Capire la finanza, per capire il mondo FOLLOW THE MONEY

Donald Trump aveva detto di aver ottenuto da Vladimir Putin, il 29 gennaio, una tregua di una settimana nei bombardamenti sulle infrastrutture energetiche dell’Ucraina e in particolare sulla capitale Kiev, che è stata abbandonata da oltre 600 mila persone a causa del non casuale incrocio tra i missili e i droni russi, che hanno interrotto le forniture di energia elettrica e riscaldamento, e le ripetute ondate di gelo che hanno portato la temperatura anche nei pressi dei – 20 gradi. La tregua, in realtà, è stata punteggiata da violazioni (gli ucraini, peraltro, non avevano dichiarato alcuna tregua) finché ieri Kiev è stata di nuovo massicciamente bombardata. Il ministero della Difesa russo dichiara di aver colpito “impianti del complesso militare-industriale ucraino e siti energetici utilizzati a loro vantaggio, nonché luoghi di stoccaggio e assemblaggio di droni a lungo raggio”.

Ma l’effetto primario è quello di esporre la popolazione civile ai colpi dell’inverno, mentre le forze antiaeree ucraine sembrano sempre meno in grado di opporsi alle ondate lanciate dal Cremlino. La conferma, indiretta e forse involontaria, è arrivata da Mark Rutte: parlando al Parlamento ucraino, il segretario generale della Nato ha detto che circa il 90% dei missili per la difesa aerea previsti dal programma Purl (il programma di acquisto degli armamenti venduti dagli Usa, ndr) è già stato consegnato all’Ucraina. Se a questo si aggiunge che i russi, inverno o no, stanno avanzando nella regione di Sumy (il loro ministero della Difesa descrive gli ucraini in ritirata, ma non sarebbe il primo di questi annunci a rivelarsi esagerato), si capisce che la situazione sul terreno non è molto cambiata.

L’asprezza dei combattimenti (gli ucraini, per parte loro, hanno colpito duramente la regione di Kherson, uccidendo almeno quattro civili) contrasta con le formule ottimistiche (la più tipica: “colloqui costruttivi”) con cui tutti i protagonisti sono ormai soliti commentare gli incontri diplomatici da cui dovrebbe uscire l’accordo per il cessate il fuoco e, a seguire, quello più ampio per la pace.

Questo deriva dal fondamentale equivoco che circonda il negoziato tra Russia e Ucraina, con gli Usa che a volte sono mediatori e a volte protagonisti. Questa loro condizione è già di per sé una difficoltà. Trattare con Narendra Modi perché non compri più il petrolio russo, soggiogare il Venezuela e minacciare l’Iran può intimidire la Russia solo nel momento in cui la pressione la costringa a una ritirata economica e militare. Ma fino a quando ciò non succede, è evidente che la prima risposta russa sarà quella di non mollare la presa sull’Ucraina, che infatti da quattro anni è schiacciata tra l’incudine Usa e il martello della Russia. In più, Zelensky perennemente invoca la protezione degli Usa, il che fa capire da che parte comunque pencoli il mediatore.

Ma soprattutto si tende a dimenticare che Putin e Zelensky finora hanno trattato separatamente con gli Usa, trovando magari con la Casa Bianca una certa intesa, ma non hanno mai davvero trattato tra loro e mostrando di giorno in giorno di non essere d’accordo su nulla. Il Cremlino ripete di essere disponibile a trattare solo sulla base delle intese siglate con Trump ad Anchorage. Ma nessuno sa di preciso di che cosa si tratti e comunque è chiaro che, Anchorage o no, gli ucraini non sono d’accordo. L’ipotesi più credibile è che Trump abbia allora “promesso” a Putin la cessione dell’intero Donbass, ma Zelensky ripete ogni giorno che l’Ucraina non accetterà mai di cedere territori non ancora controllati dai russi.

Per parte sua, il presidente ucraino ha più volte annunciato di aver trovato con gli Usa (e a cascata con gli europei) un’intesa sulle garanzie di sicurezza. L’ultima versione è questa: in caso di nuova aggressione russa, i Paesi occidentali garantiranno una reazione diplomatica nelle prime 24 ore, un dispiegamento militare europeo nelle 48 ore e un intervento militare anche americano nelle 72. Rutte, parlando a Kiev, ha detto che appena siglato il cessate il fuoco «appariranno immediatamente (in Ucraina, ndr) forze armate, aerei nei cieli e supporto in mare». Peccato che da Mosca siano arrivate parole chiarissime in merito: le truppe straniere Ono inaccettabili, saranno considerate un bersaglio legittimo e, per dirla con il vice-ministro degli Esteri Aleksandr Grushko, “per noi non fa nessuna differenza che un caporale abbia sul berretto la scritta Francia o la scritta Nato”.

Sugli elementi sostanziali e decisivi, quindi, tra Russia e Ucraina non c’è alcun accordo. E a dispetto degli ottimismi ufficiali, il negoziato langue e sembra esser tenuto in vita soprattutto dall’attivismo americano. Inutile ovviamente aggiungere “purtroppo”. Su una cosa Trump ha ragione: questa guerra è durata fin troppo e, anzi, non sarebbe mai dovuta cominciare.

Abbonati e diventa uno di noi

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto