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Guerra

Washington Post: Trump dichiari vittoria e si ritiri

"la strategia migliore potrebbe essere quella di dichiarare vittoria e ritirarsi. Gli iraniani non avrebbero alcun pretesto credibile per continuare gli attacchi nel Golfo una volta cessati i bombardamenti. E dichiarare vittoria non sarebbe un'esagerazione".
Washington Post: Trump dichiari vittoria e si ritiri

Sull’Iran è l’ora del Taco, l’acronimo forgiato da un cronista americano che significa “Trump always chickens out” (Trump fa sempre marcia indietro). A chiedere che Trump faccia Trump è nientemeno che il Washington Post, giornale di riferimento dei repubblicani, attraverso un ponderato editoriale.

Washington Post: Trump dichiari vittoria e si ritiri

Trump, spiega il Wp, sapeva che, se attaccato, l’Iran avrebbe chiuso lo Stretto di Hormuz, e “ora spetta agli Stati Uniti risolvere un problema che minaccia l’economia globale”. Quindi, dopo aver registrato la frustrazione del presidente per la reazione dell’Iran e per il rifiuto che ha incontrato la sua richiesta di dar vita a una coalizione di volenterosi che riapra la via marittima, fa notare che se anche tale coalizione dovesse prendere forma, l’idea di scortare le petroliere nello Stretto di Hormuz non ha senso.

Non solo perché anche la “Marina statunitense descrive lo Stretto come una ‘trappola mortale’, troppo pericolosa persino per le navi di scorta”, tanto che anche il Pentagono valuta che “le scorte non saranno fattibili a breve termine”.

Ma anche perché, al di là dei rischi, l’Iran non ha neanche “bisogno di colpire una nave per mantenere chiuso lo Stretto. Il semplice sospetto della presenza di mine o di lanciamissili superstiti è sufficiente a far sì che le compagnie assicurative ritirino la copertura o rendano l’attraversamento troppo costoso, bloccando di fatto il traffico commerciale con la stessa sicurezza di qualsiasi arma”.

Così “la strategia migliore potrebbe essere quella di dichiarare vittoria e ritirarsi. Gli iraniani non avrebbero alcun pretesto credibile per continuare gli attacchi nel Golfo una volta cessati i bombardamenti. E dichiarare vittoria non sarebbe un’esagerazione”.

Secondo il Washington Post, infatti, l’Iran, devastato, sarebbe incapace di riprendersi, rimarrebbe preda di spinte destabilizzanti e, peraltro, potrebbe essere attaccato nuovamente in seguito.

“Le campagne aeree da sole non producono un cambio di regime. I 78 giorni di bombardamenti della NATO sulla Jugoslavia nel 1999 non hanno deposto Slobodan Milošević. Ma lo hanno indebolito a sufficienza da permettere, poco più di un anno dopo, a una rivoluzione popolare di estrometterlo dal potere. Lo stesso ragionamento potrebbe valere per l’Iran […] Trump non ha bisogno di portare a termine il lavoro da solo. Deve solo smettere di fare cose che lo facciano apparire incapace”.

Al di là della considerazione sul destino dell’Iran, minata dal solito eccezionalismo americano che tende a conformare le cose del mondo alla propria immaginazione e quindi incapace di comprendere che Teheran, prima di riporre le pistole nella fondina, cercherà rassicurazioni da Russia e Cina affinché la follia attuale non si ripeta (nuove e più efficaci armi), resta, appunto, l’autorevole sollecitazione a porre fine al conflitto.

L’editoriale del Wp arriva in parallelo ad altri segnali di malcontento provenienti dall’Impero. Ieri, ad esempio, Haaretz segnalava che la fuga di notizie sulla carenza di missili intercettori di Israele, rivelata da fonti americane (con irritata smentita degli interessati), sembra “rivelare delle crepe nello zelo di Trump per la guerra contro l’Iran”.

Anche l’altra rivelazione bomba che vedrebbe Witkoff in contatto con gli iraniani, smentita dal ministro degli Esteri di Teheran, segnala che all’interno dell’Impero cresce la consapevolezza che occorre trovare una via di uscita.

Ciò mentre anche la macchina bellica messa in campo dagli States inizia a dare segni di logoramento. Ne è indizio e simbolo quanto avvenuto alla punta di lancia dell’invincibile armada, la portaerei Gerald Ford, la meraviglia della corona imperiale, che la scorsa settimana è stata funestata per 30 ore da un incendio divampato nella lavanderia.

Diversi gli ustionati e gli intossicati, ma quel che più conta è che l’incidente ha messo in luce i guai ai quali va incontro una nave sottoposta a uno stress test prolungato. Infatti, la Ford è in mare da troppo tempo e, come ha confidato al New York Times il contrammiraglio John F. Kirby, “anche le navi si stancano e si usurano se sottoposte a lunghe missioni”.

La portaerei, infatti, è in missione da dieci mesi, da quando è stata dispiegata ai Caraibi per poi essere dirottata in Medio oriente e, “se sarà ancora in mare a metà aprile, batterà il record della più lunga permanenza in missione di una portaerei dopo la guerra del Vietnam”, rileva il Wp. “Non si può sottoporre una nave a un utilizzo tanto prolungato e intenso e aspettarsi che essa e il suo equipaggio mantengano le massime prestazioni”, ha aggiunto Kirby.

Anche da Israele giungono flebili segnali di un ridimensionamento delle aspettative. Ad esempio, Haaretz spiegava che l’IDF ha comunicato che l’operazione contro il Libano pubblicizzata in questi giorni come destinata a eradicare la minaccia di Hezbollah, è piuttosto “concentrata sulla difesa del confine e non sulla fine del lancio di razzi di Hezbollah”.

Tel Aviv è stata sorpresa dalla reazione di Hezbollah, essendo convinta di avere degradato irrevocabilmente la milizia filo-iraniana prima della ripresa del conflitto. Non è andata così e ora sembra costretta a rivedere le sue aspettative, pur se tale revisione è offuscata da una roboante propaganda di guerra.

Tutto ciò avviene mentre la latitanza di Netanyahu inizia a porre solidi interrogativi sul futuro. È evidente che qualcosa gli è successo e i bizzarri video che dovrebbero fugare le voci su un suo malore, sui quali ironizza anche Haaretz, non fanno che confermare l’insistente indiscrezione.

Non solo, è da giorni che latitano anche Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir, i dioscuri messianici che finora hanno gestito il Paese insieme a Bibi. Che lo Stato profondo israeliano abbia colto l’occasione della pioggia di missili iraniani per eliminare dall’agone politico le variabili più impazzite? È una domanda, solo una domanda, nulla più. Vedremo.

Al di là delle domande su Trump e Israele, resta che lo stress test globale di Hormuz non può durare tempo. Il mondo non può reggere: o si chiude la guerra o si va all’escalation.

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