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Difesa

La Grecia cambia postura sulla Difesa e agita le acque del Mediterraneo

Il ritiro degli Usa e l'ascesa della Turchia preoccupano la Grecia. Che così ha deciso di cambiare rotta sulle strategia di Difesa.
Grecia

La Repubblica Ellenica sta vivendo una fase di profonda trasformazione della propria dottrina di difesa, un cambiamento passato in secondo piano ma che potrebbe ben presto ridisegnare gli equilibri nel Mar Egeo e nel Mediterraneo orientale. Nell’aprile dello scorso anno Atene ha annunciato un ambizioso piano di investimenti per la modernizzazione delle Forze Armate, con particolare attenzione alla Marina e all’Aeronautica. 25 miliardi di euro saranno spesi in programmi d’armamento fino al 2036 con l’obiettivo di acquisire tecnologie all’avanguardia, rafforzare le capacità operative e sostenere lo sviluppo dell’industria nazionale della difesa. È un salto non solo quantitativo, ma qualitativo, che riflette sia la crescente complessità dello scenario regionale sia la necessità di colmare un divario tecnologico percepito rispetto agli attori vicini, leggi Repubblica di Turchia, l’atavico rivale. 

A novembre, questo nuovo percorso è stato inserito in una cornice dottrinale più chiara con la presentazione della nuova strategia di deterrenza multi-dominio (terra, mare, aria, cyberspazio e spazio) da parte del ministro della Difesa greco Nikos Dendias. Il cambiamento è radicale: la responsabilità primaria della difesa delle acque dell’Egeo non sarà più affidata alla flotta di superficie, tradizionale fulcro della postura militare greca, ma verrà trasferita e riposta nei sistemi missilistici a lungo raggio disseminati in varie isole. La logica è quella di creare una fitta rete di interdizione capace di colpire rapidamente e in profondità evidenziando la vulnerabilità dei mezzi navali e aumentando la capacità di risposta in caso di crisi.

Francia, Stati Uniti e Israele, in rispettivo ordine, sono le potenze che sono state individuate dai funzionari e dagli apparati ateniesi per sostenere lo sforzo di modernizzazione delle Forze Armate Elleniche. Il rapporto privilegiato tra Atene e Parigi è stato consolidato negli anni dalla vendita di diverse fregate Belharra, caccia Rafale e dalla stipula di un accordo di mutua difesa in procinto di rinnovo. L’Eliseo ha quindi ottenuto diversi successi industriali, accresciuto influenza e proiezione in un’area vitale del Mediterraneo e, soprattutto, ottenuto una leva per contenere la Turchia. Washington garantisce all’Aeronautica greca, ad oggi, il mantenimento di un vantaggio qualitativo decisivo grazie all’inclusione di Atene nel programma F-35 Lighthing II e alla contemporanea esclusione di Ankara. Gerusalemme si è gradualmente affermato quale attore in grado di fornire sistemi di difesa aerea, droni e soluzioni avanzate nel campo della sorveglianza e della guerra elettronica. In sintesi: la sinergia tra piattaforme francesi, tecnologia statunitense e know-how israeliano consentirà, nei calcoli degli strateghi ateniesi, alla Grecia di disporre di uno strumento militare moderno e credibile sul piano della deterrenza.

L’Italia partecipa ma con prudenza

Due piani cardine del processo di modernizzazione delle Forze armate prevedono: la creazione dello “Scudo di Achille”, fiore all’occhiello del programma di riamo nazionale dal valore di 2.8 miliardi di euro, un sistema di difesa integrato e multilivello in grado di contrastare diverse minacce (droni, aerei e missili); l’acquisto di quattro nuovi sottomarini. TKMS in Germania, Naval Group in Francia, Saab in Svezia, Fincantieri in Italia, Hyundai Heavy Industries e Hanwha Ocean in Corea del Sud sono i pretendenti pronti a sgomitare per aggiudicarsi la faraonica commessa. Atene deciderà a breve in base alla soddisfazione di tre fondamentali requisiti: la costruzione o la coproduzione in Grecia delle unità; la capacità d’integrazione dei sistemi d’arma nazionali; il rispetto della “clausola turca”.

L’Italia, come dimostrato dalla recente vendita di due fregate da parte di Fincantieri, pare voler partecipare allo sviluppo delle Forze Armate Elleniche, senza, tuttavia, alienarsi il consenso della Turchia. Roma si destreggia quindi in un acrobatico atteggiamento pragmatico evitando di schierarsi apertamente con una delle parti. Ma sarà sempre più difficile districarsi tra le sponde dell’Egeo. La formazione di sempre più rigidi blocchi regionali per l’equilibro di potere nel Mediterraneo orientale toglie margini di manovra alla Penisola.

Il cambio di atteggiamento che oggi spinge la Grecia verso una postura più assertiva germoglia dall’interazione di due fattori esterni: l’introversione americana e l’ascesa della Turchia. Il progressivo disimpegno degli Stati Uniti dal Mediterraneo, accompagnato da una concentrazione di risorse verso l’Indo-Pacifico, ha ridotto il livello di garanzia percepito dai partner regionali. Per un Paese come la Grecia, tuttora ancorato alla protezione americana, questo spostamento di risorse e attenzioni ha aperto una fase di incertezza. Atene si trova così costretta a investire maggiormente nella propria capacità di difesa, accettando costi economici, politici e sociali superiori rispetto al passato. Parallelamente la Repubblica di Turchia ha consolidato negli ultimi anni la propria influenza nell’agone internazionale grazie alle proprie capacità diplomatiche e militari, a un’industria bellica nazionale all’avanguardia e in rapida crescita e soprattutto a una chiara strategia commisurata ai mezzi. 

La trasformazione della postura strategica greca riflette quindi un nuovo bisogno di sicurezza nel proprio intorno geografico. La modernizzazione delle Forze Armate e la deterrenza multi-dominio rappresentano una risposta a un ambiente percepito come fortemente instabile, segnato dal minor coinvolgimento americano e dall’emergere della Turchia come potenza regionale. Tuttavia, questo cambio di rotta (re)introduce nuovi fattori di tensione che potrebbero rendere il futuro dell’Egeo, e per estensione del Mediterraneo, più incerto e delicato.

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