Dopo la cattura di Nicolas Maduro da parte della Delta Force statunitense a Caracas e dopo il sostanziale passaggio del Venezuela nel campo filo-statunitense decretato dalla neo-presidente Delcy Rodriguez, gli Usa hanno iniziato un vero e proprio assedio di Cuba, che ora sente il fiato sul collo della pressione di Washington.
L’assedio a Cuba degli Usa di Trump
Donald Trump lo ha lasciato intendere: Cuba “potrebbe cadere presto” e L’Avana è il bersaglio numero uno, dopo la svolta a Caracas, della nuova dottrina strategica Usa per l’emisfero occidentale che mira a rimuovere ogni potenziale fonte di minaccia alla superpotenza nel cortile di casa geopolitico di Washington. Cuba, in quest’ottica, è il simbolo più problematico per il corollario Trump alla dottrina Monroe: uno Stato governato da un regime di stampo socialista che dal 1959 è un’anomalia per Washington, per decenni un emblema per tutti gli avversari degli Usa e i rivoluzionari del mondo, da sempre un bersaglio per il mondo conservatore americano arricchitosi nei decenni del contributo degli esuli, oppositori di Fidel Castro e dei suoi eredi, che hanno rappresentato una voce sempre più forte nel Partito Repubblicano.
Cubano di origine è, non a caso, Marco Rubio, Segretario di Stato che dalla riscrittura della politica latinoamericana intende guadagnare in influenza e prestigio nell’amministrazione. Cubani di origine molti dei cittadini genericamente indicati come “latini” la cui svolta elettorale ha reso sempre più rossa la Florida, Stato decisivo per le vittorie di Trump nel 2016 e nel 2024. E Cuba oggi è ritenuto un bersaglio facile per un’America in cerca di espansione strategica, per un presidente in cerca di vittorie da presentare al suo elettorato e di conquiste simboliche che avrebbero un doppio peso nel decimo anniversario dalla morte di Fidel Castro e nei 250 anni dalla Dichiarazione d’Indipendenza americana, che The Donald intende celebrare con sontuosità.
Pressione su L’Avana
Tutto questo si riflette in una pressione sistemica sempre più forte. Per Cuba il rischio maggiore è l’interruzione del flusso di 70mila barili di petrolio e prodotti raffinati equivalenti ricevuti ogni anno e dal valore complessivo di 1,3 miliardi di dollari annuali, dal Venezuela. Anche nelle fasi più critiche del regime di Maduro, Caracas ha sempre sostenuto Cuba, che puntellava un’alleanza politica nata ai tempi di Fidel Castro e Hugo Chavez inviando i medici formati in patria nelle aree interne del Venezuela e sostenendo il Paese sudamericano con intelligence e informazioni. Gli Usa con Cuba hanno applicato una vera e propria “dottrina dello shock”, passando dal rovesciamento di Maduro al coordinamento delle azioni per contrastare il governo di L’Avana.
Trump ha definito Cuba una “minaccia per la sicurezza nazionale” americana in un apposito ordine esecutivo, ha minacciato sanzioni su chiunque commerci col governo socialista dell’isola, ha pressato il governo dell’isola di Saint Lucia per rompere gli accordi che permettono ai suoi cittadini di studiare Medicina nella maggiore isola dei Caraibi. Cuba, per l’amministrazione Trump, è tra i pochi Paesi membri della lista di Stati sponsor del terrorismo in cui figurano anche Iran, Corea del Nord e Siria.
Il governo di Cuba costretto i razionamenti
Il governo del presidente Miguel Diaz-Canel è stato preso d’infilata dalla rinnovata aggressività Usa. Prima l’erede di Fidel e Raul Castro ha definito “fascista, criminale e genocida” la pressione Usa, poi si è detto pronto al dialogo con Washington, infine ha operato una stretta sul razionamento. Cuba ha ridotto l’erogazione di carburante per la generazione elettrica, ha imposto una riduzione dei consumi agli 11 milioni di cittadini, gestita dal vice primo ministro Oscar Perez-Oliva Fraga, che ha portato allo stop dei rifornimenti alle compagnie aeree per un mese, chiedendo agli operatori che portano i turisti sull’isola di effettuare scali aggiuntivi per rifornire i velivoli. Un piccolo sostegno è arrivato dal Messico, che ha inviato due navi con 800 tonnellate di aiuti umanitari a Cuba, non aggiungendo però spedizioni di carburante al Paese.
Bert Hoffmann, ricercatore senior presso l’istituto tedesco GIGA per gli studi latinoamericani, ha dichiarato a Deutsche Welle che “il Paese è in grado di produrre solo circa il 40% dell’energia di cui ha bisogno e che i blackout possono durare dalle 10 alle 15 ore” ma ciononostante per ora a Cuba c’è “un diffuso atteggiamento di attesa. C’è una grande normalizzazione della crisi” per uno Stato che già dopo il crollo dell’Unione Sovietica si sentì sotto assedio.
Un relitto della Guerra Fredda
La realtà è che Cuba è sull’orlo del precipizio e che lo strangolamento americano impatta su un’economia fragilissima, assediata dalle sanzioni, costretta a dipendere dal turismo, tagliata fuori dai commerci internazionali. Si rischia a Cuba la riedizione del “Periodo Speciale” di inizio Anni Novanta, seguito alla fine dell’Unione Sovietica e che spinse a una dura austerità il regime di Fidel Castro, provocando un esodo di massa verso gli Usa. Il corollario Trump alla Dottrina Monroe non ammette rivali nella regione.
Va sottolineato che la crisi odierna di Cuba conferma, se ce ne fosse stato il bisogno, la natura strumentale e non concreta della definizione del Paese come fonte di minaccia per la sicurezza nazionale Usa. La contrapposizione Usa-Cuba era stata sanata da Barack Obama e Raul Castro tra il 2015 e il 2016 ed è stata poi rilanciata con forza da Trump per ragioni elettorali e interne prima ancora che strategiche. Un vecchio relitto della Guerra Fredda è stato portato nuovamente in superficie e fatto navigare. Dietro questa pressione strumentale resta la nettezza degli interessi politici. Oggi pendenti come una spada di Damocle su una Cuba debolissima.
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