Da Epic Fury a Epic Failure: la copertina della rivista tedesca Handelslbatt è impietosa verso la guerra di Donald Trump e degli Usa, in alleanza con Israele, contro l’Iran che entra nella sua terza settimana senza un esito definitivo. “Epic Failure” rischia di essere una sentenza ancora più dura di Epstein Fury, l’ideazione del giornalista Max Blumenthal che ha prospettato come Washington abbia spinto sul conflitto per insabbiare la discussione sui Files, per valutare l’esito di una guerra che, comunque la si legga, è già troppo onerosa per Washington.
Kharg come emblema
E l’attacco alle infrastrutture militari dell’Isola di Kharg, cuore dell’export di petrolio iraniano, mira a portare al limite le linee rosse di Washington per ovviare al primo, percepito, scacco strategico di questo conflitto: l’impossibilità americana, per ora, di condizionare i movimenti attraverso lo Stretto di Hormuz blindato dalla deterrenza iraniana.
C’è tutto della “geopolitica del trumpismo” nell’operazione che tra il 13 e il 14 marzo ha prodotto questo importante raid contro 90 bersagli iraniani nel pivot energetico più importante della Repubblica Islamica. C’è la ricerca del bersaglio simbolico; c’è quella che il New York Times ha definito tecnica del destroy and deal, colpire sperando di indurre a trattare gli avversari; c’è il tentativo di rispondere all’innalzamento della posta mostrando come un colpo americano potrebbe condizionare altri attori, a partire dalla Cina ricettrice del greggio iraniano; c’è, soprattutto, la percepita impotenza di fondo degli Usa per conseguire gli obiettivi sperati ai costi desiderati.
Epic Fury, Epic Failure?
L’Epic Failure è tutta qui. Trump avrebbe potuto avere molte attenuanti, a partire dalla pressione esercitata dalle ali interventiste dell’amministrazione e da Israele per colpire Teheran.
Si può parlare a lungo della pressione dei conservatori radicali, da coloro che vogliono fare nuovamente grande l’Occidente, come il Segretario di Stato Marco Rubio ha decantato a Monaco un mese fa, a chi vede quella all’Iran come “una guerra di religione”, a partire dall’ineffabile senatore Lindsey Graham. Si possono citare il peso di Benjamin Netanyahu e di Tel Aviv, ma alla prova dei fatti quando un comandante in capo Usa prende la via delle armi la responsabilità di ultima istanza è solamente sua. E il cul-de-sac è tutto americano.
Usa e Israele, due vie diverse per la guerra
Israele non fa mistero: vuole la debellatio dell’Iran, la caduta della Repubblica Islamica, un altro sistema, anche a costo di una guerra civile. Gli Usa non possono permetterselo ma Trump non può nemmeno permettersi di ammettere di aver straordinariamente sottovalutato la capacità di tenuta dei Pasdaran, di essere entrato in una guerra di portata macroregionale sul piano militare e globale su quello economico senza un’adeguata valutazione del nemico, di aver esaurito in pochi giorni risorse preziose per l’attacco e la difesa che tornerebbero utili nell’Oceano Pacifico nel futuro senza guadagni strategici.
“Trump non può difendere questa guerra in pubblico”, ha dichiarato su X il senatore del Connecticut Chris Murphy dopo un briefing sulla guerra, in cui è emerso che l’amministrazione non ha indicato ufficialmente né l’obliterazione del programma nucleare né il rovesciamento del regime come target. Murphy, membro di spicco del Partito Democratico, aggiunge impietoso che Trump non ha piani reali per aprire lo Stretto di Hormuz.
Da ciò si capisce l’innalzamento dell’asticella da parte di Washington su Kharg e l’energia. Alzare gli obiettivi, fare escalation nel breve termine per ottenere guadagni sul medio termini, provare a irretire Teheran e i suoi partner, ma parimenti senza una linea d’indirizzo operativo.
E così, mentre Sanam Vakil, direttore del programma per il Medio Oriente e il Nord Africa di Chatham House, scrive per il Financial Times che “è improbabile che il successo militare di America e Israele produca cambiamenti politici a Teheran” e che “i regimi costruiti attorno a potenti istituzioni di sicurezza hanno una storia di resilienza”, Trump si trova di fronte alla necessità di dover gestire questo vuoto strategico. A cui si aggiunge il triplice assedio politico che può colpirlo dentro gli Usa.
Il triplice scacco che rischia Trump
In primo luogo, è già fortissima la fronda del movimento Maga guidata da Tucker Carlson e altri ideologi del movimento nazionalista statunitense contro il presunto tradimento della retorica elettorale trumpista. L’amministrazione punta sull’ibridazione tra trumpisti Doc e neoconservatori come nuove base elettorale, ma il rumoreggiare della base ideologica e popolare è sempre più tenace. A ciò si aggiunge la minaccia di una spirale inflattiva che può travolgere politicamente i consensi di The Donald. Questi, dopo aver vinto nel 2024 le elezioni politiche contro Kamala Harris principalmente puntando sull’economia, in un recente sondaggio Cnn è colpito da un calo di 22 punti nell’approvazione della sua politica economica ed è passato da un margine di +9 al -13 odierno.
Questo, terzo punto, è il vero dato da osservare per analizzare la prospettiva che le elezioni di metà mandato segnalino una disfatta politica per il Partito Repubblicano e Trump. L’Iran può accelerare contraddizioni già esistenti, creando la tempesta perfetta e il vento culturale anti-trumpista in un Paese in cui buona parte delle promesse elettorali del tycoon si sono rivelate parole al vento. Per questo un Trump sempre più nel pallone ha bisogno di una fine rapida della guerra, di rivendicare risultati e di uscire, retoricamente, vincitore per non dover pagare il conto di uno stallo.
Kharg è l’emblema del dilemma Usa: colpire il petrolio oggi vorrebbe dire traumatizzare l’export iraniano, tagliare una via di fornitura alla Cina, danneggiare la Repubblica Islamica ma anche strangolare l’Iran di domani, che gli Usa vogliono allineato, creare una tempesta sui mercati energetici e alimentare inflazione negli Usa. Dando carburante agli avversari di Trump che contestano una guerra che sempre più si sta trasformando in un’avventura pericolosa.
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