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Dal Giappone all’Indonesia: cosa succederà ai Paesi asiatici che avevano trovato un accordo sui dazi con gli Usa

La Corte Suprema ha annullato gran parte dei dazi di Trump, lasciando incerta la sorte degli accordi commerciali asiatici.

La Corte Suprema statunitense ha dichiarato illegittimi i dazi reciproci annunciati da Donald Trump lo scorso aprile. Si tratta di una decisione clamorosa, non solo perché riguarda tariffe per un valore complessivo pari a circa 175 miliardi di dollari, e che riguarda circa due terzi di quelle decise dalla Casa Bianca negli ultimi 13 mesi, ma anche e soprattutto per via delle enormi implicazioni connesse.

Quali saranno gli effetti sull’economia mondiale? Chi ha già pagato può chiedere un rimborso? Gli Usa rischiano di effettuare risarcimenti monstre? Al netto di domande più che comprensibili, è curioso notare come l’intera vicenda interessi molto da vicino i Paesi asiatici, gli stessi che si sono ritrovati costretti a cedere alle richieste di Trump per evitare pesantissime scure doganali.

Il Giappone, per esempio, ha appena impegnato 36 miliardi di dollari in investimenti negli Stati Uniti, mentre il presidente dell’Indonesia, Prabowo Subianto, ha firmato un accordo a Washington per aprire settori critici dell’economia di Jakarta alle aziende americane.

Il motivo di simili concessioni? Semplice: sono accordi commerciali stretti tra le parti per evitare dazi doganali senza precedenti. In assenza di deal, Trump aveva minacciato tariffe fino al 35% sul Made in Japan e del 32% su tutti i prodotti indonesiani. Ok, ma cosa succederà a questi accordi dopo l’intervento della Corte Suprema?

Un rebus complicato

Come ha spiegato il New York Times, dopo la sentenza Trump ha insistito sul fatto che molti degli accordi firmati sarebbero rimasti validi, sebbene lui stesso abbia riconosciuto che alcuni deal avrebbero potuto non esserlo. La realtà è che la decisione della Corte ha lasciato altamente incerto il destino di un gran numero di intese.

A rendere più complessa la situazione c’è un fatto non da poco: i governi asiatici – e non solo quelli di Giappone e Indonesia – si sono affrettati a stringere accordi con Trump. Il loro obiettivo? Negoziare tariffe doganali più basse per le loro industrie dipendenti dalle esportazioni.

Il risultato è che molti leader hanno mediato accordi e preso impegni significativi, al punto da affrontare recriminazioni politiche in patria, oltre che accuse di concedere troppo (a volte persino di sacrificare la sovranità nazionale) in nome del mantenimento del rapporto con gli Usa.

La lista è lunga. Accanto a Giappone e Indonesia troviamo Corea del Sud, Malesia, Cambogia, India (per non parlare del caso a parte Taiwan). Alcuni di questi Paesi avevano addirittura promesso di allinearsi a Washington su sanzioni, questioni di sicurezza nazionale e approvvigionamento di minerali essenziali, ovvero iniziative che hanno infastidito un altro loro partner commerciale, la Cina.

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Tutto da rifare?

La situazione è più o meno la seguente. Trump aveva promesso di contrastare la forte influenza della Cina sulle catene di approvvigionamento globali e, attraverso i suoi accordi commerciali, di coinvolgere le nazioni asiatiche in questo sforzo.

Adesso, tuttavia, i governi asiatici che avevano stretto accordi con gli Usa si ritrovano a fare i conti con l’eventuale replica di Pechino. Già, perché il Dragone è per quasi tutte le nazioni sopra citate il partner regionale (o il rivale, o anche entrambi) più importante in termini economici e geopolitici.

Coloro che avevano siglato un deal con Trump, inoltre, dovranno adesso capire quale strada prendere: mantenere l’accordo preso con gli Usa per evitare ire e ritorsioni o rinegoziare nel tentativo di strappare migliori concessioni? Il discorso cambia da nazione a nazione.

Giappone e Corea del Sud avevano ottenuto dazi del 15% in cambio di centinaia di miliardi di dollari di investimenti, e per loro poco è cambiato, ma il contesto è ben diverso per Indonesia, Malesia e Cambogia che avevano accettato tariffe del 19% a fronte di ingenti acquisti di beni americani e dell’apertura di alcuni settori. Per non parlare poi della Cina, che adesso si prepara all’attesissima visita di Donald Trump. In una posizione di oggettivo vantaggio.

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