Pedro Sanchez ha, per primo, affrontato l’ira del presidente Usa Donald Trump per le posizioni caute assunte sulla Terza guerra del Golfo e per aver interdetto a Washington l’uso delle basi di Rota e Moron. Ma la posizione del presidente del governo spagnolo ha, pian piano, contagiato il resto del Vecchio Continente chiamandolo a un netto bagno di realismo attorno a un preciso dato di fatto: non è nel giudizio della Repubblica Islamica che si può e si deve condensare la valutazione di una guerra che rischia di essere pesantemente controproducente per le filiere globali, le rotte energetiche e la sicurezza internazionale.
L’Europa sulla linea Sanchez
Il presidente francese Emmanuel Macron, che pure ha inviato energicamente supporti aerei e navali nel Golfo e a Cipro, ha spinto per una rapida fine dello spin-off regionale della guerra a Cipro e dopo aver parlato con l’omologo di Teheran Masoud Pezeshkian ha affermato che il governo in Iran non può essere cambiato “solo attraverso i bombardamenti americano-israeliani”. Da Roma Giorgia Meloni ha sottolineato che inviare unità navali nello Stretto di Hormuz equivarrebbe a fare “escalation”, ritenendo il fatto inaccettabile. Germania e Grecia non invieranno, parimenti, unità.
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Madrid aveva, tramite il suo leader, ribadito il 4 marzo che la sua posizione era riassumibile in un concetto: “No alla guerra”. Il 12 marzo, la vice del presidente del governo spagnolo, Yolanda Diaz, aveva usato parole al vetriolo per criticare l’inazione europea: “Il blocco non ha la leadership di cui ha bisogno”, ha detto Diaz in riferimento all’Ue parlando con Politico.eu e aggiungendo che quest’ultima “dovrebbe battersi per un’Europa politica, un’Europa economica, un’Europa sociale, un’Europa fiscale, un’Europa che abbia una propria politica estera, una propria politica di autodifesa e non sia tenuta in ostaggio da Trump”. Dopo diversi giorni di divisioni, la linea Sanchez, nei fatti, pervade l’Europa.
La spada di Damocle della guerra sull’Europa
“No al crollo del diritto internazionale che ci protegge tutti, no al presupposto che il mondo possa risolvere i suoi problemi solo attraverso conflitti e bombe, no a ripetere gli errori del passato”, ha dichiarato Sanchez, che in ogni caso ha subito dapprima le dure reprimende di Trump, che ha minacciato di interrompere i commerci tra Usa e Spagna (anche se facendo Madrid parte dell’Unione Europea ciò è impossibile), e l’iniziale freddezza del cancelliere tedesco Friedrich Merz: diversi retroscena indicano che Sanchez si sia alquanto irritato con lui per il rifiuto di sostenere Madrid di fronte alle stilettate di Trump durante la visita del capo di governo di Berlino alla Casa Bianca a inizio marzo.
Il crollo del 10% dei carichi di gas naturale liquefatto circolanti via nave nel mondo, lo stop alla fornitura di 20 milioni di barili di greggio dal mercato mondiale e l’impennata del petrolio a 105 dollari al barile, assieme a un’ampia serie di carenze che vanno dall’alluminio ai fertilizzanti rischiano di mettere in seria difficoltà le economie di trasformazione e l’industria dell’Europa continentale, oggi più che mai chiamata ad affrontare sfide esistenziali.
Con il boom dell’export cinese in Europa e nuovi accordi commerciali quali il patto con l’India potenzialmente frenati dalla disruption delle linee di comunicazione mercantili ed energetiche è interesse del Vecchio Continente mantenere la propria competitività. La linea di Sanchez è stata commentata come frutto di un tentativo ideologico di smarcarsi dagli Usa o, ancora peggio, come frutto di qualche vecchia nostalgia socialista del leader di Madrid da parte dei suoi critici. In pochi giorni è divenuta, di fatto, la linea dell’Europa tutta. Dando ragione all’iniziale tenuta del capo del governo iberico sulle sue posizioni circa la negazione delle basi per la guerra.
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