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Media e Potere

Fulvio Scaglione: “Tra vero, verosimile e fake. Se l’esperto dice solo cose che ci piacciono, cambiamolo”

L'intervista alla rivista Proiettili: i toni autoconsolatori dell'informazione europea, notizie e fake, il giornalismo nel mondo che cambia.
Riviusta Blast

La rivista Proiettili – per la guerriglia culturale (ilblast.it/infodemia) ha intervistato Fulvio Scaglione, direttore di InsideOver, per un dialogo a tutto campo sui meccanismi della comunicazione e dell’informazione odierna. Ecco di seguito il frutto di quell’incontro.

Come è nato Inside Over e qual è la sua missione?

“InsideOver nasce nel 2014, durante la guerra in Siria e la crisi ucraina
dell’Euromaidan, cioè in un momento cruciale, per fare un’informazione leale, se
possibile i n presa diretta o comunque attraverso i protagonisti, senza
condizionamenti esterni. Per questo InsideOver è stato il primo in Italia a lanciare il
crowdfunding per finanziare inchieste e reportage, perandare così sul campo a
vedere in prima persona. Per questo allora come oggi chiediamo ai lettori di
abbonarsi, perché vorremmo poter dipendere solo da loro. In quel modo sono stati
finanziati centinaia di reportage per una testata che nasceva all’interno de Il
Giornale ma che, con quel meccanismo, era libera già da allora. Da due anni, poi,
InsideOver è una testata indipendente, con un altro editore, il che permette di
mantenere le caratteristiche originali e, anzi, se possibile, di accentuarle”.

Tu che hai visto l’arrivo di internet nel mondo del giornalismo e come ha
cambiato le carte in tavola. Il futuro del giornalismo è ancora su Internet? Quali sono le prospettive di questo campo di battaglia delle informazioni?

“Su Internet, e comunque nell’universo digitale, c’è ormai il presente e il futuro di moltissime cose importanti per la vita di tutti, e tanto vale anche per il giornalismo. Bisognerà determinare le forme di questa presenza e lì si svolgerà la battaglia decisiva. Per quel che ho visto io, il giornalismo “tradizionale” ha sempre cercato di assorbire le forme espressive dei media che di volta in volta si presentavano come “nuovi”. Penso, per fare un esempio, ai “quotidiani in minigonna” dopo l’arrivo delle Tv private. Anche adesso si nota qua e là una titolazione da “acchiappaclick”… E non è una bella cosa per perché alla fin fine, sia in Tv sia in rete, quello che più paga, almeno in termini di audience immediata, è la fandonia, la voce grossa, la litigata, la polemica per la polemica, la faziosità, il fango. Per cui, oggi, di fronte a un universo digitale che pare ingoiare tutto, il giornalismo “di una volta” deve scegliere tra seguire la corrente dominante su Internet o lentamente prepararsi a scomparire. Al momento è difficile capire se avrà la forza di trovare una sua terza via, ovvero un modo per stare in rete senza rinnegare le doti di affidabilità e approfondimento che dovrebbero (dovrebbero) caratterizzarlo”.

Occuparsi di esteri, da giornalista, non contribuisce in qualche modo a quel sistema infodemico che diluisce la distinzione tra guerra e pace in uno stato indefinito? Che senso ha questo lavoro se guerra e pace diventano termini indistinguibili, se la Storia sembra diventare una successione casuale di crisi senza significato? È possibile sfuggire a questo trend?

“Credo che proprio per questo, perché la distinzione tra guerra e pace tende a
perdersi, il lavoro di chi si occupa di “esteri” sia ancora più importante di prima. Naturalmente occorre spiegarsi bene su come si intende farlo. Parlo di me non come esempio, ma come persona che conosco bene, e potrei dire le stesse cose di tanti altri colleghi: mi occupo di questi temi dall’inizio degli anni Novanta; sono stato per anni corrispondente da Mosca; ho girato quasi tutto l’universo ex sovietico; da lì sono passato a occuparmi anche di Medio Oriente, dall’Afghanistan alla Siria, dall’Iraq alla Palestina a Israele. Mi è capitato (non necessariamente perché le andavo a cercare, ma perché tormentavano i Paesi di cui mi interessavo) di vedere da vicino diverse guerre. Ripeto: un curriculum comune a diversi altri colleghi. Ma la stragrande maggioranza di coloro che godono di maggiore visibilità su questi temi avrebbe, secondo me, grossi problemi a individuare l’Ucraina su una cartina muta. Questo proprio perché partiti, gruppi di pressione, fazioni hanno ben capito che in questa fase della storia della comunicazione la sicumera sintetica ottiene molti più effetti dell’informazione precisa e accurata. E ciò vale per tutto, dal genocidio di Gaza al delitto di Garlasco”.

