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Politica

Isole Chagos, la mossa di Washington per blindare Diego Garcia e aggirare Londra

Regno Unito e Mauritius hanno firmato un accordo perché le Isole Chagos, dove c'è la base di Diego Garcia, tornino alle Mauritius. Ma Trump...

Lo scenario che per mesi si è paventato, si è lugubremente avverato: gli Stati Uniti hanno attaccato l’Iran. In Medio Oriente, in questi giorni, la tensione è alle stelle, ma prossimamente anche dalle parti delle Mauritius, arcipelago noto per le acque cristalline e non per i missili balistici, potrebbero rimanere col fiato sospeso. Il motivo? L’isola di Diego Garcia. L’atollo ospita una delle principali basi militari statunitensi nell’Oceano Indiano e, nelle settimane precedenti all’attacco, il presidente Donald Trump aveva dato a intendere che la piattaforma sarebbe stata utilizzata per il coordinamento delle operazioni contro Teheran se l’epilogo bellico si fosse concretizzato. A stretto giro, gli ayatollah hanno risposto che in caso di aggressione, l’atollo sarebbe stato un obiettivo legittimo. Attenzione, perché tra minacce reciproche, c’è un dettaglio che spariglia le carte in tavola. Diego Garcia è un possedimento della Corona britannica e il premier Keir Starmer ha espresso la sua contrarietà all’ipotesi di lancio di droni dall’isola, negando al contempo la disponibilità di altre basi sotto l’egida di Londra. Trump, di converso, ha già in mente uno stratagemma per aggirare l’ostacolo inglese: la costruzione di un nuovo Stato nell’Oceano Indiano.   

Chagos: da Londra a Port Louis sotto la lente di Pechino

Un piccolo arcipelago che trapunta le acque oceaniche è al centro di una disputa che risale agli ormai lontani anni Sessanta. Le isole Chagos sono sempre state considerate delle stelle costituenti il firmamento delle Mauritius, ma divennero un’entità politica separata quando nel 1968 gli atolli mauriziani dichiararono l’indipendenza dal Regno Unito. Le Chagos rimasero sotto la sovranità britannica e, considerando che all’epoca la paura di una guerra atomica tra Usa e Urss faceva novanta, Londra permise agli alleati americani di installare una base militare a Diego Garcia, in una parte del mondo dove Washington non aveva partner.

L’atollo, geopoliticamente parlando, era ed è una perla rara. In poche ore i cacciabombardieri americani possono sorvolare i cieli del Medio Oriente e dell’Asia meridionale. Non è un caso, dunque, se molte delle operazioni belliche durante la Guerra del Golfo e gli interventi in Iraq e Afghanistan abbiano avuto come epicentro Diego Garcia e non è difficile capire perché alla Casa Bianca non escludano attacchi all’Iran dall’Oceano Indiano.  

Tutto semplice fin qua, ma nel 2025 la cosa si è complicata. Il premier britannico Starmer e il suo omologo mauriziano Jugnauth, a maggio dello scorso anno, hanno sottoscritto un accordo finalizzato al ricongiungimento delle isole Chagos con la Repubblica di Mauritius. La decisione è giunta dopo che la Corte internazionale di giustizia dell’Aja si era espressa in termini di condanna nei confronti di Londra perché, secondo il tribunale dell’Onu, la separazione delle Chagos da Port Louis “non era basata sulla libera e genuina espressione della volontà delle persone interessate”.   

Gli accordi prevedono che gli Stati Uniti siano autorizzati a sfruttare la piattaforma di Diego Garcia per i prossimi 99 anni, ma in quel di Washington temono che un un alleato commerciale di Teheran possa leccarsi le dita per il passaggio di sovranità delle Chagos: la Cina

Il contropiano di Trump 

Donald Trump guarda con molto sospetto all’accordo firmato tra Londra e Port Louis per due ragioni: da una una parte, entro un secolo potrebbe perdere definitivamente il controllo militare a Diego Garcia; dall’altra, Pechino potrebbe accedere a informazioni riservate d’intelligence americana.

Cina e Mauritius hanno sottoscritto una partnership commerciale tramite cui il Dragone si impegnerà a elargire investimenti per iniziative finanziarie e infrastrutturali nei prossimi anni. Gli americani temono, però, che i cinesi non siano solo interessati a mettere le mani  nel business, ma a spiare dal buco della serratura del centro operativo a Diego Garcia. Secondo la Casa Bianca uno scenario simile è da scongiurare, ed ecco che Trump cala l’asso del Compact of Free Association (COFA). Di che cosa si tratta? Altro non sarebbe che uno strumento di libera associazione che gli Usa vorrebbero proporre ai chagossiani come preludio alla costruzione di un loro Stato. La logica è quella del do ut des: Washington stanzia cospicue risorse economiche a beneficio dei chagossiani e in cambio detiene le leve dell’apparato di difesa. Un sistema simile è già stato applicato ad alcune realtà come gli Stati Federati di Micronesia e Palau che oggi hanno un Governo locale pienamente operativo e legittimo. 

Dalle parti di Downing Street sembra che nessuno si preoccupi della controproposta statunitense, ma con l’apertura di un nuovo fronte di guerra non si può più escludere niente a priori. In un clima internazionale così incandescente, incassa chi agisce senza esitazione e le isole Chagos  non sfuggono a questa condizione. Vedremo chi vincerà la partita a braccio di ferro tra Usa e Regno Unito, che da storici alleati si comportano sempre più da ex coniugi incapaci di sopportarsi a vicenda.

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