Nei giorni scorsi il quotidiano britannico The Daily Telegraph ha pubblicato un articolo secondo cui il British Museum avrebbe rimosso la parola “Palestina” dalle didascalie di alcune sue gallerie dedicate all’antico Medio Oriente, in seguito a una lettera inviata da UK Lawyers for Israel (UKLFI).
Secondo quanto ricostruito, l’organizzazione avrebbe inviato una lettera in cui si contestava l’uso del termine in relazione al popolo Hyksos, sostenendo che non fosse corretto definirli un popolo di derivazione “palestinese” e che avrebbe potuto fuorviare il pubblico sulla storia della regione, quindi minare la storia di Israele e del popolo ebraico. La notizia è rimbalzata su diverse testate e sui social, sostenendo che il British Museum avesse rimosso la parola. Non una menzogna, ma una verità a metà.
La rettifica del Direttore
Dopo due giorni dalla notizia, Francesca Albanese ha condiviso su X il post dello storico William Dalrymple scrivendo di essere “felice di sapere che il British Museum non rimuoverà la parola ‘Palestina’”, ma allo stesso tempo di attenzionare tutti quei gruppi che hanno lo scopo di mettere a tacere e cancellare la Palestina.
Dalrymple, dopo aver personalmente contattato il nuovo direttore del British Museum, Nick Cullinan, ha provveduto a comunicare che in realtà la menzione non verrà completamente eliminata dalle etichette e che possiedono anche un’esposizione dedicata interamente alla Palestina e a Gaza. Il direttore sosteneva di non essere al corrente della questione e di non aver nemmeno visionato la lettera in questione, affermando di esserne disgustato.
Secondo quanto affermato da Cullinan, durante un ordinario aggiornamento della galleria dell’antico Medio Oriente, sarebbero stati modificati due pannelli per fare in modo che riflettessero una terminologia ritenuta più coerente con i contesti storici rappresentati. Un portavoce del Museo ha poi negato che la decisione sia stata presa in risposta alla denuncia dell’UKLFI, ma affermando che il termine non è più “politicamente neutrale”. Il termine “Palestina” continua a comparire in esposizioni e riferimenti relativi all’epoca moderna e contemporanea, inclusi contenuti su Gaza.
Le modifiche di fatto però ci sono state state, anche se solo ad alcune etichette. Perciò, per ricapitolare, il British Museum non ha cancellato la parola Palestina del tutto, ma ha provveduto a modificare alcune etichette dopo la lettera dell’UKLFI.
Le vere modifiche del British Museum
L’UK Lawyers for Israel è un gruppo di avvocati britannici volontari che, come esplicitato nella mission sul loro sito, dichiara di “usare la legge per contrastare i tentativi di minare, attaccare e delegittimare Israele, le organizzazioni israeliane, gli israeliani e i sostenitori di Israele.”.
Nella lettera, l’UKLFI ha scritto che l’uso del termine Palestina nelle mostre “ha l’effetto combinato di cancellare i regni di Israele e di Giudea” e di “riformulare le origini degli Israeliti e del popolo ebraico come erroneamente derivanti dalla Palestina”. Nello specifico facevano riferimento a etichette di esposizioni del periodo 1700-1500 a.C. in riferimento alla costa orientale del Mediterraneo come “Palestina” e descrivevano il popolo Hyksos come di “discendenza palestinese”. Il museo ha quindi provveduto a cambiare le didascalie, sostituendo il termine con riferimenti più generici come “popolazioni di Canaan”. Il termine è stato rimosso anche dalle mostre sull’antico Egitto e sui Fenici, perché considerato non “significativo” come termine storico-geografico in quel contesto.
Storicamente, però, il termine Palestina ha radici accertate. Proprio l’Encyclopaedia Britannica attesta che il termine deriva dal greco Palaistínē, che a sua volta trasmette l’ebraico Peleshet, il nome dei Filistei, popolazione costiera del XII secolo a.C. Compare già nel V secolo a.C. negli scritti di Erodoto e in epoca romana fu ufficializzato come Syria Palaestina. La regione era un crocevia tra Egitto a Sud e i Fenici a Nord-Ovest, influenzando commercio e cultura. Il termine è in uso da oltre 2.500 anni per indicare la zona tra Mediterraneo e Giordano.
Alcuni studiosi si sono espressi sottolineando che “antica Palestina” è un termine storicamente corretto per indicare la regione nell’antichità e denunciano il gesto come un tentativo di riscrittura della storia. Una prassi chiara e consolidata per Israele, che nel suo progetto genocidario include la totale cancellazione della cultura palestinese e una reinterpretazione e riscrittura della storia.
Il pattern di UKLFI
Negli ultimi anni, UKLFI ha intensificato l’uso delle denunce legali, prendendo di mira istituzioni pubbliche e regolatori. L’organizzazione ha rivolto la sua attenzione anche agli ospedali e al personale sanitario solidale con la Palestina.
Le lettere espongono subito l’intestazione UKLFI e una lista di clienti dell’establishment legale britannico. Questo rende le pressioni particolarmente efficaci, considerando che 9 dei 10 soci dell’UKLFI sono avvocati qualificati e 6 sono membri effettivi della Camera dei Lord. Ed è per questo che molti sono i casi in cui il pattern di UKLFI ha funzionato.
Questo mese l’Encyclopaedia Britannica ha modificato diverse voci di Britannica Kids relative alla Palestina, rimuovendo la dicitura dalle mappe della regione, dopo le pressioni dell’UKLFI.
A febbraio 2023, l’ospedale Chelsea and Westminster di Londra ha rimosso un’opera d’arte realizzata da bambini gazawi. Inizialmente la direttrice dell’UKLFI aveva sostenuto l’avessero fatto in seguito a lamentele dei pazienti, solo dopo una richiesta di accesso ai dati, l’ospedale ha ammesso che l’unica lamentela era quella dell’UKLFI.
Anche l’Open University (OU) ha acconsentito alla richiesta del gruppo di eliminare l’espressione “antica Palestina” dai prossimi materiali didattici e di inserire avvisi esplicativi su quelli già in uso, poiché recentemente ritenuti “problematici”.
Un database in uscita, redatto dall’European Legal Support Centre, documenta 900 episodi di repressione anti-palestinese nel Regno Unito tra il 2019 e il 2025, con UKLFI coinvolta in 128 di questi casi.
In tutti questi episodi emerge un modus operandi preciso, quello della pressione legale o formale, accuse di imprecisione o antisemitismo, e istituzioni che cedono modificando testi o contenuti. È una strategia sistematica per influenzare cultura e informazione pubblica.
Le istituzioni che si piegano alle richieste, quando queste vengono applicate senza adeguate valutazioni, non fanno altro che favorire il genocidio dei palestinesi da parte di Israele in modo alternativo, contribuendo in modo attivo alla cancellazione della storia del popolo palestinese.
Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