Come diceva Foucault, il potere informa, crea il sapere, a livello scientifico e
oggi anche come flusso di notizie. Quanto questo è vero nella tua esperienza e nel contesto attuale, in cui, tra la miriade di fatti che avvengono e vengono catturati, solo alcuni emergono alla coscienza pubblica? Quali sono i grandi tabù che congelano il sistema dell’informazione occidentale?

“Credo che il sistema informativo occidentale soffra dello stesso problema
dell’Occidente tutto: fatica a capire che il mondo è cambiato e che oggi c’è una
vasta parte di mondo a cui delle nostre preferenze non importa un fico secco. Ci sono voci più consapevoli, ovviamente, ma in generale restiamo isolati nella nostra bolla. In particolare noi europei, che infatti non comunichiamo più con nessuno: abbiamo tagliato i ponti con la Russia e la Cina, siamo genuflessi davanti agli Usa, veniamo cacciati dall’Africa, in Asia pesiamo poco o nulla. Dobbiamo svegliarci, non siamo più ai tempi della Compagnia delle Indie. Tutte le imprese più disastrose degli ultimi decenni (Afghanistan, Iraq, Libia, Siria) sono nate proprio all’insegna di questa incapacità di vedere il mondo per quello che è. Riguarda anche la stampa, i media, che tendono a proiettare sugli utenti un’immagine autoconsolatoria. A questo, poi, vanno aggiunte le influenze e le pressioni dei diversi poteri che, attraverso i media, promuovono i propri interessi. Per cui, per fare un esempio, della corruzione in Ucraina si parla il meno possibile perché non conviene a un certo orientamento politico oggi dominante. Solo un esempio tra i tanti”.

C’è ancora qualcosa che non è propaganda? Come possiamo recuperare il
rapporto col reale in un mondo in cui tutte le news sono fake news?

“Tutta l’informazione è, almeno in parte, propaganda. Nel senso che l’informazione pura, oggettiva, neutra, non esiste e non è mai esistita. Quando ero bambino in Piemonte, sessant’anni fa, andavo tutti i giorni a comprare la Stampa per mio padre. Non esisteva che non comprassimo la Stampa, inimmaginabile. Eppure quasi tutti, nel mio ambiente, la chiamavano la büsiarda, la bugiarda. Con simpatia, quasi con affetto, ma comunque büsiarda. Di questo credo che tutti siano ormai coscienti: nessuno dice più “l’ho letto sul giornale” o “l’hanno detto in Tv” come prova di verità. Però tra verosimile (perché forse non del tutto vero) e fake (consapevolmente falso) c’è ancora una differenza. Scoprirlo non è responsabilità delle istituzioni (c’è pur sempre un codice penale…) e i tentativi di mettere sotto controllo social e media, che proliferano in Europa, sono pericolosi, sono le zampate di una classe politica che sta perdendo la presa e difende se stessa. Tocca a ogni singolo spettatore, lettore o utente, darsi da fare per costruire il proprio setaccio. E se non ha voglia di fare questo lavoro, si prepari a prendere tante grosse fregature. Torniamo a me bambino e alla Stampa. Allora il quotidiano preferito era il tuo setaccio, sceglieva per te. Oggi, con le informazioni che ti arrivano direttamente in tasca anche dall’aria 24 ore su 24, il senso della sintesi si perde, tendiamo tutti a diventare detentori di competenze specifiche. È
perfettamente possibile essere grandi esperti di hockey su prato e non sapere chi sia il presidente degli Stati Uniti. Non c’è niente da fare, le connessioni sono a carico nostro. Affidarle ad altri vuol dire rinunciare alla libertà”.

La guerra, specie per i nativi digitali, è anzitutto un fatto mentale: lore, meme, mito, immagine che precede la realtà. Tu, quando scrivi, dove ti posizioni? Sul fronte fisico, in trincea, o direttamente nella testa di chi ti legge?

