La guerra in Libano è ormai a tutti gli effetti un conflitto parallelo a quella Terza guerra del Golfo che sta portando nel caos e insanguinando il Medio Oriente. A una settimana dall’attacco israelo-americano all’Iran e dopo che anche le milizie sciite di Hezbollah sono entrate nel conflitto nel Paese dei Cedri, il Libano vive la fase più critica e violenta dal novembre 2024, quando fu firmato l’armistizio che pose fine all’invasione di terra dello Stato Ebraico nell’ex colonia francese.
Dal 2 marzo, infatti, Israele sta colpendo duramente la valle della Bekaa nel Sud del Paese e prendendo nel mirino con attacchi aerei e missilistici i sobborghi della capitale Beirut: è bastato che il Partito di Dio lanciasse poco più che simbolici attacchi missilistici il 2 marzo, ufficialmente per vendicare l’assassinio della Guida Suprema Ali Khamenei a Teheran avvenuto due giorni prima, perché Tel Aviv, che ha più volte violato il cessate il fuoco dal novembre 2024, ponesse in essere una pesante campagna di bombardamenti.
Il copione iraniano in scena anche in Libano
Su scala minore, Israele segue in Libano lo schema iraniano: attacchi ai vertici del Partito di Dio, con il segretario generale Naim Qassem e l’importante parlamentare Mohammad Raad presi di mira già il 2 marzo e il capo dell’intelligence di Hezbollah, Hussain Makled, ucciso quel giorno; attacchi all’infrastruttura militare e alla comunicazione del Partito di Dio, tanto che sia la sede della Tv di Hezbollah, al-Manar, che quella della sua radio, al-Nour, sono state rase al suolo; tentativi di “divide et impera” nel sistema, con Israele che formalmente esclude di ritenere il Libano in sé un bersaglio e il governo di Beirut che spinge duramente contro la stessa Hezbollah.
Il presidente libanese Joseph Aoun ha vietato le attività militari di Hezbollah, le forze armate da lui comandate in passato come generale hanno annunciato di aver sequestrato centinaia di armi e arrestato decine di membri della milizia sciita, si parla addirittura di manovre del premier Nawaf Salam per cercare un mandato d’arresto per Qassem. Questi ha invitato, nella giornata di mercoledì, i libanesi al “sacrificio” contro un’aggressione “esistenziale”. Una tesi non condivisa dai vertici del Paese dei Cedri, dove nel frattempo l’attacco israeliano ha ucciso almeno 217 civili e 70 membri di Hezbollah in una settimana. Solo tre mesi fa, visitando il Libano, Papa Leone XIV lo invitava ad essere una “profezia di pace” per il Medio Oriente. Ora l’onda lunga della guerra senza limiti del Medio Oriente investe uno Stato fragile, mentre sullo sfondo si staglia la minaccia di una nuova invasione israeliana.
L’ipotesi dell’attacco di terra israeliano
Già ora Tel Aviv integra pesantemente le due campagne, tanto che ci sono report di aerei israeliani che attaccano l’Iran e sul ritorno prendono di mira Hezbollah per massimizzare la ricerca di obiettivi in una singola missione, sfruttando il munizionamento extra.
In prospettiva, uno scenario critico è quello che lascerebbe intendere l’ipotesi di un’invasione di terra, la seconda in meno di due anni, dopo le incursioni sulla linea di contatto del cessate il fuoco. Un potenziale disastro per il Libano dopo gli oltre 5mila morti in due mesi del 2024.
“Abbiamo in programma di spingerci fin dove sarà necessario, fino al fiume Litani e oltre, se ci verrà ordinato”, ha affermato Eyal Zamir, capo di Stato Maggiore dell’Israel Defense Force, con Benjamin Netanyahu che pondera le opzioni mentre dall’opposizione Yair Lapid, capo dei centristi nazionalisti di Yesh Atid, chiede la creazione di una zona “sterilizzata”, ovvero priva di postazioni militari e soprattutto di civili, come cuscinetto di sicurezza per l’Idf.
Attacchi nel Sud del Libano a Unifil
Lapid non ha nemmeno espresso alcun sentimento di empatia verso il Libano, che questa volta è sostanzialmente allineato a Israele nel respingere le iniziative di Hezbollah: “Nessuno ha detto loro che dovevano diventare lo stato ospitante di un’organizzazione terroristica”. Nel frattempo, un’ipotesi di intervento israeliano pone seri dubbi sul futuro della missione Unifil, a cui partecipano anche truppe italiane, per garantire una pace nel Paese dei Cedri che ormai appare sempre più in deterioramento.
Venerdì nel fuoco incrociato è stata colpita una postazione della missione Onu nel sud del Libano, dove sono rimasti feriti due peacekeeper ghanesi. Ancora ignote le responsabilità secondo l’Onu, mentre Aoun, che pure non ha messo in dubbio la sua critica contro Hezbollah, ha accusato Israele di aver agito indiscriminatamente. In un conflitto che non risparmia il Medio Oriente, Unifil si trova nel fuoco incrociato assieme a un Paese intero. Israele e Hezbollah combattono, ma il “martire” rischia di essere il Paese dei Cedri. Travolto dallo sconfinamento di un conflitto già regionale che può consumare l’ordine mediorientale.
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