Gli ultimi giorni di guerra tra USA-Israele e Iran hanno fatto emergere una tensione che raramente viene discussa apertamente nel dibattito pubblico occidentale: la natura reale del rapporto tra Washington e lo Stato ebraico. Dietro la retorica dell’alleanza strategica e dei “valori condivisi”, alcune rivelazioni recenti suggeriscono una relazione molto più complessa, segnata da pressioni politiche, divergenze tattiche e, talvolta, da una sorprendente mancanza di controllo da parte americana.
Secondo indiscrezioni provenienti da Washington, la Casa Bianca sarebbe rimasta “sgomenta” di fronte alla portata degli attacchi israeliani contro decine di depositi di carburante iraniani avvenuti nel fine settimana. L’operazione, pur essendo stata notificata in anticipo all’esercito statunitense, avrebbe superato di gran lunga le aspettative americane. Le immagini provenienti da Teheran hanno mostrato enormi colonne di fumo nero e incendi visibili per chilometri, con il cielo della capitale oscurato da una densa nube di petrolio bruciato.
Per l’amministrazione americana il problema non è soltanto militare, ma anche politico. Colpire infrastrutture energetiche di tale portata rischia infatti di produrre un effetto opposto a quello dichiarato: invece di indebolire il regime iraniano, potrebbe rafforzarne il sostegno interno, spingendo la popolazione a stringersi attorno al governo di fronte a un attacco esterno.
Questo episodio avrebbe provocato uno dei primi veri dissensi tra Washington e Tel Aviv dall’inizio del conflitto. Persino figure tradizionalmente molto vicine alle posizioni israeliane, come il senatore repubblicano Lindsey Graham, avrebbero espresso preoccupazione per l’escalation.
La questione solleva una domanda più ampia: chi guida realmente la strategia nella relazione tra Stati Uniti e Israele? In teoria, l’America fornisce allo Stato ebraico un sostegno politico, militare e finanziario praticamente incondizionato. In una partnership di questo tipo, sarebbe logico aspettarsi che sia Washington a dettare le linee principali. Eppure diversi episodi sembrano suggerire il contrario.
Un esempio significativo è emerso di recente da una rivelazione dell’ex segretario di Stato Antony Blinken. In un podcast, Blinken ha raccontato che durante l’amministrazione Obama il governo israeliano tentò di spingere gli Stati Uniti a intraprendere un’azione militare contro l’Iran. Secondo il suo racconto, i dirigenti israeliani avrebbero avvertito la Casa Bianca che, se Washington non fosse intervenuta, l’esercito israeliano lo avrebbe fatto autonomamente.
La risposta di Barack Obama fu di non cedere alla pressione. Il presidente preferì puntare su una strategia diplomatica dura ma negoziale per contenere il programma nucleare iraniano. Con il senno di poi, ha spiegato Blinken, quella minaccia si rivelò quasi sicuramente un bluff.
Il fatto che un simile episodio sia avvenuto – e che venga oggi confermato da un ex segretario di Stato – suggerisce che le pressioni israeliane su Washington in materia iraniana non sono una novità. Piuttosto, rappresentano una costante della politica mediorientale degli ultimi due decenni.
Ancora più controversa è stata una recente rivelazione del Wall Street Journal riguardante il ruolo del senatore Lindsey Graham nelle settimane precedenti allo scoppio della guerra. Secondo il quotidiano, Graham avrebbe effettuato diversi viaggi in Israele, incontrando membri dell’intelligence del paese e parlando direttamente con il primo ministro Benjamin Netanyahu. Durante questi incontri avrebbe discusso strategie per convincere il presidente Donald Trump a sostenere un’azione militare contro l’Iran.
Se confermata, una dinamica del genere solleverebbe interrogativi significativi sul ruolo di alcuni esponenti politici americani. Un senatore degli Stati Uniti, eletto per rappresentare i cittadini del South Carolina, che collabora con un governo straniero per persuadere il proprio presidente ad avviare una guerra, appare a molti osservatori come un esempio estremo di interferenza politica internazionale.
Al di là delle dispute diplomatiche, la realtà della guerra è visibile soprattutto nelle immagini che arrivano dalle città colpite. A Teheran, dopo gli attacchi alle infrastrutture petrolifere, interi quartieri sono stati avvolti da un cielo color carbone. Le colonne di fumo hanno oscurato il sole e la pioggia che cadeva dal cielo era intrisa di residui di petrolio e cenere. In alcune zone si sono verificati incendi di proporzioni quasi vulcaniche, con nubi tossiche che hanno esposto la popolazione a sostanze potenzialmente cancerogene.
Secondo le prime stime, oltre 1.300 persone avrebbero già perso la vita nel conflitto. Ma molti analisti ritengono che il numero reale possa essere molto più alto e destinato a crescere rapidamente.
In questo contesto torna con forza una delle giustificazioni più spesso invocate dai sostenitori dell’intervento militare: la liberazione del popolo iraniano. È un argomento che ha accompagnato molte campagne militari occidentali negli ultimi decenni, dall’Iraq alla Libia. Tuttavia, per molti osservatori questa narrazione appare sempre più difficile da sostenere di fronte alla distruzione materiale e alle vittime civili.
Distruggere infrastrutture vitali e bombardare aree urbane difficilmente crea le condizioni per una prosperità futura. Al contrario, la storia recente suggerisce che tali interventi quasi sempre producono instabilità prolungata, rafforzando le fazioni più radicali e rendendo ancora più lontana la prospettiva di riforme politiche interne. A complicare il quadro ci sono le notizie delle ultime ore, che parlano delle sirene di allarme missilistico che hanno suonato nelle prime ore del mattino a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, e in Bahrein. La verità è che i bombardamenti non hanno affatto azzerato le capacità offensive dell’Iran. Perché altrimenti, come informa la BBC, l’ambasciata USA a Beirut esorterebbe i suoi cittadini a trovare un “rifugio” qualora non intendano lasciare il Libano?
La guerra con l’Iran, insomma, rischia inevitabilmente di diventare – se non lo è già diventato – l’ennesimo conflitto mediorientale in cui gli obiettivi strategici dichiarati si scontrano con le conseguenze reali sul terreno. Né più né meno come molti critici dell’intervento, in prima linea quelli di area MAGA, avevano predetto, mettendo inutilmente in guardia l’amministrazione. E mentre la diplomazia appare sempre più marginalizzata, la domanda fondamentale su chi decide davvero quando e come gli Stati Uniti entrano in guerra suona ormai quasi ipocrita: la prevalenza di Israele è sempre più evidente.
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