Una nuova linea rossa è stata superata nell’assalto di Usa e Israele all’Iran dopo che nella notte tra sabato e domenica Tel Aviv ha colpito con i suoi cacciabombardieri i consistenti depositi di petrolio della capitale Teheran, avvolta per ore dal fumo e illuminata a giorno da una serie di colossali incendi.
Colpiti i depositi di Kouhak, Karaj e Shahran, nei sobborghi della capitale, e la raffineria di Shahr-e Rey in un raid che ha comportato la distruzione di almeno 30 serbatoi. All’11 gennaio, l’Iran aveva secondo la Reuters una riserva complessiva di 166 milioni di barili di petrolio, e dunque l’attacco di Israele a una quota consistente degli stoccaggi conservati nella capitale mira a erodere questa disponibilità, a far alzare il prezzo del conflitto al Paese intero, a ridurre la capacità della Repubblica Islamica di rifornire col greggio e i carburanti derivati i veicoli militari, l’apparato logistico, i droni, i vettori balistici e tutto ciò che serve per il prosieguo della Terza guerra del Golfo.
Inoltre, per Israele l’obiettivo di fondo resta portare l’Iran al collasso sistemico e, di conseguenza, spingere sulla riduzione delle scorte energetiche è anche funzionale a creare un clima di crisi interna. L’Iran ripone prevalentemente sul gas la sua capacità di generazione, ma negli anni il contributo del petrolio al mix energetico nazionale è stata stimata dal 26,5% al 29%.
Interromperne i flussi sarebbe un risultato ritenuto critico da Tel Aviv per ridurre la capacità di attacco delle forze armate e, cosa più importante, di resistenza delle forze armate. Per Tel Aviv, inoltre, la manovra è volta a mantenere alta la tendenza alla regionalizzazione del conflitto al fine di rafforzare la pressione sulla Repubblica Islamica che, paradossalmente, accomuna Israele col suo mortale nemico, che per ragioni inverse, legate alla necessità di rendere onerosa per il mondo arabo la stagione bellica. In entrambi i campi c’è di mezzo l’energia: se Israele colpisce gli apparati petroliferi iraniani, sarà quantomeno da attendersi una rappresaglia simmetrica dell’Iran contro analoghe strutture di stoccaggio nel mondo arabo, per quanto anche città israeliane come Haifa possono essere considerate bersagli potenziali.
Chi dovrà capire come muoversi, invece, sono gli Stati Uniti. The Atlantic ha sottolineato di recente che era da sottolineare il fatto che finora Donald Trump non avesse messo nel mirino l’idea di prendere il controllo futuro del petrolio iraniano, “omissione sorprendete, dato che per un presidente che ha trattato le risorse naturali sia come leva finanziaria che come bottino, i giacimenti petroliferi iraniani sembrerebbero la tentazione definitiva” e “l’Iran ha quasi 209 miliardi di barili di riserve accertate di petrolio greggio, pari a circa il 12% del totale mondiale”.
Tel Aviv coinvolge l’energia nella guerra in una fase di boom di prezzi globale nel giorno in cui l’Iran sembrava dare un messaggio distensivo alle potenze arabe aprendo a rinunciare ad attaccare ogni nave non americana e israeliana passante nello Stretto di Hormuz. Cosa farà Washington? Coglierà al balzo l’opportunità di spingere fino in fondo uno degli obiettivi della guerra, cioè privare la rivale Cina delle forniture di greggio iraniano, o punterà a spingere per una stabilizzazione dei prezzi?
La notizia che Trump starebbe pensando a dei raid sull’Isola di Karg, che custodisce i terminal capaci di garantire il 90% della capacità di export iraniana, manda l’attenzione nella prima direzione. I dati desolanti sull’occupazione americana nel mese di gennaio e le incertezze su economia e inflazione puntano in direzione opposta. Iniziare una guerra, del resto, è molto più facile che finirla. Israele ha meno necessità del secondo punto, e gli Usa se ne stanno accorgendo giorno dopo giorno.
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