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Politica

Russia-Ucraina, Usa-Iran, Indo-Pacifico. L’ambasciatore Talò: “I conflitti e le tensioni sono interconnessi”

L'Ucraina, l'Iran e, in prospettiva, l'Indo-Pacifico sono le principali, ma non uniche, aree calde di un mondo in confusione.

I conflitti globali si aprono mentre quelli in corso sono ben lontani dal trovare una soluzione, le tensioni si moltiplicano, le dinamiche geopolitiche prospettano un’entropia crescente nel sistema-mondo: l’Ucraina, l’Iran e, in prospettiva, l’Indo-Pacifico sono le principali, ma non uniche, aree calde di un contesto in cui le crisi creano effetti che si propagano a ritmi esponenziali. Per tracciare una rotta in un mare agitato InsideOver dialoga con l’ambasciatore Francesco Maria Talò, diplomatico di lungo corso e attento osservatore del sistema globale.

Ambasciatore d’Italia in Israele dal 2012 al 2017, Rappresentante Permanente d’Italia presso il Consiglio Atlantico dal 2019 al 2022, consigliere diplomatico di Palazzo Chigi dal 2022 al 2023, Talò è dall’aprile 2025 inviato speciale del nostro Paese per il Corridoio India-Medio Oriente-Europa (Imec), importante iniziativa di connettività geoeconomica e di saldatura geopolitica che avrà nella giornata di martedì un appuntamento-chiave. con il Forum IMEC Developing an Indo-Mediterranean Perspective through the IMEC Network, promosso dal Ministero degli Esteri italiano, che si terrà a Trieste, città chiave per il progetto, in parallelo con le celebrazioni per il trentennale dell’Iniziativa Centro Europea (Ince).

Ambasciatore, il sistema globale si fa sempre più articolato e complesso. Che scenari futuri saranno prodotti da tali trend?

“Non solo è diventato difficile prevedere il futuro, ma spesso persino comprendere il presente. Le crisi che attraversano il sistema internazionale non sono fenomeni improvvisi: sono piuttosto accelerazioni di dinamiche che esistevano da tempo e che oggi emergono con maggiore evidenza. Credo che il portato principale di questa epoca siano la definitiva interconnessione tra i teatri e l’entropia che li contraddistingue. Per decenni abbiamo ragionato come se il mondo fosse diviso in teatri separati: l’Europa orientale, il Medio Oriente, l’Asia-Pacifico … A questa visione schematica si accompagna troppo spesso una divisione del lavoro in compartimenti stagni: un ufficio ignora deliberatamente ciò che fa il proprio vicino. Oggi questa visione non regge più. I conflitti e le tensioni sono interconnessi. La guerra tra Russia e Ucraina non può essere letta senza guardare al Medio Oriente, dove le crisi hanno trovato un nuovo epicentro nel Golfo, né senza osservare ciò che accade in Asia, tra Taiwan, la penisola coreana e il Mar Cinese Meridionale”.

Il “teatro”, insomma, sta diventando globale?

“Esiste ormai una rete di collegamenti strategici che intreccia potenza militare, economia, energia ed altri temi. Gli intrecci settoriali si collegano a quelli geografici. Russia e Cina cooperano strettamente; le catene di approvvigionamento energetico e militare collegano attori che fino a pochi anni fa sembravano lontani. Soldati nordcoreani combattono in Ucraina, tecnologie critiche cinesi raggiungono l’Iran, e da lì partono droni diretti verso il fronte ucraino. Persino le Americhe entrano in questa dinamica, con temi come Venezuela o Groenlandia che assumono una dimensione strategica più ampia, dalle rotte all’energia e i minerali critici.

Tutte queste partite si giocano contemporaneamente. Non siamo più nell’epoca ordinata e bipolare della Guerra fredda, della quale peraltro non dobbiamo avere nostalgia, né in quella (mai esistita) che qualcuno aveva immaginato come un mondo unipolare dopo il 1989. Siamo entrati in una fase diversa: potremmo definirla quasi un’era “quantistica” della geopolitica, caratterizzata da intrecci, sovrapposizioni e dinamiche non lineari. Un sistema magmatico, in cui gli strumenti analitici del passato funzionano sempre meno. E viene da pensare che più che i politologi chi possa comprenderlo al meglio sono i fisici dei sistemi complessi”.

Si parla spesso di ritorno della politica di potenza, in questo contesto così entropico…

“In questo contesto la politica e la dimensione strategica tornano centrali. Il diritto internazionale resta fondamentale, ma la competizione tra potenze torna a essere una componente strutturale delle relazioni internazionali. Anche l’innovazione tecnologica e il ruolo delle grandi piattaforme digitali entrano nel gioco geopolitico: figure come Peter Thiel o Elon Musk testimoniano come la dimensione tecnologica sia ormai inseparabile da quella politico-strategica e possa assumere anche un connotato ideologico. Non siamo dunque davanti a un semplice periodo di cambiamento. Siamo di fronte a un cambiamento epocale”.

Quali scenari esemplificano al meglio questi trend, a suo avviso?

“Due temi lo dimostrano con particolare chiarezza: la guerra in Ucraina e il ruolo dell’Iran. Se il conflitto russo-ucraino dovesse concludersi con la percezione di una concessione alle pretese russe, e se Mosca riuscisse a diffondere la narrativa infondata di una propria vittoria — nonostante i costi enormi e il fallimento strategico dell’invasione — le conseguenze si vedrebbero soprattutto in Asia. Si rafforzerebbe l’idea che l’Occidente non sia più disposto a difendere con determinazione i propri interessi. Una percezione che si è già affacciata dopo il ritiro dall’Afghanistan nel 2021 e che ha contribuito a creare il contesto che ha portato all’invasione del febbraio 2022”.

