Per portare avanti un genocidio non c’è bisogno di teorizzarlo: anche gli sfollamenti forzati, la fame usata come arma di guerra, il blocco degli aiuti umanitari e le violenze sistematiche contro i minori si possono configurare, nel contesto di Gaza, come atti di annientamento veri e propri. È questa la tesi che Paesi Bassi e Islanda hanno portato ai giudici dell’Aja, unendosi al Sudafrica nel procedimento sul genocidio contro Israele presso la Corte Internazionale di Giustizia (Icj).
È una notizia importante che segnala il crescente isolamento giuridico di Tel Aviv: nonostante la repressione del dibattito pubblico sulla Palestina in mezzo Occidente e la pavidità dei burocrati europei quando si tratta di puntare il dito contro Israele nell’escalation in Libano o in Iran, l’inchiesta sul genocidio va avanti, e si popola di nuovi accusatori.
L’Islanda, in particolare, avanza la stessa argomentazione che la special rapporteur Francesca Albanese, sanzionata dal Dipartimento di Stato Usa nell’indifferenza di Quirinale e Ue, sostiene da due anni, ci racconta il professor Luigi Daniele, esperto di Diritto internazionale. Ovvero che “il dolo specifico di genocidio, in generale, sempre, può pienamente coesistere, legalmente, con obiettivi militari. Ciò vale tanto più nel caso israeliano, in cui a Gaza proprio nelle dottrine militari e sul diritto dei conflitti armati si è provato a criptare e mimetizzare il dolo specifico di distruzione del gruppo vittima, come se quella distruzione fosse un gigantesco e pienamente legittimo danno collaterale”.
Ma c’è di più. L’aggiunta di Paesi Bassi e Islanda toglie argomenti a quanti, nel fronte filoisraeliano rigido, provano a buttarla in caciara squalificando l’accusatore. “Avvocato del diavolo“: così il portavoce del governo di Benjamin Netanyahu aveva definito il Sudafrica dopo che, il 29 dicembre 2024, Pretoria aveva formalmente sostenuto che lo Stato ebraico violasse la Convenzione sul genocidio. Il governo israeliano aveva anche assicurato che sarebbe comparso all’Aja per difendersi da questa “dannata assurda calunnia (absurd bloody libel)”.
Gli Stati Uniti di Donald Trump, quasi contemporaneamente, hanno sospeso gli aiuti al Sudafrica accusandolo di portare avanti politiche “anti-bianchi” e di assumere posizioni ostili verso Israele tramite il caso portato all’Icj. Sudafrica antisemita e complice con i terroristi, dunque. Una manfrina ripetuta decine di volte nei confronti di istituzioni internazionali e intellettuali che però sarà più difficile replicare adesso.
Nei Paesi Bassi, al governo c’è un partito liberale progressista (con un premier gay) e in Islanda un partito socialdemocratico moderato (con una premier femminista), entrambi con una linea fortemente filo-Ue, filo-Nato, di sostegno all’Ucraina e favorevole all’aumento della spesa militare. Non regge quindi l’idea, vagamente razzista, diffusa anche dai nostri giornali riformisti, secondo cui il procedimento all’Icj sarebbe dominato da istituzioni terzomondiste, piene di risentimento e sì, diciamolo, anche un po’ “barbare”.
L’Icj, nato nel 1946, è il principale organo giudiziario delle Nazioni Unite. Spesso viene confusa con la Corte penale internazionale, che giudica i singoli accusati di crimini internazionali, la cui competenza è limitata dalla mancata adesione di varie superpotenze. Sia il Sudafrica che Israele aderiscono alla convenzione del 1948 contro il genocidio, secondo la quale il genocidio si consuma se vi è “l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale”.
Il documento sudafricano riporta le dichiarazioni di esponenti israeliani, dal presidente Herzog ai comandanti militari passando per Netanyahu, che hanno parlato di “lotta fra i figli della luce e i figli delle tenebre, fra l’umanità e la legge della giungla”, e utilizzando un’infinità di espressioni che disumanizzerebbero in tutti i modi palestinesi. Secondo i Paesi Bassi e l’Islanda, per la qualifica di genocidio quelle dichiarazioni, per quanto spaventose, potrebbero essere non più dirimenti. La questione si sta spostando, dunque, dalle frasi teoriche e dalla retorica a un’argomentazione sempre più sostenuta da definizioni giuridiche serie e concrete. Basate sull’operato dell’egemone sul campo. Un’argomentazione a prova di razzismo.
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