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Guerra

La “rivincita” ucraina sui droni nella guerra in Medio Oriente

Il vuoto securitario oggi si abbatte sulle monarchie del Golfo e Kiev si dimostra pronta, almeno simbolicamente, a colmarlo.
ucraina

Giovedì 5 marzo, tramite la propria pagina personale di X, il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyj ha annunciato di aver ricevuto una richiesta di supporto specifico da parte degli Stati Uniti per assistere i Paesi della regione mediorientale presi di mira dalla rappresaglia iraniana all’aggressione di Washington e di Israele, che hanno scatenato la Terza guerra del Golfo il 28 febbraio scorso.

In cambio di una rinnovata pressione nei confronti della Federazione Russa affinché accetti quantomeno un cessate il fuoco, l’inquilino di Palazzo Mariinskij ha quindi messo sul tavolo l’esperienza e le competenze ucraine in campo industriale, ingegneristico e bellico maturate dopo oltre quattro anni di guerra.

Piccola parentesi ma necessaria; il 28 febbraio del 2025, nello studio ovale della Casa Bianca, Donald Trump – nel loro primo faccia a faccia dal ritorno del magnate newyorkese al potere – ammonì severamente il presidente ucraino: Non sei in una buona posizione in questo momento. (…) Non hai le carte”. Nel frattempo, a Kiev, nessun asso o jolly è stato pescato dagli apparati e dai funzionari, tuttavia è possibile intravedere un chiaro proposito dettato dalla necessità-opportunità di convertire un’innovazione bellica maneggiata abilmente dalle Forze Armate dell’Ucraina, gli intercettori a basso costo progettati per abbattere i droni iraniani e russi, in leva negoziale, quindi in influenza geopolitica. Ma quanto questo disegno rischia di scontrarsi con la realtà?

L’incertezza posta dalla seconda amministrazione Trump circa il futuro sostegno militare e di intelligence ha messo l’Ucraina nelle condizioni di dover soddisfare quanto più possibile autonomamente i propri bisogni bellici. Nonostante l’industria degli armamenti ucraina possa oggi vantare invidiabili tassi di crescita e si stia integrando gradualmente nell’ecosistema difensivo di Paesi membri dell’Organizzazione Atlantica – alcuni maliziosi direbbero piuttosto che sta venendo assorbita dai giganti veterocontinentali, Germania, Francia e Regno Unito in particolare – permangono seri limiti all’esportazione di attrezzature, solo recentemente rivisti in parte, e una significativa dipendenza dalla fornitura di munizioni e armamenti dall’estero, soprattutto per quanto riguarda l’artiglieria e i sistemi di difesa antimissile.

L’esperienza umana, nonostante venga costantemente ridimensionata o completamente sottovalutata, risulta essere (quasi sempre) il fattore decisivo. Un conto è discutere della mera fornitura di droni, telecamere, radar e sensori, beni che oggi sovrabbondano grazie alla creazione di un’industria manifatturiera applicata, flessibile e di notevoli dimensioni, altro paio di maniche è inviare addestratori, tecnici e specialisti in missioni all’estero che permettano alle Forze Armate di altri paesi di integrare tali tecnologie all’interno del proprio sistema difensivo antiaereo. Difficilmente Kiev potrà permettersi il lusso di dislocare eccessivamente queste preziose, quanto scarse, risorse dal fronte domestico. Ed è qui che emerge l’inconsistenza occidentale, americana prima ed europea poi.

“I nostri avversari usano droni unidirezionali da 10mila dollari che abbattiamo con missili da 2 milioni di dollari. (…) Questo è l’ambiente securitario più complesso, ibrido e asimmetrico che abbia mai visto in 38 anni di servizio”. Era il 9 aprile scorso, gli Stati Uniti avevano da poco ripreso una campagna di bombardamenti aereo-navali volta a rimuovere la minaccia posta dagli Houthi in Yemen, rivelatasi poi fallimentare, e l’allora comandante del Socom, generale Bryan P. Fenton, in un’audizione presso la Commissione per i Servizi Armati della Camera richiamava all’attenzione i vertici militari e politici statunitensi.

Da allora niente è cambiato, anzi. A seguito dell’operazione imbastita contro la Repubblica Islamica è stato ordinato alle principali aziende statunitensi di quadruplicare la produzione di missili e intercettori per rimpinguare le scorte dei magazzini. Raytheon e Lockheed hanno siglato con il Dipartimento della Guerra negli scorsi mesi diversi accordi per aumentare sensibilmente la fabbricazione di armamenti di punta. Ma niente è stato fatto, ancora, per adeguare al meglio l’apparato industriale e la conseguente acquisizione militare alle sfide che attanagliano oggi i vertici delle Forze Armate Statunitensi. La proliferazione di droni a basso costo costringe a ripensare l’intero assetto e l’economia della difesa aerea. Gli Stati Uniti, in quanto principale potenza militare mondiale, non sono esenti da tale sforzo, intellettuale e materiale. 

Il passaggio evidenzia inoltre una preoccupazione crescente riguardo alla mancanza di un’iniziativa europea, tantomeno nazionale, autonoma e innovativa nel campo della difesa, in particolare rispetto alla minaccia rappresentata dai droni a basso costo. I principali Paesi del Vecchio continente, al momento, paiono limitarsi a collaborazioni e acquisizioni di competenze già maturate da altri, come appunto l’Ucraina, senza sviluppare una propria idea difensiva più incisiva o rivoluzionaria. È questo vuoto securitario che oggi si abbatte violentemente sulle monarchie del Golfo e che Kiev si dimostra pronta, almeno simbolicamente, a colmare grazie all’esperienza diretta maturata nei campi di battaglia che conferirà peso e importanza all’Ucraina nel prossimo futuro e che sottolinea ulteriormente l’assenza di un cambio di approccio alla guerra moderna negli Stati Uniti e l’inconsistenza dell’Europa. 

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