Qual è la sua visione sull’attuale conflitto in Iran, paragonabile ormai a una vera e propria “Terza guerra del Golfo” per le sue ramificazioni regionali?

“L’Iran rappresenta un altro grande fattore di incertezza. Il futuro del Paese potrebbe muoversi lungo più scenari: un compromesso difficile con l’Occidente, una stabilizzazione del regime su nuovi (e probabilmente precari) equilibri oppure un cambiamento interno. Ma perché quest’ultimo si realizzi servono almeno tre condizioni, tutte necessarie ma nessuna sufficiente da sola: in primo luogo una forte pressione esterna che indebolisca l’apparato repressivo (adesso la stiamo vedendo, ma occorre perseveranza); il secondo elemento è una chiara volontà popolare di cambiamento (sembra esistere, ma deve essere alimentata da un fattore interno che incoraggi il popolo impaurito); infine il terzo fattore dovrebbe essere una figura interna e soprattutto un forza dotata di mezzi militari capace di rompere gli equilibri del sistema — una sorta di “Badoglio iraniano” con alle spalle almeno un pezzo di apparato militare. Vedremo nei prossimi giorni se emergerà questo terzo elemento, mi pare che la strategia israelo-americana ne tenga conto. Se l’Iran dovesse trasformarsi profondamente, le conseguenze geopolitiche sarebbero straordinarie. Parliamo di un Paese con enormi risorse energetiche, una posizione strategica tra Medio Oriente (ma preferisco parlare di Asia Occidentale), Asia centrale ed Asia meridionale e, soprattutto, un forte potenziale demografico non solo nei numeri (quasi cento milioni di abitanti con una grande diaspora in Occidente), ma in particolare per il livello culturale. Un Iran integrato nel sistema occidentale cambierebbe completamente gli equilibri regionali e potrebbe diventare un interlocutore principale dell’Occidente”.

Allo stesso tempo, altri attori stanno costruendo connessioni sempre più profonde con la regione oggi oggetto del conflitto. In particolare, che ruolo può avere l’India? 

“L’India è ormai fortemente integrata con il Golfo: ben dieci milioni di lavoratori indiani vivono negli Stati della regione, sono indispensabili per quelle economie e generano grandi flussi di rimesse, mentre i collegamenti economici e logistici crescono rapidamente. Basti pensare che tra India ed Emirati Arabi Uniti ci sono circa mille voli alla settimana e che la presenza sciita in terra indiana indiana (quasi 40 milioni di fedeli) rappresenta un ulteriore fattore di connessione. In questo scenario, anche le materie prime e i minerali critici diventano un elemento centrale della competizione globale, soprattutto in vista della triplice transizione energetica, digitale e industriale in atto. Oggi molte di queste filiere sono dominate dalla Cina che, diversamente dall’Occidente, ha adottato politiche lungimiranti. Per questo diventa essenziale costruire nuove reti di cooperazione tra Paesi affidabili, capaci di creare catene del valore più resilienti”.

Lo scenario che lei ha delineato parla di un mondo interconnesso e competitivo. La globalizzazione per come la conosciamo non esiste più?

“La globalizzazione non si disinventa ma non sarà quella che abbiamo conosciuto negli ultimi trent’anni. Si muoverà piuttosto verso reti di Paesi affini connessi da filiere industriali, accesso alle materie prime e rapporti di fiducia strategica. In questo quadro, accordi come quello tra Unione Europea e India — che coinvolgerebbe un mercato di quasi due miliardi di persone — o quello con il Mercosur assumono un valore fondamentale: servono a evitare una frattura rigida tra blocchi contrapposti, tra BRICS e Occidente, e a costruire invece architetture economiche concrete”.

Nuove progettualità per una maggiore resilienza e più alternative negli sbocchi ai mercati globali…

“Si, e un esempio emblematico è il progetto del corridoio India–Medio Oriente–Europa (IMEC), lanciato nel 2023. Più che un semplice corridoio logistico, l’idea è quella di una rete di connessioni capace di diversificare le rotte commerciali globali e ridurre dipendenze strategiche. Non deve essere visto come un’alternativa al Canale di Suez, ma come un’opzione in più, una nuova infrastruttura di resilienza del sistema globale.

In questa visione l’Italia può giocare un ruolo importante. Trieste, ad esempio, può essere il vertice settentrionale dell’IMEC ed ha un potenziale notevole perché rappresenterà una piattaforma naturale di connessione tra l’Indo-Pacifico, il Mar Nero, il Baltico e il Mediterraneo. Il 17 marzo a Trieste ricorderemo che la città giuliana non è solo un porto, ma il perno tra il gruppo continentale dei Paesi dell’Europa centrale (con l’INCE che celebra trent’anni di storia) e i grandi spazi oceanici verso l’Indopacifico che oggi costituisce il cuore dell’economia mondiale. L’Italia si aggancia all’Indopacifico attraverso la nuova visione dell’Indomediterraneo, che supera il vecchio concetto di Mediterraneo allargato e giustifica invece l’approccio di un Mediterraneo con una prospettiva globale.

Il mondo che abbiamo davanti è più complesso e più intrecciato di quello che eravamo abituati a conoscere. Capirlo richiede nuovi strumenti, nuove categorie e soprattutto la consapevolezza che le dinamiche globali non si muovono più in linee rette, ma in una rete sempre più fitta di interdipendenze. E occorre sfruttare tutte le occasioni a nostra disposizione per governarle e affrontarle al meglio. L’obiettivo è diventare più indipendenti in un contesto di interdipendenze.

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