“Non credo e non ho mai creduto nel giornalismo in prima persona: ho visto, mi hanno detto, fischiavano i proiettili… Non credo che il lettore o l’ascoltatore vogliano sapere di me ma piuttosto di ciò che sono andato a vedere per poterlo raccontare. E devo dire che non mi preoccupo tantissimo nemmeno di interpretare i sentimenti del potenziale lettore. Intanto perché i potenziali lettori sono tanti e diversi ed è impossibile seguirli tutti. Poi perché oggi l’informazione tende a trasformare tutto in un derby, o sei per l’Ucraina o sei per la Russia (come se fosse inammissibile essere contro l’invasione di un Paese ma anche critici delle misure adottate per contrastarla), o sei per Israele o sei per Hamas (come se fosse impossibile essere per il diritto di Israele a esistere in pace e nello stesso tempo condannare un progetto di genocidio). Una folle idiozia. Proprio per questo, quindi, è più utile sparigliare le carte, non farsi ingoiare da questo meccanismo oscurantista. E infine perché mi piace dire sinceramente quel che penso, portando ovviamente tutte le pezze d’appoggio che possono giustificare e comprovare, appunto, quello che penso”.

Noi abbiamo la sensazione che ogni volta che parliamo di guerra, in realtà,
stiamo parlando di noi stessi, del desiderio di senso, di tragedia, di epica che
manca mentre beviamo caffè annacquati nei coworking. Qual è lo spazio di questa dimensione, quasi voyeuristica, nel racconto della politica internazionale e dei conflitti?

“In parte ho risposto prima: noi europei (per gli americani il discorso è diverso) guardiamo alle tragedie internazionali soprattutto per confermarci che noi siamo meglio. Che a noi non potrebbe mai capitare. Come ebbe a dire Josep Borrell, un tempo responsabile della politica estera Ue: “l’Europa è un giardino circondato da giungle”. Una scempiaggine autoconsolatoria e pericolosa: davvero crediamo, dopo l’Iraq o la Libia, e dopo aver giustificato in ogni modo i massacri israeliani di Gaza, di essere i “buoni” del mondo? Sono gli effetti di 80 anni di pace e di benessere economico”.

Ora, una domanda facile. L’Occidente, Fulvio… tu ci credi ancora? C’è un
Occidente o solo un Fandom dell’Occidente con un merchandising triste,
sorpassato, e storyline riciclate?

“Credo innanzitutto che non ci sia un Occidente ma diversi Occidenti. Il meglio
dell’Europa ha una parentela labile con il meglio degli Usa o del Giappone, per non parlare del peggio. E credere che condividere l’economia di mercato e la
democrazia elettorale basti a omogeneizzarci è un’illusione. Oggi, più ancora di prima, l’Occidente è soprattutto una proiezione degli interessi Usa. Si sente molto il buco nero lasciato dall’Europa: dovrebbe e potrebbe essere il faro, ma è la prima a non crederci”.

Tu che hai osservato cento fratture globali, dove senti il prossimo schiocco?
Medio Oriente? Pacifico? Europa Orientale? O direttamente dentro le Medio Oriente? Pacifico? Europa Orientale? O direttamente dentro le nostre teste,
qui da noi, secondo gli schemi di un collasso tutto nostro?

“A metà degli anni Sessanta dell’Ottocento gli Usa vissero una devastante guerra civile in cui morì circa un americano su trenta. Ebbene, trent’anni dopo già facevano guerra alla Spagna per Cuba e le Filippine. Gli Usa hanno un Dna
globale, non possono non cercare lo scontro per la difesa dei loro interessi. E
anche adesso, con Trump che si vanta di essere un grande pacificatore, hanno
fatto una guerra all’Iran e minacciano di farne una al Venezuela. Il problema è che oggi più che mai ci sono interlocutori che hanno già corroso molte delle posizioni americane di influenza globale e non sembrano intenzionati a fermarsi. Parlo della Russia, della Cina, dei BRICS… In questo quadro, la scintilla può scattare ovunque”.

E infine, Fulvio, immagina che la Matrice del Blast ti consegni un microfono
planetario per 10 secondi: che avvertimento daresti all’Occidente sonnambulo prima che si schianti contro il prossimo muro della Storia?

“Di ricordarsi le previsioni di trent’anni fa. Russia in pezzi, Cina condannata al
sottosviluppo, la storia è finita (Fukuyama)… Quando un esperto dice solo cose che ci fanno piacere, cambiamolo”.

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