Si intitola “Chinese Antisemitism 2021-2025. Origins and Purposes” ed è un paper di una cinquantina di pagine pubblicato pochi giorni fa dal Jewish People Policy Institute (Jppi), un istituto israeliano legato alla Jewish Agency for Israel e che si definisce “un centro indipendente di riflessione e pianificazione strategica volto a definire strategie e politiche operative per il popolo ebraico, sia in Israele sia nella diaspora”.
La tesi del documento? L’antisemitismo sarebbe in aumento in Cina, un Paese fino a qualche anno fa considerato quasi privo di tendenze simili. Secondo lo studio del Jppi, i luoghi comuni antiebraici si sarebbero spostati dagli spazi marginali online ai media ufficiali, al mondo accademico e persino al campo istituzionale, spesso attraverso una deliberata e totale confusione delle distinzioni tra Israele, ebrei ed ebraismo.
Durissima la replica di Pechino che, attraverso la sua ambasciata a Tel Aviv, ha respinto i contenuti del paper definendoli “speculazioni maligne” e “fuorvianti”.
Curioso il tempismo dell’uscita del report, poche settimane prima del viaggio di Donald Trump in Cina. Un viaggio che potrebbe avere importanti sviluppi diplomatici, non solo sul commercio ma anche, giunti a questo punto, sulla situazione iraniana. Sarà decisivo il vis a vis con Xi Jinping…
Il paper che attacca la Cina
Shalom Wald, ricercatore senior del Jppi, ha individuato un'”ondata antisemita” che si è intensificata in seguito ai conflitti di Gaza del 2021 e del 2023. Il metodo utilizzato per arrivare a tale conclusione? Un’analisi completa, a quanto pare, delle pubblicazioni dei media cinesi, delle dichiarazioni di influencer e accademici e delle attività sui social media d’oltre Muraglia.
“Quando la nazione con la seconda popolazione più grande al mondo e uno dei principali artefici dell’ambiente informativo globale consente la diffusione di idee antisemite, le alimenta o le tollera, la sua condotta ha ripercussioni ben oltre i suoi confini”, ha attaccato il presidente del Jppi Yedidia Stern.
Sfogliando il paper si legge che l’antisemitismo in Cina si starebbe sviluppando senza un contesto storico di persecuzione ebraica e senza una presenza ebraica significativa nel Paese. Il Jppi non considera la tendenza registrata come “interna”, ma guidata da cambiamenti geopolitici strategici. In primis dalla crescente rivalità tra Cina e Stati Uniti, ma anche dal crescente allineamento di Pechino con i Paesi arabi e a maggioranza musulmana e da una più ampia adozione di narrazioni anti occidentali da parte del governo cinese.
Sempre secondo il Jppi, la Cina percepirebbe gli ebrei come figure che esercitano una significativa influenza sulla politica americana, e quindi, a detta del think tank, l’ostilità verso gli Stati Uniti si tradurrebbe in retorica antiebraica.

Un tempismo curioso
Il Jppi sostiene che alcune università cinesi starebbero diventando vere e proprie “incubatrici influenti” di sentimenti antiebraici. In questi ambienti accademici, si legge ancora nel rapporto, docenti e studenti di rilievo adotterebbero sempre più spesso posizioni fortemente anti israeliane, che in alcuni casi sfocerebbero apertamente nell’antisemitismo.
Si passa poi alle piattaforme di social media cinesi, che si starebbero rivelando un terreno fertile per questo tipo di propaganda, e quindi al governo. Chiaro il collegamento del think tank: dato che in Cina lo Stato esercita un controllo particolarmente stretto sui media, sia digitali sia tradizionali, la diffusione dei suddetti contenuti può far pensare che tali posizioni siano quantomeno tollerate dalle autorità.
Il rapporto raccomanda quindi a Israele di affrontare questa tendenza con cautela: da un lato mantenendo relazioni diplomatiche stabili con la Cina, dall’altro definendo con chiarezza linee rosse e limiti rispetto alle espressioni antisemite.
Ma perché annotare simili fenomeni a poche settimane dall’incontro tra Trump e Xi? Zhang Guoping, portavoce dell’ambasciata cinese in Israele, ha intanto scritto al Times of Israel per negare le conclusioni del documento: “Chiunque abbia anche solo una conoscenza di base della Cina e delle relazioni Cina-Israele può notare che questo rapporto contiene evidenti difetti e rivela la manipolazione politicamente motivata degli autori”.
È stato lo stesso Times of Israel, del resto, a sottolineare un fatto che smentisce il Jppi: l’antisemitismo è storicamente assente dal panorama politico cinese, con il gigante asiatico che ha a lungo celebrato il ruolo di Shanghai come rifugio per oltre 20.000 rifugiati ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale.

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