L’Italia è il Paese che ha maggiormente espanso il suo business nel mercato mondiale degli armamenti nel quinquennio 2021-2025 rispetto ai cinque anni precedenti, secondo i dati dello Stockholm International Peace Research Institute (Sipri) che ogni anno monitora il mercato globale dei sistemi d’arma. La crescita del 157% tra i due periodi considerati è sovraperformante su tutti gli altri primi 10 esportatori globali, supera di quasi tre volte quella israeliana (+56%) e stacca Usa (+27%), Corea del Sud (+24%) e Francia (+21%).
Come cresce l’export di armi italiane
“Il volume di armi di grandi dimensioni trasferite tra gli Stati è aumentato del 9,2% nel periodo 2021-2025 rispetto al quinquennio precedente, il maggiore incremento dal periodo 2011-2015, secondo il Sipri”, nota Defense News. L’incremento italiano, in quest’ottica, è fuori scala. I dati, va detto, contengono anche i trasferimenti d’armamento all’Ucraina in guerra contro la Federazione Russa dal 2022, ma va sottolineato che Roma sta costruendo un mercato sempre più attivo in termini di forniture.
Dal 2021 a oggi, l’Italia ha consegnato elicotteri AW-139 all’Australia, aerei addestratori M-346 a Polonia, Grecia, Qatar, pattugliatori navali all’Indonesia, cannoni navali, radar e munizionamento agli Emirati Arabi Uniti, missili superficie-aria al Pakistan e veicoli armati al Brasile, assieme a un’altra grande lista di ordini.
Dall’ordine di 12 Eurofighter Typhoon da parte del Bangladesh a quello di 388 veicoli trasporto truppe LMV del Brasile, per arrivare all’ordine indiano di siluri Black Shark (48 unità) sono molto numerose ed eterogenee le forniture tracciate dal Sipri, qui navigabili appieno. Le autorizzazioni per la vendita all’estero nell’ultimo anno per cui i dati sono disponibili, il 2024, sono state pari a 7,6 miliardi di euro, e già allora indicavano un aumento del 35,34% rispetto al già corposo risultato dell’anno 2023.
Leonardo e Fincantieri, portafogli ordini in volo
Per il 2026 è da immaginare un trend di ulteriore crescita se pensiamo che la principale major nazionale degli armamenti, Leonardo, ha in carico commesse per 23,8 miliardi di euro cresciute del 15% dal 2024 al 2025, segno di autorizzazioni che hanno già fatto il proprio corso oltre che di programmi consolidati dagli anni precedenti e Fincantieri sottolinea la possibilità di 50-60 miliardi di euro di nuovi ordini per navi entro il 2030 trainati dal boom globale delle spese per la Difesa.
L’Italia è il sesto esportatore di armamenti al mondo e, dato da sottolineare, ha un mercato privilegiato in Medio Oriente, regione che cattura il 59% delle esportazioni del quinquennio, seguito dal comparto Asia-Oceania (16%) e, solo dopo, dall’Europa (13%). Si capisce dunque con questi dati la spinta italiana a blindare il Golfo in questi giorni di guerra regionale, nella consapevolezza che dietro la tutela dei cieli e delle rotte di navigazione regionali ci siano anche importanti contratti per le major nazionali in Paesi come Emirati Arabi, Qatar, Arabia Saudita. In parallelo, l’Italia con l’1% delle forniture è terzo partner militare di Israele dopo Usa e Germania.
Il boom delle spese militari e… dell’insicurezza
In prospettiva, peraltro, questo dato riflette un tema strutturale dell’industria della Difesa nazionale. Essa è sostanzialmente coperta nei flussi di cassa e nelle commesse dalle opportunità dell’export, che alimentano trend di crescita industriale e occupazione ma al contempo possono condizionare le linee produttive, mentre si pensa alla ristrutturazione delle forze armate nazionali ed europee e mentre l’aumento della spesa militare prevede di innalzare le commesse per armi antiaeree, capacità di attacco a lungo raggio, blindati, cantieristica navale e progetti come il caccia di sesta generazione italo-nippo-britannico Gcap. La “fame” per le armi italiane è peraltro più elevata in zone dall’instabilità congenita come quelle mediorientali.
Roma si trova di fronte al rischio di un circolo vizioso: l’industria militare alimenta occupazione e Pil ed è ritenuta prioritaria per la nuova sicurezza nazionale, ma parimenti l’export vola soprattutto in una regione in cui all’Italia servono stabilità, commerci regolari, ordine. E in cui, invece, il caos generalizzato mette a repentaglio le rotte energetiche e mercantili del Paese. E in cui un sovraccarico di armamenti sta causando rischi regionali notevoli in un’area magmatica, come l’attuale situazione della Terza guerra del Golfo conferma. Più armi in giro per il mondo, molto spesso, non vuol dire infatti più deterrenza.
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