Milano/Cortina 2026 lascerà all’Italia sportiva un’eredità di non poco conto. Il riferimento non è agli impianti, la cui sorte nei prossimi anni sarà da verificare, e nemmeno a un’organizzazione che fin qui è stata quantomeno puntuale. La vera eredità è scritta nero su bianco sul medagliere. Dietro l’imprendibile Norvegia e davanti agli Stati Uniti, a spiccare è la bandiera tricolore italiana. Se da un lato è vero che ospitare i Giochi è un fattore di spinta per il proprio medagliere, dall’altro però il confronto con l’altra Olimpiade casalinga, quella di Torino 2006, appare piuttosto indicativo. All’ombra della Mole, gli azzurri oramai venti anni fa hanno portato a casa 5 ori e 11 medaglie complessive. Nella kermesse milanese, soltanto gli ori sono stati 9.
La “molla” di Tokyo 2020
È il primo agosto 2021, anno insolitamente dispari per un’Olimpiade. Si sta gareggiando a Tokyo, lì dove si sarebbe dovuto gareggiare l’anno precedente se non fosse stato per l’emergenza Covid. Fino a quel momento, giusto per usare una frase molto gettonata dal telecronista Franco Bragagna, l’Italia “sta andando bene ma non benissimo”. Sono arrivate diverse medaglie, ma la scherma ha raccolto meno del previsto e dopo una settimana di gare le medaglie d’oro sono soltanto due. Quella sera però, ora di pranzo nel nostro Paese, succede qualcosa di imprevisto: nella pista di atletica dello stadio olimpico di Tokyo l’Italia è riuscita a raccogliere due ori in dieci minuti. E se l’alloro di Tamberi nel salto in alto era atteso, il successo di Marcel Jacobs nei 100 metri ha costituito una delle sorprese più belle in assoluto per lo sport italiano.
Da allora, è scattato qualcosa. La kermesse giapponese è stata conclusa con il record di 40 medaglie, di cui 8 d’oro. Di queste, 5 sono arrivate dall’atletica. Uno sport,fino a pochi anni prima considerato come un affare non più italiano (e, in certe discipline, nemmeno europeo). Pochi mesi dopo, alle Olimpiadi invernali di Pechino 2022, l’Italia ha vinto 17 medaglie complessive andando a scavalcare il risultato di Torino 2006. A Parigi, per le Olimpiadi del 2024, gli azzurri hanno bissato il risultato delle 40 medaglie complessive ma con 4 ori in più rispetto a Tokyo. Milano/Cortina non è quindi un caso isolato.
Un Paese ancora calciofilo ma non più calcio-centrico
Non solo Olimpiadi: negli ultimi anni, i successi azzurri sono arrivati anche in altri sport i cui tornei principali sono al di fuori dei Cinque Cerchi. Basti pensare al tennis, in cui l’Italia ha vinto tre Coppe Davis consecutive ma soprattutto per la prima volta ha avuto con Jannik Sinner un giocatore numero uno al mondo. I successi sono arrivati anche nella pallavolo, con gli ori olimpici ma anche mondiali presi nell’ultimo lustro.
Eppure, sui social o dentro gli oramai pochi bar dove si parla di sport, la percezione è quella di un Paese che non sta vivendo il suo periodo d’oro sportivo. C’entra senza dubbio una situazione generale economica poco rosea. Ma c’entra soprattutto il fatto che, mentre l’Italia vince negli sport olimpici e non, sta affrontando la sua più grave crisi di risultati nel calcio. Sport che continua a essere il più visto e seguito, ma con una generazione (quella nata nell’anno del trionfo mondiale del 2006) che non ha mai visto la nazionale andare in una fase a gironi dei mondiali. E questo alimenta la narrativa di una generale stagnazione sportiva. Segno di come l’Italia continua a rimanere calciofila, pur non avendo più uno sport calcio-centrico.
Atleti più forti dei problemi strutturali
La crisi del calcio e i trionfi nelle altre discipline potrebbero rappresentare due eventi collegati. Anche se il pallone resta in testa tra gli sport più seguiti, con un aumento di tesserati accertato nell’ultimo report della Figc del 2025, l’ultima generazione di atleti ha preferito guardare altrove. Lì dove cioè stanno arrivando medaglie e lì dove la geografia dello sport italiano sta riscrivendo le sue mappe.
Non c’entrano però soltanto i recenti successi. In molti evidenziano la maggiore possibilità di accesso in alcuni sport, sia perché praticati in strutture più prossime (scuole o palestre di quartiere) e sia perché meno costosi delle accademie calcistiche. Non solo, ma c’entra anche il cambiamento tutto interno alla società italiana. Nel 2012, il primo campione olimpico italiano di taekwondo Carlo Molfetta, ha dichiarato di aver iniziato anche lui con il calcio ma di aver cambiato per avere la possibilità di praticare uno sport individuale e in cui far dipendere i risultati soltanto dalle proprie prestazioni. Molti giovani oggi, un po’ per l’indole della nuova generazione e un po’ per la minor presenza di oratori e altri centri di aggregazione nei quartieri, virano verso sport individuali.
Il momento d’oro dell’olimpismo italiano non deve comunque far dimenticare quelli che sono i problemi strutturali dello sport. Se nel calcio le infrastrutture appaiono datate, palestre e palazzetti non godono di miglior salute. Inoltre, quello italiano è un vero e proprio “sport di Stato“: buona parte dei medagliati è membro delle squadre sportive delle forze dell’ordine, club e associazioni fanno invece fatica ad emergere. A ben vedere, così come accade per l’economia, il fatto che l’Italia risultati tra le potenze olimpiche appare quasi inspiegabile.
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