Skip to content
Guerra

Palestina: 1948, l’anno degli orrori

“Come si evacua un villaggio? È semplice: tagli l’orecchio di un arabo davanti agli altri e tutti fuggono”
Palestina: 1948, l'anno degli orrori

“Era necessario il terrore per cacciare gli arabi”. Con queste parole si apre un lungo articolo pubblicato da Haaretz che analizza nuovi documenti relativi al 1948, l’anno della Nakba, quando centinaia di migliaia di palestinesi furono espulsi dalle loro case durante la nascita dello Stato di Israele.

L’inchiesta è molto articolata e ricca di materiali d’archivio: impossibile sintetizzarne tutti i contenuti, per cui rimandiamo al testo integrale sugli orrori consumati allora, che la storia ha evitato di raccontare nella loro drammaticità.

Lo stesso giornale, in un articolo successivo, fa però una precisazione importante: i palestinesi in realtà li hanno raccontati, eccome, e molto prima che questi documenti emergessero dagli archivi israeliani. “Presentarli oggi come se fossero gli unici a rivelare la verità rischia quindi di concedere a Israele, ancora una volta, la prima e l’ultima parola nello scrivere la storia ufficiale”.

Ciò nonostante, la diffusione di questo materiale ha un peso significativo, soprattutto perché contribuisce a mettere in discussione alcune narrazioni consolidate della propaganda sionista.

A trovare casualmente, come ha raccontato lei stessa, i documenti nel 2024 è stata Ronit Zilberman, una zoologa di Tel Aviv, che li ha consegnati all’Istituto Akevot, un centro di ricerca sul conflitto israelo-palestinese. Il materiale apparteneva a Rafi Kotzer, uno dei primi soldati della brigata Golani e fondatore dell’unità di commando del 12° battaglione.

Tra le carte, un ordine firmato da Yitzhak Broshi, comandante del 12º battaglione Golani, datato luglio 1948 e intitolato “Condotta nei villaggi conquistati dove c’è popolazione”. Il documento non lascia spazio a interpretazioni: stabilisce una serie di ordini che prevedono fucilazioni sommarie e punizioni collettive contro la popolazione civile.

Gli abitanti dei villaggi dovevano ricevere dei documenti di identificazione, ma chi li cedeva ad altri poteva essere immediatamente giustiziato. Chi non si presentava ai controlli militari rischiava di essere ucciso e di vedere la propria casa fatta saltare in aria. Se nel villaggio interessato all’operazione veniva trovato un “arabo di un altro villaggio, l’ordine era di sparargli sul posto”.

In alcuni casi le direttive prevedevano persino la cosiddetta “decimatio”: l’uccisione di un uomo ogni dieci. Per una comunità beduina della Galilea, al-Zabah, l’ordine era ancora più esplicito: non doveva rimanere “nessuna anima viva”.

Molte delle pratiche utilizzate per spopolare i villaggi arabi non compaiono nei libri di storia israeliani – né in gran parte della storiografia occidentale. Le testimonianze descrivono l’uso sistematico della violenza, delle esecuzioni e del terrore come strumenti tesi a spingere la popolazione civile a fuggire.

“Come si evacua un villaggio? È semplice: tagli l’orecchio di un arabo davanti agli altri e tutti fuggono”, recita una delle citazioni riportate nell’inchiesta. In altri passaggi si legge che nessun villaggio è stato evacuato senza ferire o uccidere qualcuno per diffondere il panico tra gli abitanti.

Molti dei documenti provengono anche dagli atti di processi militari celebrati dopo la guerra. Il caso più noto è quello di Shmuel Lahis, comandante di compagnia della brigata Carmeli, accusato di aver ucciso decine di abitanti del villaggio di Hula, vicino al confine libanese. Lahis fu condannato a un anno di prigione, ma non scontò realmente la pena: venne presto graziato e in seguito divenne direttore generale dell’Agenzia Ebraica.

Durante il suo processo emersero testimonianze significative da parte di alti ufficiali. Mordechai Maklef, allora ufficiale operativo e futuro Capo di stato maggiore dell’esercito israeliano, dichiarò che in diverse operazioni “la potenziale popolazione nemica- cioè i civili – fu annientata”. Per espellere decine di migliaia di persone dalla Galilea, era necessario creare “un elemento iniziale di terrore”.

Altri ufficiali descrissero pratiche simili. Il comandante Maxim Cohen spiegò brutalmente il meccanismo dell’espulsione: bastava mutilare o uccidere un abitante davanti agli altri perché la gente del villaggio fuggisse.

Haim Ben-David, altro ufficiale della brigata Carmeli, testimoniò che gli ordini scritti evitavano di menzionare esplicitamente le uccisioni, ma che le istruzioni verbali erano chiare e note ai comandanti sul campo. Se un abitante rifiutava di lasciare la propria casa, disse, “riceveva una pallottola”.

Le testimonianze mostrano anche come spesso venisse ordinato di non fare prigionieri. In diversi casi documentati, i civili che cercavano di tornare nei loro villaggi dopo la guerra furono fucilati.

Parallelamente ai nuovi documenti, negli ultimi anni numerosi studi accademici e testimonianze hanno provato a ricostruire la dimensione delle violenze del 1948. Uno studio pubblicato nel 2021 nel libro Voices of the Nakba: A Living History of Palestine individua uno schema ricorrente nelle operazioni dell’epoca: i villaggi venivano accerchiati, quindi spari e bombardamenti seminavano il panico così che parte degli abitanti era costretta alla fuga; chi rimaneva – in particolare gli uomini tra i 15 e i 50 anni – veniva spesso ucciso; infine case e edifici venivano distrutti o incendiati, “talvolta con le persone ancora al loro interno”.

Questa prassi era ricompresa in una strategia più ampia che, secondo l’inchiesta, sarebbe stata accompagnata da un lungo processo di occultamento. Israele, infatti, ha mantenuto per decenni un rigido controllo sugli archivi: dei circa 17 milioni di documenti conservati negli archivi statali e militari, oltre 16 milioni restano tuttora inaccessibili al pubblico.

Una segretezza che ha visto coinvolte anche le istituzioni giudiziarie. Nel 2010, ad esempio, l’Alta Corte di Giustizia israeliana respinse la richiesta di pubblicare documenti e immagini relativi al massacro di Deir Yassin, sostenendo che “la loro diffusione avrebbe potuto danneggiare la politica estera del paese e le relazioni con la minoranza araba”.

A quasi ottant’anni da quegli eventi, “in Israele esiste ancora una profonda spaccatura tra la memoria collettiva e la realtà storica documentata”. I crimini commessi nel 1948 restano in gran parte nascosti o rimossi, coperti da una duratura cultura del silenzio.

Una rimozione che non riguarda soltanto il passato, ma il presente della società israeliana. “Una società che per generazioni reprime la memoria di massacri, espulsioni e uccisioni tende più facilmente a chiudere gli occhi di fronte alle violenze”.

A Gaza sono stati uccisi centinaia di migliaia di civili eppure, annota Haaretz, nessun soldato è stato incriminato per omicidio o crimini di guerra. Finora – incredibilmente, o forse no – l’unico processo noto riguarda un militare accusato di saccheggio. E conclude: “La negazione dei crimini del 1948 ha alimentato decenni di conflitto. Quali conseguenze avrà su di noi [e su altri ndr.] la negazione dei crimini di Gaza?”

_____________

Abbonati e diventa uno di noi

Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Tassonomie

Lascia un commento

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto

Perché abbonarsi

Sostieni il giornalismo indipendente

Questo giornale rimarrò libero e accessibile a tutti. Abbonandoti lo sostieni.