa.

Cosa succederà al gruppo?

I Brics funzionano quando i Paesi che ne fanno parte sono chiamati a sottoscrivere dichiarazioni generali su interessi comuni e alimentare rimostranze condivise contro l’Occidente; al contrario, il gruppo ha più volte dimostrato di non funzionare a dovere di fronte alla gestione di conflitti reali tra gli stessi partecipanti.

Le uniche sorprese arrivano tuttavia da chi non ha compreso il senso dei Brics, al cui interno troviamo attori sovrani che continuano comunque a perseguire i rispettivi interessi nazionali. Certo, il rischio, come anticipato, è che questa organizzazione, concepita per sfidare – o quanto rimettere in discussione – il potere occidentale – si trovi a essere spettatrice non pagante degli attacchi di Usa e Israele contro l’Iran, oltre che delle rappresaglie di Teheran contro gli Stati del Golfo.

La grande sfida del gruppo, allora, non sarà quella di sostenere militarmente Teheran o Abu Dhabi, bensì di gestire le enormi divergenze geopolitiche interne senza danneggiare le radici del progetto di cooperazione multipolare. Non è un caso che il blocco si sia concentrato quasi esclusivamente sulla realizzazione di un’agenda economica, lavorando alla creazione di una banca di sviluppo comune, all’incremento degli scambi commerciali tra i suoi membri e alla riduzione della dipendenza dal dollaro statunitense.

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