Quattro anni dopo l’invasione dell’Ucraina, Vladimir Putin è un uomo solo al comando in Russia: non “solo” perché sovrano assoluto sciolto da vincoli politici né, tantomeno, perché isolato dal resto del Paese. Ma, moderno Giano Bifronte, perché ibrido di queste due prospettive. Apparentemente contraddittorie ma non mutualmente escludibili.
Putin resta la cuspide più alta di un sistema di potere complesso, mediazione tra oligarchie economiche, potentati militari e d’intelligence, uomini forti d’apparato (siloviki), e l’uomo a cui spetta l’ultima parola. Ma negli anni, paradossalmente, questo sistema ha cominciato ad avere più bisogno di Putin di quanto questi avesse dovuto appoggiarsi su di esso nel lungo quarto di secolo vissuto come primo ministro e, soprattutto, presidente.
La dualità di Putin
Ne consegue una dualità putinaina riflessa dalla guerra in Ucraina: l’immagine di uno Zar solitario che vede tuttora in bilico il progetto costruito in una carriera politica, la natura della Russia come grande potenza militare e geopolitica e il ruolo di Mosca nel mondo dopo la rottura con l’Occidente, senza avere la garanzia di poterlo trasmettere a un successore all’altezza e senza poter dire di aver sanato fino in fondo la domanda di sicurezza che ha accompagnato il suo intero cursus honorum.
Putin, con la guerra in Ucraina, ha applicato il cinico progetto di realismo offensivo che l’ha portato a scommettere il futuro del Paese sulla base di calcoli ben precisi: la necessità di demolire il sistema internazionale post-Seconda guerra mondiale, di ribadire la forza militare russa, di prevenire l’espansione a Est della Nato, di espandere territorialmente il Paese per conseguire profondità strategica e sicurezza, ha animato l’aggressione all’Ucraina.
I risultati incerti di quattro anni di guerra
Quattro anni dopo, che giudizio trarne? Un quadro nebuloso emerge. Putin può essere considerato il leader che ha condotto una guerra, senza che Mosca crollasse, affrontando un avversario armato da una cinquantina di Paesi, compresi gli Usa e tutti i big europei della Nato. Oppure come il leader russo che, al netto di panegirici geo-storici e ideologici sul destino profondo del Paese euroasiatico, ha per primo perso l’Ucraina alla sfera d’influenza di Mosca dopo oltre tre secoli. Putin ha fermato l’espansione della Nato in Est Europa ma l’ha vista avanzare in Scandinavia, con l’ingresso di Svezia e Finlandia.
Ha, col negoziato con gli Usa, mirato a chiudere l’Europa nella tenaglia russo-americana ma guida un Paese che è inferiore tanto a Washington quanto alla Cina sul piano dell’influenza geopolitica e geoeconomica.
E nel frattempo l’illusione della Nuova Yalta con gli Usa potrebbe concretizzarsi con un riconoscimento della Crimea già occupata nel 2014 e di buona parte del Donbass in luogo della perdita alla zona d’influenza russa, dal 2022 a oggi, di Siria (ora di fatto protettorato turco), Armenia e Azerbaijan (tra cui sono stati gli Usa a mediare la pace), Venezuela (col rovesciamento americano di Nicolas Maduro) e in prospettiva anche del Kazakstan e dell’Asia centrale, sempre più alla ricerca di una via autonoma tra Washington, Pechino e Mosca.
I dilemmi della Russia di Putin
Anche il rapporto della Russia con il Sud Globale è articolato e complesso e se da un lato Mosca non è, come spesso ha ripetuto l’Occidente, isolata, dall’altro ci sono diverse nazioni che danno autonomamente le carte. E se Stati come i Paesi del Golfo, la Turchia, l’India, il Pakistan, l’Indonesia e il Brasile dialogano ancora con Mosca, lo fanno alle proprie condizioni. Putin e la Russia hanno sicuramente aperto strade per sostenere il contraccolpo della rottura con l’Occidente, ma soprattutto per il calo della rendita energetica quest’ultimo fattore si sente decisamente.
In sostanza, dunque, si è creato un contesto che ha visto la guerra in Ucraina trasformare radicalmente il sistema internazionale e vede ora la Russia detenere un vantaggio tattico che fatica a farsi strategico e sistemico. Al contempo, le dinamiche promosse dalla guerra hanno messo in campo i risultati di 25 anni di potere putiniano: il desiderio di affermazione e espansione russi; la domanda di una sfera di sicurezza certa; la dicotomia tra natura europea e proiezione verso il Sud Globale di Mosca. Tutto questo è in gioco, e Putin ad oggi affronta il dilemma di scegliere se sia più opportuno per Mosca cercare di spuntare quanti più risultati possibili dal conflitto o affrontare il rischio che i nodi vengano al pettine nel dopoguerra.
Dilemma articolato, dato che Putin, come detto in apertura, affronta ciò sostanzialmente solo. Da un lato, solo perché sua è l’ultima parola sulle decisioni. Dall’altro, perché nel sistema chi poteva fornire consigli e visioni è appannato o sostanzialmente ridimensionato.
A Putin conviene più la guerra del dopoguerra
Il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov, un tempo fine diplomatico, è ventriloquo del Cremlino; Dmitriy Medvedev, da moderato, è diventato falco oltranzista e ultranazionalista; Sergej Shoigu è stato piazzato al ruolo di Segretario del Consiglio di Sicurezza dopo 12 anni da ministro della Difesa ma sia lui che il suo predecessore Nikolaj Patrushev faticano a veder la loro stella brillare come in passato. Chi consiglia Putin? Chi è pronto a rilevarne in futuro le redini? La risposta a queste domande appare incerta e, paradossalmente, oggi la Russia è divenuta più verticistica proprio a causa della presenza dei dubbi sul futuro post-Putin, che hanno però suscitato in un sistema incapace di rinnovarsi un maggior arroccamento sul centro del potere al Cremlino.
Sostanzialmente, la Russia è divenuta a causa della guerra lo specchio di ciò che è stata negli ultimi secoli nei momenti di crisi, un Paese enorme che cerca di resistere ai marosi della storia arroccandosi su un centro forte. Putin per ora con ambigua scaltrezza naviga tra molti ostacoli. Ma prima o poi sulla bilancia andranno messi risultati ottenuti e perdite incassate con l’avventura che ha coronato la sua lunga storia al potere. E non è detto che quel sistema che oggi si fa liquido attorno al vertice del potere russo non chieda il conto al suo vertice.
In tal senso, Putin è oggi così simile al suo nemico, Volodymyr Zelensky, nel ritenere la guerra complessa e articolata ma, comunque, non necessariamente peggiore nel dover rispondere a certe domande nel dopoguerra. Un fatto che certamente non aiuta a risolvere un conflitto giunto ormai al suo quinto anno.
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