Cosa ci fa un noto ex calciatore professionista in un campo profughi in Bangladesh? Una missione umanitaria, ovviamente, ma anche diplomatica, quella di Mesut Özil, 37enne icona del calcio tedesco e oggi importante testimonial del governo turco.
Il 19 febbraio, Özil ha visitato il campo profughi di Kutupalong, vicino a Cox’s Bazar, in Bangladesh. Si tratta del più grande campo profughi al mondo, che ospita circa 750.000 persone di etnia Rohingya, un popolo di religione musulmana originario del Myanmar e da tempo vittima di feroci discriminazioni. A partire dal 2017, quando le violenze delle autorità birmane contro questa comunità si sono intensificate, un gran numero di suoi esponenti è scappato nel vicino Bangladesh.
Özil ha deciso di passare tra i rifugiati di Kutupalong il suo primo giorno di Ramadan, giocando a calcio con i ragazzi del campo e poi consumando con la comunità l’iftar, il pasto serale che rompe il digiuno. Ma l’ex centrocampista tedesco di origini turche non era da solo: in questo suo viaggio è stato infatti accompagnato da Bilal Erdoğan, il figlio del Presidente della Turchia.
La Turchia e i Rohingya
La presenza del figlio di Erdoğan mette in chiaro come la visita abbia rappresentato anche un gesto dal forte valore diplomatico. Oltre alla visita al campo profughi, Özil ha partecipato all’inaugurazione di un nuovo ospedale finanziato proprio dalla Turchia. Negli ultimi anni, Ankara sta inviando molti aiuti umanitari alla popolazione Rohingya rifugiata in Bangladesh, costruendo scuole e campi sportivi a Kutupalong attraverso TİKA, l’agenzia governativa per la cooperazioni internazionale.
Fin dalla crisi del 2017, la Turchia si è subito impegnata per supportare i Rohingya, principalmente per ragioni di solidarietà religiosa. Ma sono anche altre le motivazioni che hanno spinto Ankara a muoversi, legate alle strategie geopolitiche turche nell’Asia meridionale. Per esempio, quella di affermarsi come un importante mediatore dei vari conflitti nella regione, come ha in parte confermato Mustafa Osman Turan, l’ambasciatore turco in Bangladesh, in un’intervista del 2020 con Anadolu Agency.
Proprio le relazioni con Dhaka sono molto importanti per la Turchia, che tramite il suo sostegno ai rifugiati aiuta indirettamente anche il Bangladesh. Recentemente, la cooperazione tra questi due Paesi si sta sviluppando molto, sia sotto il profilo economico che sotto quello militare. Per la Turchia, mantenere ottimi rapporti con il Bangladesh significa sia contrastare la Cina, principale fornitore militare di Dhaka, sia consolidare una rete di alleanze nella regione in funzione anti-indiana. Già durante la crisi del maggio 2025, Ankara aveva deciso infatti di supportare il Pakistan contro l’India.
Il calciatore-testimonial di Erdoğan
In tutte queste trame, il ruolo di Mesut Özil è marginale ma non certo irrilevante. Pur essendo nato e cresciuto in Germania, e avendo sempre rappresentato la selezione tedesca a livello sportivo (con essa ha vinto il Mondiale del 2014), Özil è sempre stato un simbolo nazionale turco e il più noto calciatore di sempre a essere originario del Paese anatolico.
Il suo rapporto con la società tedesca è sempre stato complicato e segnato dal razzismo, portandolo, nel corso degli anni, ad avvicinarsi al nazionalismo turco, come spesso avviene tra i figli della diaspora. Recep Erdoğan è stato bravo a sfruttare la situazione per attrarre a sé il calciatore e farselo amico: nel 2019, il Presidente turco è stato addirittura testimone di nozze del calciatore (una cerimonia molto importante a livello mediatico, visto che la sposa era Amine Gülşe, Miss Turchia nel 2014).
Il rapporto tra calciatore e politico è stato determinante, secondo molte fonti, nella decisione di Özil di trasferirsi in Turchia per chiudere la carriera, vestendo le maglie prima del Fenerbahçe e poi del Başakşehir. Dopo il ritiro dall’attività agonistica, avvenuto nel 2023, il centrocampista nativo di Gelsenkirchen ha deciso di mettersi attivamente in politica, e nel febbraio del 2025 è stato eletto nel comitato direttivo dell’AKP, il partito di Erdoğan.
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